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L’uomo che salverà il mondo dal Covid è un figlio di immigrati: cari razzisti, andate a nascondervi

Di Luca Telese
Pubblicato il 12 Nov. 2020 alle 13:14
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

È l’uomo che salverà il mondo dal Covid, ma è un figlio di immigrati turchi a cui qualcuno dei nostri razzisti dell’Illinois vorrebbe negare il permesso di soggiorno. È miliardario ma non possiede una macchina e va al lavoro in bicicletta.

Non c’è dubbio che la notizia del giorno, oggi, sia un uomo: Ugur Sahin, il ricercatore più importante del pianeta, l’uomo che ha studiato e messo a punto il vaccino contro il Coronavirus. Se infatti indaghi sulla Pfeizer, la società che sintetizzato il primo vaccino occidentale, trovi una divisione aziendale che ha acquisito quattro anni fa con una piccola e sconosciuta società di Magonza. E se cerchi questa piccola società ti imbatti nel nome della BioNTech. E se risali la catena di comando della BioNTech ti imbatti in lui: Ugur Sahin, il fondatore di una piccola startup che quattro anni fa non valeva un copeco, e che oggi al Nasdaq, è stimata 25,99 miliardi di dollari (nel 2019 erano 4,6).

Il motivo è semplice: Ugur, l’abitatore della città della nebbia, l’uomo che cammina nelle stesse strade che ospitarono Johannes Gutenberg, è arrivato primo in una sfida internazionale per fermare la Pandemia. È vero che in ordine strettamente cronologico bisogna registrare anche l’impresa dei russi con il loro Sputnik, è vero: ma la BioNTech è la prima società ad aver prodotto un farmaco testato scientificamente, la cui efficacia è stata dimostrata nel 90% dei casi, con gli strumenti verificabili della ricerca e della sperimentazione.

Nella società di Magonza lavora una squadra di giovanissimi ricercatori che provengo da ben sessanta diverse nazioni, tra cui America, Serbia, Spagna e (per fortuna) anche l’Italia. Il professor Sahin da gennaio non si è preso un solo giorno di pausa. Mentre i suoi collaboratori hanno suddiviso gli orari dei loro turni per poter lavorare ventiquattro ore su 24: una corsa contro il tempo condotta con la consapevolezza che ogni minuto in meno poteva salvare una vita. Il capo di questo team, ironia della sorte, è un’altra ricercatrice turca: si chiama Özlem Türeci, è anche lei figlia figlia di un immigrato turco, e di Ugur è la moglie.

La Stampa è l’unico giornale italiano che abbia intervistato in queste ore il dottor Sahin. E le parole del ricercatore lasciano ben sperare. “Il prezzo del vaccino sarà differente nei diversi Paesi del mondo”, racconta Ugur all’inviata Letizia Tortello. Subito dopo spiega: “Al momento, possiamo orientarci sugli Stati da cui otteniamo una licenza. Per Ue, Usa e Inghilterra, con i quali abbiamo accordi, cercheremo di fornire dosi nelle diverse regioni secondo una corretta ripartizione”.

C’è qualcosa di straordinario in questa storia. Un grande racconto che pare costruito contro ogni stereotipo: il piccolo che prevale sui grandi, l’amore come cemento di una squadra, il pregiudizio che viene sconfitto dall’intelligenza, e la disuguaglianza che si combatte con prezzi non uguali. Un genio di vaccino.

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