Il Coronavirus non è una livella: ecco la quarantena delle fragilità

Di Fabio Salamida
Pubblicato il 10 Apr. 2020 alle 11:40
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Credit: AFP

Il Coronavirus come una livella? Male invisibile che mette in quarantena tutti sulla stessa barca? Non proprio. La differenza è, infatti, enorme per chi una casa non ce l’ha, per chi deve condividerla con chi gli fa violenza fisica e psicologica, per chi costretto in casa è in una prigione mentale, per chi in prigione ci vive per scontare una pena. A raccontare storie di clausura al limite è la consigliera regionale del Lazio, Marta Bonafoni, storie che mettono a nudo quanto il sistema di protezione sociale messo in campo dal nostro Paese sia fragile e precario, pronto a venir giù come un castello di sabbia nei momenti di difficoltà.

Sono passate le nove di sera quando, la scorsa settimana, la consigliera viene raggiunta dalla telefonata di un medico volontario che opera fuori dalla stazione Tiburtina: c’è un senzatetto con febbre alta e tosse – sintomi riconducibili al Covid-19 – e non sa quale sia il protocollo applicare. “La situazione dei clochard, che a Roma sono circa 8mila, presenta due grandi problemi – racconta Bonafoni – La prima questione ha a che fare con la possibilità di eseguire il tampone e monitorare l’eventuale infezione in un soggetto senza domicilio che come tale non può essere seguito dal personale medico. Individuato il contagiato, bisogna poi assicurarne l’isolamento, per poterlo curare ed evitare che possa contagiare altre persone”.

Le associazioni e gli operatori che lavorano sul territorio hanno per registrato anche una seconda problematica: “L’aumento della fame: con le strade vuote vengono meno per i senzatetto anche le poche monete lasciate dai passanti, i pasti offerti da ristoratori e commercianti. Le stesse mense operano con enormi difficoltà perché diventa difficile distanziare le persone nelle lunghe file che si formano per ottenere quell’unico piatto di pasta che deve bastare per tutta la giornata. Alcuni senzatetto sono stati addirittura multati dalle autorità perché si trovavano in strada malgrado i divieti”.

Gli interventi previsti? “Abbiamo individuato delle strutture alberghiere in cui isolare i casi di Covid-19 per il periodo in cui vanno curati: resteranno lì fino a quando i due tamponi non saranno negativi. Per chi invece non è positivo e continua a vivere per strada, ci siamo accordati con le associazioni del terzo settore per offrire assistenza e materiali necessari, a cominciare dalle mascherine. L’iniziativa si estende anche alle famiglie più povere che vivono in edifici occupati e nei campi nomadi, dove malgrado le difficoltà dovute alla forte diffidenza da parte di chi ci abita (è difficile persino avvicinarsi per misurare la febbre e praticare il tampone), stiamo riuscendo, insieme ai servizi sociali, a monitorare la situazione. Prima eravamo noi a distanziarli, ora che dobbiamo avvicinarli per cercare di tutelare la salute di tutti – la loro e la nostra – è tutto ribaltato”.

È arrivata attraverso Facebook, invece, la richiesta di aiuto della madre di un un ragazzo con un disturbo psicotico grave: “Con la quarantena, i percorsi terapeutici si sono dovuti fermare e la chiusura forzata nelle abitazioni ha prodotto in molti casi uno stress che ha aggravato le condizioni di molti soggetti – spiega la consigliera –  Si tratta di individui la cui terapia passa attraverso il corpo, ovvero la carezza, il bacio, l’abbraccio: tutti i gesti che l’obbligo della distanza ora ci vietano. Togliere il contatto a molte di queste persone è come togliergli un medicinale salvavita. In più, sono persone che vivono in funzione dei loro appuntamenti (soprattutto gli autistici), che se vengono meno provocano scompensi anche gravi nel loro stato mentale”. In questo caso, la Regione ha approvato un protocollo in cui viene fatta richiesta ai comuni di mantenere i servizi, magari riconvertendoli ma assicurandoli a tutti: “Abbiamo poi chiesto alle Asl di dotare di permessi speciali per far girare questi soggetti in spazi aperti rispettando delle particolari norme di sicurezza e accompagnati da un parente, senza che rischino una multa”.

Altrettanto grave la situazione dei carcerati, che già in condizioni normali vivono con il terrore di contrarre malattie, costretti come sono in celle spesso sovraffollate e in condizioni sanitarie precarie. Con l’emergenza Covid-19 in molte prigioni sono scoppiate delle rivolte e sono morte tredici persone, una quattordicesima – per ora l’unica – è deceduta a causa del Coronavirus.

“In Regione abbiamo svolto un gran lavoro con il nostro garante per i detenuti, Stefano Anastasia, che ha girato per le carceri inseguendo le rivolte e lavorando per evitarne altre. Ne è nato un bando con cui abbiamo ottenuto pene alternative per persone con reati più lievi e ormai prossime al rilascio, ma qui si è aggiunta un’altra problematica: molti di loro non avevano più una casa dove andare e dalle strutture dedicate alla permanenza di chi deve scontare pene alternative sono arrivati dei no dovuti alla paura del contagio. Con molta fatica e forti di numeri non preoccupanti, la situazione sta ora tornando alla normalità”.

Last, but non least, a preoccupare è la chiusura forzata delle donne insieme a mariti o compagni violenti: le telefonate al 1522 e a tutti i numeri di telefono attivati dalle associazioni antiviolenza, in questo periodo sono calate di quattro volte rispetto alla norma: con la quarantena viene meno la possibilità di comunicare con gli operatori che possono offrire loro aiuto immediato.

“Ho ricevuto la telefonata di una donna che approfittando di una visita medica è riuscita a uscire di casa per chiamarmi – racconta Marta Bonafoni – Da quando è iniziata la quarantena, le violenze del marito sono diventate più assidue e la figlia vive chiusa in camera per la paura”. 

Con la quarantena le operazioni di allontanamento del coniuge violento sono diventate più complicate. Malgrado il decreto del Governo specifichi che in questi casi i tribunali devono lavorare in regime ordinario, con il lockdown finiscono col restare a casa anche quei soggetti pericolosi che dovrebbero essere allontanati. E i casi di violenza contro le donne stanno aumentando. Il problema si pone anche quando per precauzione si sceglie di allontanare la donna per spostarla momentaneamente in strutture protette, strutture che spesso non erano attrezzate per rispettare il protocollo anti Covid-19, ovvero per i controlli degli ingressi e delle uscite e i tamponi per verificare eventuali contagi. Per risolvere il problema, si stanno coinvolgendo alberghi e b&b che stanno mettendo le loro camere a disposizione per i nuovi ingressi e si stanno attrezzando le “case rifugio” per chi vive già protetto.

Insomma, il Coronavirus ha fermato le industrie, le piccole e grandi attività commerciali, molti uffici pubblici. E ha fermato pezzi importanti di quel sistema di aiuti e di assistenza che quotidianamente allieva le pene di chi sta peggio. Per questo non c’è nessuna livella: chi prima soffriva, oggi soffre di più: è meno aiutato ed è più solo.

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