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Esclusivo TPI – Inchiesta tamponi falsi Campania, parte 2. Parla il principale indagato: “La Asl Napoli 3 sapeva, ho fatto test per loro. Ho le fatture che lo dimostrano”

Di Amalia De Simone
Pubblicato il 7 Nov. 2020 alle 11:40 Aggiornato il 16 Nov. 2020 alle 15:19
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Esclusivo TPI: “Che me ne fotte, io gli facevo il tampone già usato e gli dicevo… è negativo guagliò”. Continua la nostra inchiesta sulla truffa dei tamponi falsi in Campania, vicenda scoperta dalla giornalista Amalia De Simone grazie a una serie di intercettazioni e testimonianze inedite che rivelano come funzionava il sistema (qui la prima parte dell’inchiesta). Ora abbiamo trovato anche il principale indagato di questa indagine. Che parla a TPI, e tira in ballo la Regione Campania: “La Asl Napoli 3 sapeva perché ho fatto test anche per loro conto”, dice. “Ho le fatture che lo dimostrano” … “E poi chiunque può fare i tamponi, non serve una laurea per fare un test, ti mostro come si fa”.

Inchiesta sui tamponi falsi in Campania/ Parte 2, di Amalia De Simone – “Ora ho poco tempo perché ho una serie di appuntamenti per eseguire tamponi”, sbotta a TPI Raffaele Balbi, medico del 118 dell’Asl Napoli 2 e principale indagato dell’inchiesta sui tamponi falsi in Campania, vicenda scoperchiata dal nostro giornale con una serie di intercettazioni e testimonianze esclusive. Mentre si decide finalmente a dare la sua versione dei fatti, Balbi maneggia kit per l’esecuzione di esami per rintracciare il virus del Covid. È nella veranda di casa sua ed è indaffarato con provette e bastoncini. “Scusi ma lei continua ad eseguire tamponi nonostante l’indagine che la coinvolge e secondo cui lei è il perno principale di una organizzazione che eseguiva tamponi in maniera fuorilegge, mettendo in pericolo tante persone”, gli dico. “Io fuorilegge? Ma che dice? Di cosa mi si accusa? Ho sempre fatto il medico con coscienza”.

Allora gli spiego che ho riportato i dati di una inchiesta secondo cui lui avrebbe coordinato un gruppo di persone che eseguivano tamponi potenzialmente falsi perché realizzati con un macchinario non idoneo e non omologato, di quelli utilizzati per individuare la brucellosi delle vacche, con kit non adatti e con personale che non aveva alcun titolo sanitario, fatta eccezione per un infermiere che però si vantava di eseguire tamponi con kit già usati e fregandosene del reale esito.

“Si rende conto che in un momento così delicato tutto questo non solo crea allarme sociale ma potrebbe aver contribuito a diffondere l’epidemia?”, aggiungo. “Sì, se fosse vero”, risponde Balbi. “Ma io non sono d’accordo su tutta questa impostazione”. Mi dà appuntamento in serata, alle 22.30 per un’intervista, ma poi a quell’ora mi dice che non si è ancora liberato, che è ancora in giro a fare tamponi. Quindi ripropone l’appuntamento per il giorno seguente.

Balbi è indagato insieme con altre 16 persone per associazione per delinquere, truffa e altri reati in un’inchiesta dei carabinieri del Nas coordinata dalla Procura di Napoli (pm Maria di Mauro e Giuseppe Lucantonio). I fatti emergono dopo l’esecuzione di alcune perquisizioni a carico di alcuni soggetti componenti di un’organizzazione che avrebbe effettuato tamponi per la ricerca del Coronavirus senza avere i macchinari adatti a processare i campioni, né il personale specializzato per poterli eseguire.Il risultato è che molti di questi esami hanno dato risultati falsati e quindi probabilmente questo tipo di attività ha contribuito al diffondersi dell’epidemia, mettendo in pericolo la salute e la vita di tantissime persone.

Durante la conversazione emerge che, da un lato, Balbi e la sua azienda non erano autorizzati a svolgere l’attività di esecuzione dei tamponi e, dall’altro, che le principali istituzioni sanitarie regionali erano a conoscenza di quel lavoro e che addirittura Balbi e i suoi collaboratori avrebbero lavorato per Asl e istituto zooprofilattico. In tutto questo i tamponi così eseguiti sarebbero stati oltre 12mila.

Allora, cominciamo con il suo lavoro. Lei chi è e cosa fa?
“Mi occupo essenzialmente di 118, sono convenzionato con la Asl Napoli 2. Poi come attività libero professionale svolgo in Veneto attività di guardia specialistica in collaborazione con una società di Padova. Negli ultimi mesi mi sono occupato anche dell’emergenza Covid con la mia società, la Pragmata srl”.

