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Home » Opinioni

Un’agricoltura che produce di più, ma con meno agricoltori: è davvero questa l’Europa che vogliamo?

Immagine di copertina
Credit: AGF

La PAC post-2027 davanti a una scelta decisiva: finanziare soltanto la competitività delle imprese o costruire la resilienza dell'intero sistema agricolo europeo?

Rispetto al futuro della Politica Agricola Comune può un’agricoltura diventare sempre più produttiva e, nello stesso tempo, sempre più fragile? Leggendo l’ultimo dossier della Commissione Europea “Preparing for a Wider Union” la risposta, per quanto possa apparire paradossale, è sì. Possiamo immaginare un’Europa capace di produrre più cereali, più latte, più carne, più materie prime agricole, utilizzando tecnologie sempre più sofisticate e aziende progressivamente più grandi.

Possiamo persino registrare un miglioramento della produttività media, delle esportazioni e della competitività internazionale. Eppure, nello stesso tempo, potremmo ritrovarci con meno agricoltori, meno imprese, territori progressivamente abbandonati, filiere più concentrate e comunità rurali sempre più deboli. Avremmo un’agricoltura apparentemente più efficiente, ma un sistema agricolo meno resiliente. È questa la contraddizione che dovrebbe interrogare l’Europa mentre si prepara a ridisegnare la PAC per il periodo 2028–2034.

La produttività non è tutto

Per decenni abbiamo misurato il successo dell’agricoltura prevalentemente attraverso la capacità di produrre di più, aumentare le rese, ridurre i costi e competere sui mercati. Sono obiettivi fondamentali. Sarebbe sbagliato contrapporre la produttività alla sostenibilità o immaginare che il futuro possa essere costruito prescindendo dall’efficienza economica delle imprese. Ma un conto è misurare la competitività di una singola azienda, un altro è misurare quella di un intero sistema agricolo.

Un’impresa può diventare più competitiva attraverso economie di scala, concentrazione delle superfici, automazione e riduzione del lavoro. E può essere una scelta imprenditoriale perfettamente razionale. Ma se questo processo, ripetuto su larga scala, determina la scomparsa di migliaia di aziende, l’indebolimento delle economie locali e una crescente concentrazione della produzione, possiamo davvero concludere che l’intero sistema sia diventato più forte?

La risposta dipende quindi da ciò che scegliamo di misurare. Se guardiamo soltanto ai volumi prodotti e ai costi unitari, probabilmente sì. Se invece consideriamo anche la capacità di affrontare una crisi climatica, mantenere diversificate le produzioni, garantire la vitalità economica dei territori, preservare conoscenze e competenze e assicurare una distribuzione meno squilibrata del valore, il giudizio può cambiare radicalmente. La competitività aziendale è necessaria. Ma non è sufficiente a garantire la competitività collettiva.

Il recente documento della Commissione europea Preparing for a Wider Union, pubblicato il 6 ottobre, il capitolo 5.2, dedicato ad agricoltura e sviluppo rurale, è particolarmente importante perchè aggiunge un elemento nuovo a questa discussione. Il possibile ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea pone questioni che vanno ben oltre le dimensioni del bilancio agricolo. Parliamo di un sistema produttivo caratterizzato dalla presenza di imprese agricole di dimensioni molto elevate e da una significativa capacità produttiva, soprattutto nel settore dei seminativi. L’allargamento rappresenta una prospettiva strategica importante, anche per la stabilità politica ed economica dell’Europa. Non avrebbe senso affrontarlo contrapponendo gli agricoltori europei a quelli ucraini anche perchè sul tema delle proteine vegetali, ad esempio, importiamo soia dal brasile e potremmo decidere di pianificare le produzioni diversamente.

Il problema, quindi, è piuttosto comprendere come sistemi produttivi profondamente differenti possano convivere all’interno di un mercato comune senza trasformare le differenze strutturali in nuove disuguaglianze. Se continueremo a distribuire una parte importante del sostegno pubblico prevalentemente sulla base degli ettari, quale sarà l’effetto dell’ingresso di sistemi agricoli caratterizzati da concentrazioni fondiarie molto elevate? E allora, quale modello produttivo intendiamo incoraggiare?

L’Europa non può chiedere contemporaneamente agli agricoltori di garantire sicurezza alimentare, tutela ambientale, gestione del territorio, biodiversità e coesione sociale, per poi misurare il successo della politica agricola soltanto attraverso l’aumento delle quantità prodotte. Dovremmo finalmente riconoscere che produrre cibo e mantenere in vita un sistema agricolo diversificato non sono esattamente la stessa cosa. Entrambi sono obiettivi importanti. Ma richiedono strumenti differenti.

Il vero problema della PAC non è soltanto quanti soldi avrà

Nelle ultime settimane il dibattito europeo si è concentrato, comprensibilmente, sul futuro bilancio della PAC. La questione vera, a mio avviso, è capire che cosa vogliamo ottenere con le risorse pubbliche che investiamo?

