Bellanova a TPI: “Sanatoria migranti flop? Macché, i numeri parlano. E ora cancelliamo i decreti sicurezza”

La ministra all’Agricoltura Teresa Bellanova commenta a TPI i risultati del primo mese dall'entrata in vigore della sanatoria sui migranti irregolari e chiede la definitiva cancellazione dei decreti Sicurezza

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 15 Lug. 2020 alle 14:42 Aggiornato il 15 Lug. 2020 alle 14:44
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Credit: Emanuele Fucecchi

“Non ho mai pensato che la norma fosse perfetta. Né nascosto la necessità di estenderla ad altri settori o di una finestra temporale più ampia. I risultati però sono eloquenti. Vanno rafforzati, certo, ma andrebbero anche confrontati con le politiche degli anni precedenti”.

A un mese dall’entrata in vigore della regolarizzazione dei migranti, la sanatoria inserita nel decreto Rilancio (qui cosa prevede il testo) per dare una spinta soprattutto all’agricoltura dopo la crisi da Coronavirus, la ministra all’Agricoltura Teresa Bellanova commenta a TPI i risultati e si difende da chi definisce un flop la misura da lei voluta.

Al 10 luglio le domande pervenute per la regolarizzazione dei rapporti di lavoro erano circa 103mila (fonti Viminale). Qual è la situazione ad oggi?
A oggi le domande sono 106.575, in bozza 11.199. Circa 5mila quelle che arrivano dal Canale Poste. Crescono con un ritmo di circa 2mila al giorno. Il che mi spinge ad affermare, una volta di più, la necessità e l’utilità della norma. Chi la giudica un flop o è in malafede o non sa veramente di che parla. È significativa una coincidenza: anche per la legge contro il caporalato molti annunciavano il fallimento ogni qualvolta, grazie al lavoro di forze dell’Ordine e Magistratura, emergevano gravissimi episodi di irregolarità e sfruttamento del lavoro, riduzione in schiavitù, condizioni indescrivibili di vita e di lavoro, quasi che il compito della norma non fosse, appunto, quello. In questo caso 106mila persone non sono più invisibili. Chi lo valuta un flop evidentemente non trova scandalosi e intollerabili i ghetti né la riduzione in schiavitù né gli abusi sessuali che nella situazione di informalità e sfruttamento si consumano. 

Esperti e avvocati criticano le modalità per accedere alla regolarizzazione. Tra cavilli burocratici e limitazioni, sono di fatto pochi gli stranieri che possono realmente godere di questo beneficio, che resta temporaneo. Cosa risponde?
Non ho mai pensato che la norma fosse perfetta. Né nascosto la necessità di estenderla ad altri settori o di una finestra temporale più ampia per consentire, come in parte si è deciso portandola al 15 agosto. Rispetto agli aventi diritto avrei inoltre indicato come termine temporale l’entrata in vigore del Decreto Sicurezza. I risultati però sono eloquenti. Vanno rafforzati, certo, ma andrebbero anche confrontati con le politiche degli anni precedenti. Se penso alle stime che ci dicono che i decreti Salvini hanno portato più di 130mila persone in condizione di invisibilità, la differenza appare enorme.

Ritiene che i decreti Sicurezza debbano essere cancellati?
Sì, assolutamente. La sicurezza sociale è cosa preziosa, si colloca all’opposto di quei decreti e della cultura politica che li ha generati. Le comunità non diventano più sicure quando si genera paura, si inventano nemici e si alimenta un clima di costante emergenza.

Come spiegano i legali che si stanno occupando delle domande, i problemi sono diversi: se sei un richiedente asilo con un permesso di soggiorno di 6 mesi, non puoi fare domanda. Se sei un irregolare ma hai un contratto a tempo indeterminato, non puoi fare domanda. La Questura di Roma, peraltro, ha reso le cose ancora più complicate: ha reso obbligatoria la rinuncia per i migranti alla domanda di asilo. In concreto, se vuoi aderire alla domanda e al contempo fare ricorso in tribunale per la richiesta di asilo, devi portare la rinuncia al giudizio in tribunale. Data la proroga della scadenza, come ovviare a queste difficoltà?
Intanto evitando confusioni e costruendo le condizioni per un’ informazione capillare. Non so, e non voglio crederlo, se la Questura di Roma abbia potuto rendere obbligatoria la rinuncia per i migranti alla domanda di asilo. In ogni caso sul sito del Ministero dell’Interno le faq circa l’applicazione corretta sono molto precise. I richiedenti protezione internazionale, ad esempio, possono richiedere il permesso di soggiorno per lavoro senza dover rinunciare alla richiesta di protezione. Se, dopo aver ottenuto il permesso di soggiorno, vedranno riconosciuta anche la protezione internazionale, allora si dovrà optare per uno dei due titoli. Nel secondo caso, invece, lavoro irregolare e contratto a tempo indeterminato si escludono a vicenda.
Questa norma l’abbiamo voluta proprio per sanare il lavoro irregolare e, in tempo di pandemia, difendere la salute dei cittadini, italiani e stranieri. Per evitare, proprio come dimostrano episodi recenti, che il timore e la paura dei cittadini possano poi avvitarsi in modo incontrollato. 