Lei è titolare a tempo indeterminato di un contratto con la Asl Napoli 2 ed effettua servizio di 118?
“Io sono convenzionato a tempo indeterminato con l’Asl Napoli 2 nell’emergenza territoriale, incaricato della postazione di Varcaturo (frazione di Giugliano, in provincia di Napoli, ndr)”.
E questo suo contratto non crea incompatibilità con le altre attività che lei svolge?
“No non vi è alcuna incompatibilità perché io sono un ‘convenzionato’. Il mio contratto per capirci, è uguale a quello del medico di base. Noi abbiamo un orario di lavoro ma non abbiamo indennità, non abbiamo tredicesima né TFR: veniamo pagati per quello che facciamo e ovviamente abbiamo più libertà per quello che riguarda lo svolgimento dell’attività libero professionale”.

Lei non è tenuto a comunicare all’Asl le attività che svolge?
“No assolutamente”.
Ho dato uno sguardo al contratto e c’è l’articolo 17 che invece parla chiaramente di incompatibilità e di conflitto di interessi.
“Sì incompatibilità in strutture pubbliche. Infatti non posso avere altri incarichi in strutture pubbliche”.
Mi risulta che il conflitto esista anche per quanto riguarda le attività private.
“No non mi risulta”.

È vero che l’Asl Napoli 2 in passato le ha chiesto spiegazioni e le ha mosso contestazioni proprio rispetto a questi conflitti di interesse?
“Sì, infatti ho dovuto lasciare anche un incarico che avevo in Veneto come direzione sanitaria”.
E non si è posto il problema sull’incompatibilità per quanto riguarda gli incarichi privati?
“No perché non sono incompatibile”.

Ma in una di queste contestazioni della Asl Napoli 2 vengono indicati degli incarichi che lei aveva nel settore privato come direttore tecnico, direttore sanitario e amministratore unico di Croce Flegrea, Croce Gialla e Pragmata.
“La Pragmata è la mia società, è ancora attiva e stiamo lavorando. Mi contestavano che potessero avere a che fare con il pubblico, ma in realtà non avevano incarichi con il pubblico direttamente”.

Successivamente, nel corso dell’intervista, Balbi chiarisce che con la sua società lavora per l’Asl Napoli 3 e per altre strutture pubbliche in maniera mediata e cioè fornendo prestazioni per una società che a sua volta lavora per queste strutture.
Non crede che ci sia conflitto d’interessi tra il suo lavoro al 118 e la società di ambulanze intestata a sua sorella in cui lei aveva un incarico?
“Forse potrebbe delinearsi ma non capisco perché mi parla di questo, visto che non ho più incarichi nella società di mia sorella. In passato ne ho avuto anche con la società di mio fratello, con cui lavoravamo con Ferlaino e poi con De Laurentiis (ex e attuale patron del Napoli Calcio, ndr) perché sono stato responsabile dell’assistenza del pubblico dello stadio San Paolo per oltre 12 anni e facevo riunioni con il prefetto”.

Però in questa vicenda, in cui sembra che l’unica cosa che rilevi sia il profitto, con un’organizzazione a cui interessava principalmente il profitto, ad un certo punto lei ipotizza anche di poter utilizzare le ambulanze e altri mezzi sanitari per poter andare a fare i tamponi in giro. Come mai, visto che dice che non c’entra più niente con le ambulanze?
“Questa è una normale collaborazione per migliorare il servizio perché ci sono ragioni pratiche di mobilità quando si svolgono questi lavori”.

Passiamo alla questione relativa alle comunicazioni degli esiti dei tamponi. Come vi regolavate, visto che l’indagine dice che non eravate autorizzati?
“Io credo che non ci fosse bisogno di autorizzazioni e comunque comunicavamo l’esito alle Asl o al medico di base”.
Quindi le Asl sapevano che voi stavate eseguendo i tamponi?
“Certo. Abbiamo le Pec che lo dimostrano. Abbiamo fatto circa 300 tamponi. E poi abbiamo anche lavorato per le Asl”.

Ma lei, in una comunicazione proprio con una dipendente dell’Asl, ha dichiarato di aver fatto migliaia di tamponi.
“Certo, li ho fatti per l’Asl Napoli 3 , per l’Istituto zooprofilattico, nelle caserme, per le forze dell’ordine, per la Banca d’Italia. Forse siamo intorno ai 12mila tamponi”.

Quindi lei mi sta dicendo che ha lavorato anche per le istituzioni sanitarie pubbliche?
“Sì, una società che lavorava per loro affidava poi a me, cioè alla mia società, l’esecuzione dei tamponi. Ho tutte le fatture”.
Ma i protocolli regionali dicono che non è possibile delegare queste operazioni ad appalti e subappalti.
“Ma non erano appalti, si trattava di prestazioni e collaborazioni. D’altronde siamo in piena emergenza Covid. Lei lo sa che nessuno vuole andare ad eseguire questi tamponi? Io sono entrato in veri e propri lazzaretti in situazioni di pericolo. Ho fatto anche fino a 400 tamponi in una giornata. L’esecuzione di un tampone è un atto medico complesso e richiede preparazione”.

