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Home » Politica

Tra Meloni, Trump e la crisi dei diritti: Genova ridisegna la mappa della democrazia

Immagine di copertina
Credit: Forum Disuguaglianze e Diversità

Al Palazzo Ducale una tre giorni di riflessioni organizzata dal Forum Disuguaglianze e Diversità con Luca Borzani. Presenti anche la sindaca Salis e le leader dem Elly Schlein

A Genova, dal 23 al 25 gennaio, il Palazzo Ducale ha ospitato “Democrazia alla prova”, una tre giorni di incontri organizzata dal Forum Disuguaglianze e Diversità e dalla Fondazione Palazzo Ducale. La formula non era quella di un semplice festival: è stato un vero laboratorio pubblico, costruito per affrontare una domanda che nessuna democrazia occidentale può più eludere: come rinnovarsi davanti a un mondo che cambia più velocemente della politica, e in cui cresce la distanza tra istituzioni e cittadini.

L’economista Fabrizio Barca, co-coordinatore del Forum, e lo studioso di politiche culturali Luca Borzani hanno immaginato un luogo di confronto senza retorica, dove intellettuali, economisti, amministratori e accademici si misurassero con la sostanza della crisi democratica.

A inaugurare i lavori è stata la sindaca di Genova, Silvia Salis, che ha scelto di non indulgere in toni celebrativi. La democrazia, ha detto, non è un principio astratto né un orpello per cerimonie istituzionali: è una pratica quotidiana fatta di servizi, accesso ai diritti, welfare che regge, scuola che restituisce opportunità. È ciò che tiene in piedi la vita tra un’elezione e l’altra. Quando questi presupposti cedono, non è solo la qualità della vita a indebolirsi: è l’idea stessa di cittadinanza.

Salis ha parlato soprattutto delle donne, schiacciate da un welfare insufficiente e da una distribuzione iniqua del lavoro di cura. E ha lanciato un monito al fronte progressista: “Alimentare speranze, non paure”, assumendo come criterio politico la domanda decisiva: chi si favorisce con una scelta? Se la risposta è “i più forti”, quella scelta è sbagliata.

La politologa Nadia Urbinati ha raccolto questo filo, criticando l’idea “minimalista” di democrazia che il dopoguerra ha consegnato alle generazioni successive. Una democrazia che funziona con cittadini apatici non è un punto di stabilità, ma un’illusione pericolosa. Le regole, per quanto necessarie, non bastano: sono la “ciliegina sulla torta”, ma la torta — cioè la società attiva, presente, coinvolta — rischia di essersi sbriciolata.

Sulla fragilità della struttura democratica italiana si è soffermato il costituzionalista Gaetano Azzariti, mentre l’economista Massimo Florio ha demolito il mito del mercato come unico orizzonte possibile. Florio ha mostrato che lo Stato, soprattutto nella sanità pubblica, ha creato modelli di produzione che non rispondono alle logiche del profitto ma a quelle della giustizia sociale. Il compito che ha indicato è radicale: mobilitare l’intelligenza sociale dei territori, trasformare scuole e ospedali in avamposti democratici, far sì che lo Stato torni a essere un generatore di uguaglianza. Il cuore più caldo del dibattito è arrivato con le analisi sul digitale.

Il tecnologo Evgeny Morozov ha demolito l’illusione che un algoritmo possa sostituire la politica, mentre il politologo Lorenzo Mazzini ha descritto la “guerra cognitiva” che si combatte ogni giorno sulle piattaforme digitali, dove la frammentazione del senso comune diventa una minaccia strutturale alla vita democratica.

Da un’altra prospettiva, la filosofa ed economista Elena Granaglia ha ricordato che i servizi universali non sono un costo ma un patrimonio democratico e che democratizzarne la gestione è oggi un’urgenza politica prima ancora che amministrativa.

A portare il mondo dentro la sala sono stati Jayati Ghosh, economista e voce autorevole del Sud Globale, e il sinologo Federico Masini, che ha interrogato l’Occidente sul caso cinese. Possiamo davvero liquidare un sistema che garantisce sviluppo a centinaia di milioni di persone semplicemente perché non corrisponde al nostro modello liberale?

La politologa americana Susan Stokes ha poi raccontato un’America che, molto prima dell’assalto a Capitol Hill, ha iniziato a disaffezionarsi alle istituzioni, aprendo la strada a leadership illiberali che prosperano nel vuoto tra cittadini e potere.

Il giornalista Vincent Bevins ha ricostruito il decennio delle proteste globali tra il 2010 e il 2020: un’energia enorme, ma che raramente si è trasformata in cambiamento politico stabile. Mancavano organizzazione, leadership, direzione.