Sono i temi affrontati proprio nel confronto interministeriale del 10 luglio scorso.
Lo abbiamo voluto per una verifica dello stato dell’arte con associazioni, sindacati, organizzazioni anche agricole sull’operatività della regolarizzazione. Un confronto positivo, utile anche per superare alcuni ostacoli interpretativi, dove è emerso un dato: le imprese e i lavoratori che chiedono informazioni sono molti di più delle domande ad oggi arrivate e moltissimi da settori non inclusi. Conoscere il costo del contributo forfettario dovuto dai datori di lavoro, ad esempio, è un dettaglio importante. Con le associazioni inoltre abbiamo potuto condividere anche la notizia della firma del Decreto Flussi, che contiene un’importante novità per l’agricoltura: per la prima volta le organizzazioni agricole avranno una quota dedicata di 6mila unità che potrà essere gestita con priorità. Un’altra forma di collaborazione e di corresponsabilità per puntare sul lavoro agricolo di qualità. 

L’immigrato irregolare, che effettivamente svolge un lavoro in nero, rimane comunque sempre il soggetto debole e senza armi giuridiche per poter emergere, sostengono i difensori dei lavoratori stranieri. Ministra, lei ha invece difeso il provvedimento e lo considera un primo passo. Cosa accadrà dopo il 15 agosto?
Migliaia di lavoratori stranieri prima invisibili oggi non lo sono più. Questo è un primo passo; sfido chiunque ad affermare il contrario. E ai difensori dei lavoratori stranieri dico: un’informazione puntuale è il modo migliore per mettere a valore la norma e lavorare per il futuro. Che io lego senza mezzi termini all’attuazione del Piano triennale contro il caporalato e il lavoro nero. È quella la via maestra. Con il 15 agosto si chiude la finestra temporale consentita. Un motivo in più per mettere a frutto il mese che abbiamo dinanzi.

Ministra, incontrerà il sindacalista Aboubakar Soumaro impegnato per far emergere gli invisibili?
Aboubakar Soumaro è al Tavolo dove abbiamo costruito il Piano triennale contro il caporalato in agricoltura. A lui come a tutti i suoi colleghi sindacalisti dico la stessa cosa: si può anche non condividere pienamente il dettato normativo, l’importante è adoperarsi perché l’informazione raggiunga quante più persone potenzialmente interessate. Solo così lavoreremo per affermarne la dignità. Pensare che se le cose non sono perfette allora è meglio lasciarle fallire è il modo migliore per sprecare le occasioni a danno di chi è più fragile e meno tutelato. Mi auguro che nessuno voglia permettersi questo lusso. 

Il popolo degli invisibili è folto e ancora privo di speranza. Pensiamo agli irregolari ma anche ai tanti stranieri che vivono da anni sul nostro territorio senza poter essere considerati italiani a tutti gli effetti. Si può sperare in future e più sostanziose proposte di legge?
Invece di limitarsi a sperare dico che bisogna lavorare con forza e anche con rigore in quella direzione. Rimbocchiamoci le maniche e diamoci da fare. Una norma di civiltà funziona se tutti la sostengono. Più leviamo acqua allo sfruttamento e al lavoro nero e irregolare, più consolidiamo, dovunque, le condizioni di giustizia sociale che questo Paese merita e che ostacolano, peraltro, il competere ad armi pari tra imprese. La competizione sleale è un cancro: avvelena i rapporti di filiera, mette fuori gioco le imprese sane. Quelle che, consapevoli del loro ruolo e valore sociale, scelgono la legalità e il rispetto del lavoro. 

Negli ultimi mesi, l’attività delle forze dell’ordine per contrastare il caporalato è stata fondamentale. Sono emerse storie terribili di sfruttamento, ma anche di razzismo. Come a Cosenza o in provincia di Foggia. Ministra, la sua esperienza di vita è sicuramente un’arma in più per comprendere come un Paese abbia bisogno che certi fenomeni emergano e vengano introdotte norme più severe per interrompere questa catena di sfruttamento. Secondo le testimonianze che raccogliamo lungo tutto lo Stivale, si evince quanto il corpo degli ispettori del lavoro in questo campo sia ancora carente e poco tutelato. Cosa è possibile fare in questo senso?
Rafforzando gli organici, lavorando perché si determini un clima totalmente diverso. La sconfitta del caporalato passa per una grande mobilitazione innanzitutto culturale e sociale, coinvolge per intero le comunità e l’intera filiera istituzionale.
In Calabria e in Puglia come nel Lazio, in Veneto, in Lombardia e dovunque. Non avviene per norma, né con il solo intervento giudiziario. E’ un atto di coraggio che non può essere delegato solo alle norme, alle forze di Polizia, alla Magistratura. La cittadinanza attiva è impegno concreto. Per questo proprio la legge 199 del 2016 individuava nella Rete agricola del lavoro di qualità la leva per rafforzare l’azione giudiziaria, mobilitando tutti gli attori della filiera, anche quella istituzionale. Ripeto, è un grande lavoro di mobilitazione delle coscienze. Solo così riusciremo a sconfiggerlo.

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