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Il Governo non c’è più

Di Fabio Salamida
Pubblicato il 24 Apr. 2019 alle 18:34 Aggiornato il 24 Apr. 2019 alle 18:44
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Immagine di copertina
Il vicepremier M5S Luigi Di Maio (sullo sfondo l'immagine del collega leghista Matteo Salvini). Credit: ANSA/GIUSEPPE LAMI

“Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate: ‘Michele vieni di là con noi, dai’, e io: ‘andate, andate, vi raggiungo dopo’”.

La lunga ora e mezza intercorsa tra l’inizio del movimentato Consiglio dei ministri di ieri notte e l’arrivo del vicepremier del M5S, Luigi Di Maio, a molti avrà fatto ritornare in mente quella celebre scena di Ecce Bombo di Nanni Moretti, dove il protagonista decide se e come partecipare a una festa tra amici.

Il capo politico del partito della Casaleggio Associati aveva organizzato il grande sgarbo: disertare la riunione andando ad attaccare il suo alleato, Matteo Salvini, in tv. Un attacco su tutti i fronti: dal caso Siri alla festa di Liberazione, fino al Congresso della Famiglia di Verona. Un attacco a tratti confusionario e persino tenero, fatto di frasi come: “Ricordiamo i nostri nonni e i nostri bisnonni che hanno fatto sacrifici per la storia del nostro Paese. Il MoVimento 5 Stelle crede nel 25 aprile e nella Costituzione”.

La storia ci dice che il co-fondatore del partito che oggi Luigi Di Maio dirige, il comico Beppe Grillo, nel 2013 scrisse: “Il 25 aprile è morto”. Evidentemente – continuando ad oltraggiare i versi di Francesco Guccini – per i grillini è anche risorto.

Qualcosa però è andato storto e Di Maio ha dovuto cambiare i suoi programmi, correndo a Palazzo Chigi dopo aver registrato l’intervista. A far saltare la ripicca una mossa a sorpresa del ministro dell’Interno, che a riunione in corso è sceso ad annunciare ai giornalisti che il “Salva Roma”, provvedimento che avrebbe dovuto dare un po’ di aria alle finanze di una Capitale dove il Movimento 5 Stelle perde ogni giorno fiumi di credibilità a causa dell’evanescenza di Virginia Raggi, era stato stralciato dal cosiddetto “Decreto Crescita”.

Una mossa che pare abbia fatto arrabbiare persino il premier fittizio, Giuseppe Conte, che avrebbe testualmente detto a Salvini: “Non siamo i tuoi passacarte”.

Accusato il colpo, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico è andato in soccorso dei suoi, contrattando fino a tarda notte per trasformare lo stralcio in un “mini stralcio” e rimandare la discussione in Parlamento.

Inutile sottolineare il nome del vincitore: possiamo solo dire che è sempre lo stesso e che non ha avuto bisogno di impugnare un mitra per zittire i suoi passacarte.

Lo strappo che si è consumato ieri notte è solo l’ultimo capitolo di quella che è una crisi di fatto del governo gialloverde. Una crisi che dipende da due grandi questioni, una prettamente politica e l’altra di natura economica.

È ormai evidente il ribaltamento di consensi tra i due soggetti che hanno dato vita all’esecutivo, la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 Stelle di Luigi di Maio: due partiti il cui destino è indissolubilmente legato a quello delle loro leadership, la prima molto forte e la seconda molto debole. Salvini, partendo dal 17,4 per cento ottenuto il 4 marzo del 2018 è dato oggi stabilmente oltre il 30 per cento; destino opposto quello di Di Maio, che partendo dal 32,7 per cento è stimato oltre dieci punti sotto quel risultato.

Per ora sono solo sondaggi, che trovano però conferma nei risultati delle recenti elezioni regionali in Sardegna, Basilicata e Abruzzo. A incidere su questo massiccio spostamento di voti il cambiamento di percezione del medesimo bacino elettorale in cui entrambi i partiti pescano gran parte del loro consenso: il popolo di centrodestra che per quasi vent’anni ha fatto le fortune di Silvio Berlusconi.

Per quel popolo, oggi Matteo Salvini è un leader risoluto, colui che “finalmente fa qualcosa per gli italiani”. Un qualcosa che non si capisce cosa sia, ma che grazie a una martellante comunicazione social che ha creato la falsa percezione dell’invasione dei migranti, a quel popolo sembra tantissimo.

Dall’altra parte c’è il povero Di Maio, un non-capo sempre più in balia dei rudimenti politici del suo alleato. Il “capo politico” del M5S, avendo ormai dato per persi i voti dell’anima di destra del movimento “né di destra né di sinistra”, sta cercando in tutti i modi di arginare la fuga degli elettori di sinistra che per delusione gli avevano dato fiducia, ed è tutt’altro che casuale la citazione della “questione morale” di Enrico Berlinguer nell’intervista di ieri.

L’altra grande questione è l’economia. Ad ottobre, con i rapporti di forza all’interno della maggioranza pressoché invertiti a causa delle elezioni europee, ci sarà da preparare un Def che provi a scongiurare un aumento dell’Iva e nessuno dei due partiti oggi al governo vuole mettere la firma su delle norme che farebbero impallidire Mario Monti e singhiozzare nuovamente Elsa Fornero.

Voci molto insistenti e retroscena pubblicati da alcuni quotidiani parlano di un Salvini intenzionato a tornare alle urne per quella data, ma difficilmente il Presidente Mattarella scioglierà le Camere prima dell’approvazione del Documento di Bilancio.

Il sedicente “Governo del Cambiamento” di fatto non c’è più. Ci sono due partiti che per convenienze incrociate tireranno a campare fino a quando avranno nomine da fare e non dovranno accollarsi i frutti delle loro scellerate politiche economiche.

Nei prossimi mesi assisteremo a continue rese dei conti in cui i due leader reciteranno le rispettive parti per strapparsi reciprocamente voti: con Salvini nel ruolo di un Putin all’amatriciana e Di Maio a vestire i poco credibili panni di una moderna “staffetta partigiana” che argina l’avanzata dell’estrema destra da infiltrato. Tutto come in un film, ma a pagarne le spese saranno ancora una volta gli spettatori.

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