Il sociologo Filippo Barbera ha proposto allora la via dello “sperimentalismo democratico”: politicizzare i bisogni, creare istituzioni dal basso, costruire competenze civiche attraverso l’azione. Non un’utopia: un metodo.

Sull’Italia si è concentrato Piero Ignazi, politologo e analista tra i più lucidi della crisi dei partiti. Il suo verdetto è netto: con un astensionismo a livelli senza precedenti, senza corpi intermedi vivi e credibili non esiste rappresentanza. E senza rappresentanza la democrazia non tiene.

A margine dell’evento, la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, presente, ha espresso “piena fiducia nel lavoro che sta facendo la sindaca Salis con tutta l’amministrazione” e ha affrontato il tema della legge sul consenso. La proposta della senatrice Giulia Bongiorno è, per Schlein, “irricevibile nel metodo e nel merito”.

“Nel metodo — ha spiegato — perché avevamo votato insieme all’unanimità una legge alla Camera e bisognava partire da quel testo. Nel merito perché questa proposta della destra è una proposta che riesce a cancellare il consenso da una legge sul consenso. La proposta che avevamo fatto e che è passata anche da una interlocuzione, come ricorderete, tra me e Giorgia Meloni aveva soprattutto questo elemento di grande novità: finalmente nel nostro ordinamento entrava il concetto del consenso, quello che c’è nella Convenzione di Istanbul, cioè una legge che chiaramente dice che la nostra società non accetta atti sessuali fatti senza il consenso, perché gli atti sessuali senza il consenso sono violenza”.

“Questa proposta – secondo Schlein – fa un passo indietro, perché cancella il consenso e lo sostituisce con il dissenso, rimettendo più peso sulle spalle delle donne e delle vittime nei processi e facendo un passo indietro anche rispetto alla giurisprudenza della Corte di Cassazione e della Corte Europea dei diritti dell’uomo. Non è accettabile. Chiedo a Giorgia Meloni di non farsi dare la linea dal patriarcato e di non ascoltare me ma di ascoltare le miriadi di associazioni, reti e centri antiviolenza, magistrati specializzati, avvocati specializzati che da ieri stanno dicendo che questo sarebbe un passo indietro per le donne. Le chiedo di rimettere il consenso dentro quel testo e di ripartire dal testo che avevamo già approvato all’unanimità solo qualche settimana fa”.

Schlein ha poi risposto così a una domanda di TPI sulla proposta della premier Meloni di sostenere Donald Trump per il Premio Nobel per la Pace: “Questa subalternità a Trump la paga a caro prezzo il nostro Paese in termini di credibilità. Ci sta portando fuori asse, in una direzione diversa dagli altri Paesi europei, anche sul non essere riuscito a dire cinque semplici parole: la Groenlandia non si tocca, l’integrità territoriale di uno Stato europeo e membro della Nato non è in vendita”.

“Questa subalternità – osserva la segretaria dem – la paga a caro prezzo il nostro Paese quando noi vorremmo vedere l’Italia alla guida di un grande rilancio dell’integrazione europea. Oggi l’Europa deve difendere le sedi del multilateralismo che sono sotto attacco dalla destra globale: la delegittimazione dell’Onu è inaccettabile. Se saltano le sedi multilaterali salta il dialogo tra i popoli, e prevale la legge del più forte. E il più forte non siamo noi. Noi vorremmo invece che il governo italiano spingesse per una maggiore integrazione europea, a difesa delle sedi multilaterali e del diritto internazionale. Perché questa è la storia e la tradizione del nostro Paese e può portarci in un futuro migliore per tutte le persone”.

Ciò che sta accadendo negli Stati Uniti è diventato un elemento di riflessione costante durante la tre giorni di Genova. L’amministrazione Trump ha accelerato una linea politica che rimette al centro l’unilateralismo, ridimensiona il ruolo delle istituzioni multilaterali, scompagina gli equilibri della Nato e rilancia l’idea di un’America che risponde solo a sé stessa. Sul fronte interno ha annunciato deportazioni di massa e politiche securitarie drastiche, alimentando tensioni sociali profonde.

È il segnale che la democrazia non è minacciata soltanto da regimi autoritari esterni, ma anche da governi democraticamente eletti che restringono diritti, indeboliscono le garanzie e delegittimano la cooperazione internazionale.

È in questo scenario che Genova ha offerto un messaggio chiaro. Democrazia alla prova non è stato un convegno, né un rito accademico. È stato un avvertimento: la democrazia non è mai garantita una volta per tutte. È fragile, vulnerabile, sempre incompiuta. Vive solo se diventa ogni giorno un’infrastruttura reale della vita collettiva, fatta di diritti, servizi, partecipazione e responsabilità. Questo ha detto Genova. E questo, forse, è il compito della politica che verrà.

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