Alan Matthews, Professore Emerito di Politica Agricola Europea, nei suoi recenti contributi sulla PAC post-2027, offre una chiave di lettura particolarmente utile. Non tutti gli obiettivi agricoli giustificano lo stesso intervento pubblico, non tutti producono il medesimo valore aggiunto europeo e, soprattutto, non tutti possono essere perseguiti efficacemente attraverso gli stessi strumenti. Un pagamento per ettaro, un investimento per l’innovazione, uno strumento mutualistico di gestione del rischio e un incentivo alla cooperazione di filiera non sono modalità intercambiabili di spendere denaro pubblico. Rispondono a problemi differenti. Eppure, troppo spesso, il dibattito sulla PAC continua a partire dagli strumenti esistenti e soltanto successivamente cerca di attribuire loro una molteplicità di obiettivi. Forse dovremmo invertire il ragionamento. Prima individuare ciò che vogliamo tutelare o trasformare. Poi comprendere quale intervento pubblico sia davvero necessario. Infine scegliere gli strumenti e il livello istituzionale più appropriato per finanziarli. La recente analisi di Matthews sul ruolo dei finanziamenti nazionali introduce inoltre una questione delicata affermando che, nella futura PAC, il sostegno effettivamente disponibile potrebbe dipendere in misura crescente non soltanto dalle decisioni europee, ma anche dalle risorse che i singoli Stati saranno capaci e disposti ad aggiungere. Il rischio per paesi come l’Italia con un deficit alto e con l’impossibilità di sforare il rapporto deficit/pil è evidente.

Una politica agricola formalmente comune potrebbe diventare progressivamente diseguale nella sua capacità finanziaria. E sarebbe un paradosso se proprio gli investimenti più necessari per innovazione, sostenibilità e resilienza finissero per dipendere maggiormente dalla capacità fiscale nazionale.

Sicuramente non dobbiamo per forza salvare tutte le aziende. Dobbiamo però evitare di perdere ciò che esse producono per la nostra società.

Qui occorre affrontare un passaggio delicato. Sostenere la diversità agricola non significa difendere ogni impresa indipendentemente dalla sua capacità di stare sul mercato. Né significa considerare la piccola dimensione automaticamente virtuosa o la grande dimensione inevitabilmente dannosa. Su questo tutti noi possiamo e dobbiamo migliorare culturalmente.

Esistono grandi aziende capaci di innovare, tutelare l’ambiente, garantire buona occupazione e costruire relazioni corrette con le comunità. Ed esistono piccole aziende che faticano a trovare una prospettiva economica sostenibile. Il punto non è scegliere fra grandi e piccoli. Il punto, casomai, è comprendere quale valore producano le diverse forme di agricoltura e quale parte di quel valore venga riconosciuta dal mercato.

Un’azienda agricola che mantiene un pascolo montano, custodisce un oliveto in un’area marginale o garantisce la continuità produttiva di un territorio non produce soltanto una merce. Contribuisce, in determinate condizioni, alla manutenzione del paesaggio, alla gestione delle risorse naturali, alla biodiversità, alla continuità delle economie locali e alla vitalità delle comunità. Questi benefici non sempre trovano una remunerazione adeguata nel prezzo di vendita. Ma attenzione però, non basta affermare che l’agricoltore svolge una funzione sociale per giustificare qualsiasi sussidio. Occorre identificare i benefici effettivamente generati, misurarli quando possibile e riconoscerli attraverso strumenti coerenti. Una PAC moderna dovrebbe essere capace di distinguere fra il sostegno necessario a correggere un fallimento del mercato e quello che rischia semplicemente di cristallizzare gli squilibri esistenti. Non si tratta di pagare gli agricoltori perché rimangano dove sono. Si tratta di creare le condizioni affinché possano continuare a produrre valore economico, ambientale e sociale.

Dalle imprese competitive alle filiere competitive

C’è poi un’altra questione che considero decisiva rispetto al tessuto produttivo agricolo nazionale. Per anni abbiamo chiesto alle imprese agricole di diventare più efficienti senza dedicarci con la stessa determinazione al funzionamento economico delle filiere nelle quali operano. Ma a cosa serve aumentare la produttività di un’azienda se il valore aggiunto viene progressivamente catturato da altri soggetti lungo la catena? Quale futuro può avere un agricoltore che riesce a produrre meglio, ma non ha un adeguato potere contrattuale, non riesce a programmare i propri investimenti e continua a essere esposto a oscillazioni dei prezzi che non può governare?

È qui che la competitività smette di essere soltanto una questione aziendale e diventa una questione di organizzazione economica. Cooperazione, aggregazione dell’offerta, contratti di filiera, trasparenza nella formazione dei prezzi, strumenti comuni di gestione del rischio e nuove relazioni tra produttori e consumatori non sono elementi accessori. Possono diventare le condizioni attraverso le quali anche aziende di dimensioni differenti partecipano a un sistema economicamente più solido. Penso, ad esempio, alla possibilità di costruire comunità del cibo nelle quali chi produce e chi consuma non si incontrino soltanto al momento dell’acquisto, ma condividano informazioni, responsabilità e una parte delle scelte che determinano il valore del prodotto.

Il consumatore non è chiamato semplicemente a pagare di più per solidarietà nei confronti dell’agricoltore. Deve poter comprendere che cosa sta acquistando, come si forma il prezzo e quale valore viene distribuito lungo la filiera. Il giusto prezzo non dovrebbe essere il risultato di un appello morale. Dovrebbe nascere da un’organizzazione economica più trasparente ed equilibrata.

Questa è una delle azioni che portiamo avanti, attraverso il nostro consorzio, che nasce senza finalità di lucro. E’ una delle sfide più interessanti dell’economia civile applicata all’agricoltura, appunto nel non limitarsi a redistribuire il valore dopo che è stato prodotto, ma modificare le relazioni attraverso le quali quel valore viene creato. Non abbiamo bisogno soltanto di un’agricoltura che produca di più. Abbiamo bisogno di un’agricoltura che permetta all’Europa di essere più forte, senza lasciare indietro i suoi territori comprese la nostre aree interne.

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