Lei dice che il lavoro sui tamponi è un’operazione complessa però dall’inchiesta risulta che poi lei ha utilizzato personale con nessun titolo sanitario.
“Non è così E comunque questo concerne il rapporto tra medico e paziente perché io ai pazienti dicevo che mandavo un mio delegato che veniva da me addestrato per l’esecuzione dei tamponi. D’altronde potrebbe farlo anche una mamma o potrebbe farlo anche lei”.

Abbia pazienza: lei mi sta dicendo che, se mi addestrasse, io potrei andare ad eseguire i tamponi per conto suo? A me sembrano delle dichiarazioni un po’ gravi.
“Lei dissente ma in realtà è proprio così”.
A proposito del personale: con lei lavorava anche un infermiere che, stando a delle intercettazioni dichiarava di utilizzare kit già usati, di non attendere i 20 minuti per l’esito e di disinteressarsi del reale risultato dell’analisi comunicando sempre la negatività.
“Io di questo non so dire proprio nulla. Sentendo la cosa dei 20 minuti effettivamente potrebbe essere qualcuno dei miei perché io insistevo molto su questo punto e cioè che bisognava attendere 20 minuti”.

Invece cosa mi dice del macchinario? Secondo l’inchiesta era un macchinario non omologato e non adatto a processare i tamponi per il rilevamento del Coronavirus. Si parla di una tipologia usata per individuare la brucellosi nelle vacche.
“È un macchinario che ho preso in comodato d’uso. Si tratta di un normalissimo lettore multicard. Prende il nome da una vecchia cosa veterinaria. È utilizzato per tante cose, dipende dalla card che ci metti dentro. La macchinetta è la ASF 1000, usatissima già a maggio per i tamponi antigenici. Per esempio fu usata per la Nazionale Cantanti del Kosovo. Viene usata per individuare il virus Ebola, viene utilizzata all’aeroporto di Fiumicino. Se è autorizzato dalla Regione Lazio, mi pare strano che non possa essere autorizzato nella Regione Campania. Io mi sono basato sul Lazio. Poi parliamo di Ferragosto, quando qui in Campania non si sapeva nulla di queste cose. Io mi sono basato sugli indirizzi dati da un luminare come Franco Locatelli (presidente del Consiglio Superiore di Sanità, ndr). Per quanto riguarda l’attendibilità del test, come ha poi stabilito il Ministero, siamo tra l’80 e l’84% di attendibilità. Quindi ci sta che ci siano stati casi di falsa negatività. Ma non sono stati tanti”.

Lei esclude che ci sia stata ambiguità sulla dicitura dei tamponi antigenici e quelli molecolari?
“Assolutamente alcuna ambiguità”.
Passiamo ad uno dei casi di falsa negatività. C’è il caso di una signora molto anziana che è risultata negativa al suo tampone e poi positiva a quello del’Asl.
“Sì, si tratta di una famiglia che conosco molto bene. Ho eseguito i tamponi a tutti i componenti perché si erano esposti al contagio. Ho visitato la signora accuratamente e senza pretendere ulteriori compensi e mi sembrava che avesse una bronchite asmatica”.

Però, quando poi l’hanno chiamata per riferirle che la signora stava male (d’altronde già aveva la febbre quando lei è andato a visitarla) e le hanno spiegato che era risultata positiva al Covid, lei ha detto che le sembrava tutto strano. Non sarebbe stato meglio consigliare fin dall’inizio di recarsi in ospedale? Lei alla nipote invece ha detto di non preoccuparsi che la zia non aveva nulla. Alla fine in ospedale c’è stata un mese…
“Certo l’ho fatto per tutelare questa persona, che è molto ansiosa e non volevo che si preoccupasse per la zia”.
Ma i motivi di preoccupazione c’erano e forse sarebbe stato meglio dirlo, in modo che andasse direttamente in ospedale.
“Ma infatti io non ho mai detto che non dovesse andare in ospedale, anzi io sapevo che la signora era seguita e assistita ed ero certo che avrebbe ottenuto tutte le cure del caso, come infatti è successo. Lei mi parla dell’ospedale, non capisco quale sia il problema rispetto a quello che io ho fatto”.

Campania, la truffa dei tamponi, le intercettazioni

L’INCHIESTA DI TPI SUI TAMPONI FALSI IN CAMPANIA

1. Esclusivo TPI: “Che me ne fotte, io gli facevo il tampone già usato e gli dicevo… è negativo guagliò”. La truffa dei test falsi che ha fatto circolare migliaia di positivi in Campania
2. “Non aspettavo neanche i 20 minuti e dicevo: il tampone è negativo guagliò, tutto a posto”: le intercettazioni
3. Il documento che smaschera la banda
4. “Io truffato con un tampone falso negativo, ho scoperto alla Asl di avere il Covid”: la testimonianza
5. “Tua zia non ha niente”. Ma dopo il falso tampone in Campania Maria finisce all’ospedale
6. Chi sono i membri dell’organizzazione
7. Truffa dei tamponi falsi in Campania: la ricostruzione dell’inchiesta di TPI
8. Tamponi truffa in Campania, tutte le reazioni all’inchiesta di TPI

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