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San Francisco toglie George Washington e Lincoln dai nomi delle scuole. Così la lotta per i diritti diventa una parodia

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Dianne Feinstein è una politica americana di lungo corso, prima donna a diventare sindaco di San Francisco e dal 1990 senatrice in rappresentanza dello stato della California. Una figura di primo piano per la storia della sua città, nonché un simbolo per le conquiste delle donne nel mondo politico, tanto che nonostante sia ancora in vita (ha quasi 90 anni) e ancora in carica le è stata dedicata una scuola elementare a San Francisco. Una scuola che però si appresta a cambiare nome.

Cosa avrà mai fatto di male questa senatrice per diventare l’ultima vittima dell’ira iconoclasta che sta colpendo gli Stati Uniti e il resto del mondo? L’episodio risale al 1984, quando una bandiera confederata venne strappata per protesta da alcuni manifestanti, e l’allora sindaca decise di sostituirla. La bandiera si trovava di fronte al Civic Center insieme ad altre bandiere che volevano raccontare l’evoluzione storica degli Stati Uniti. Questa la grave colpa della Feinstein, colpita questa settimana dalla decisione del Board of Education di San Francisco che ha votato per cambiare i nomi di un terzo delle scuole della città.

Ma il caso della Feinstein non è il più clamoroso, perché al suo fianco ci sono altre vittime illustri di questa ultima ondata di cancel culture: difficile da credere, ma il Board of Education ha deciso anche di cambiare i nomi delle scuole dedicate al primo presidente degli Stati Uniti, George Washington, e al suo collega Abramo Lincoln, proprio quello che ha abolito la schiavitù e sconfitto i confederati, quelli della bandiera ripristinata dalla Feinstein.

Le colpe dei due storici presidenti sono state quella di possedere schiavi per Washington e il trattamento dei nativi americani per Lincoln. Due fatti che oggi dobbiamo ritenere inaccettabili, ma se possiamo ritenerli tali è proprio perché la storia è un percorso che va letto nel suo insieme, e se in questo percorso oggi possiamo stigmatizzare certi comportamenti è proprio per i passi compiuti da figure come Washington e Lincoln. Ma ormai sembra che questa decisione di cancellare i nomi delle strade e degli edifici pubblici e di abbattere le statue non abbia nulla a che fare con la lotta per i diritti, ma sia divenuta una gara di zelo, un modo per mettere in mostra la propria adesione a una causa senza però che sia necessario compiere ulteriori passi concreti. Lo stesso zelo del membro del Congresso che ha voluto cambiare la parola “Amen” in “Amen and Awoman” durante una preghiera, in barba alla storia e all’etimologia della parola.

Ma soprattutto, la vicenda della cancellazione dei nomi sta diventando anche un modo per nascondere la polvere sotto il tappeto, per trovare la soluzione in una società sempre più veloce e in cui approfondire richiede talvolta troppi sforzi. Se i grandi del passato hanno compiuto atteggiamenti stigmatizzabili, va spiegato perché. Se ieri un Paese democratico ha sentito la necessità di celebrare figure oggi controverse, bisogna spiegare perché. I guai del passato non si ripetono se li studiamo e li ricordiamo, e non ricordare che Lincoln è l’uomo che ha abolito la schiavitù o che Winston Churchill, la cui statua a Londra è stata vandalizzata, è l’uomo che ha sconfitto Hitler, allora si rischia di favorire che prendano piede idee intolleranti e pericolose.

Se la principale attività per combattere l’odio è quella di cancellare nomi, rischiamo di trasformare battaglie sacrosante in una parodia delle grandi lotte del passato, riducendo il tutto a un colpo di bianchetto su un nome che invece faremmo bene a studiare. E quando avremo trovato qualcosa di scomodo in tutti i grandi del passato e li avremo cancellati tutti, cosa genererà questo grande buco nero della storia e del pensiero? Nulla di buono.

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