Perché si è rotto il patto generazionale
Ai ragazzi va chiesta una cosa difficile: separarsi dai vandali, organizzarsi, votare. Una generazione che rifiuta di farsi rappresentare lascia che la rappresentino gli altri, e abbiamo visto a chi conviene
Dei duecentosettantuno ragazzi identificati a Milano in due giorni di scontri, duecentoventi erano minorenni. Un dato sorprendente per alcuni, forse, assimilabile all’anagrafe di un liceo più che al profilo di un esercito nemico. Eppure lo Stato ha impiegato tre giorni per rispondere, con un decreto, l’ennesimo, il sesto in materia di sicurezza in quattro anni. Fermo preventivo esteso ai quattordicenni, un nuovo reato punito fino a cinque anni, multe ai genitori, cinquecento soldati in città e un ministro della Difesa che definisce i fatti di Milano «il frutto di quella che io chiamo guerra ibrida».
Se chi governa vede una minaccia, a noi pare di vedere un sintomo. Intendiamoci: chi ha sfondato le vetrine non protestava, al contrario saccheggiava, e pertanto va perseguito. L’ordine pubblico è la precondizione di ogni politica, non il suo contrario, e la Francia mostra da settimane cosa accade quando lo si dimentica.
Ma la confusione fra i vandali di domenica e gli studenti di venerdì è comoda per tutti, tranne che per la verità. È comoda per il Governo, che ha potuto trattare una generazione come un problema di ordine pubblico. Ed è comoda per i teppisti, che hanno preso in prestito una causa. L’onestà impone di tenerli distinti. E poi di ammettere la cosa scomoda: vengono dallo stesso posto.
Mezzo secolo fa l’economista Albert Hirschman spiegò che chi è deluso da un’istituzione ha due strade: uscirne o alzare la voce. I giovani italiani hanno preferito uscire dalle istituzioni per oltre un decennio, perlopiù in silenzio: più di mezzo milione di under 35 emigrati dal 2011, oltre un giovane su otto che non studia e non lavora, salari reali più bassi di quelli del 1990. Altri al contrario hanno scelto un’uscita più discreta, verso l’interno: ansia, ritiro sociale, autolesionismo. L’indagine dell’Istituto superiore di sanità registra un peggioramento continuo dal 2010; fra le quindicenni, più di otto su dieci accusano ogni settimana sintomi di malessere.
Nessuna di queste due fughe ha mai meritato non un decreto ma nemmeno un vertice a Palazzo Chigi. È una lezione che una generazione impara in fretta. Il perché è aritmetico ancor prima che ideologico.
In Italia gli over 65 sono ormai più del doppio degli under 15. Una democrazia conta (anche) i numeri, e le teste che contano hanno una rendita, una pensione o una casa da difendere. Non serve un complotto per spiegare perché il patto sociale si sia incrinato, basta più semplicemente un elettorato: deluso, escluso, isolato.
I ragazzi lo hanno capito prima dei loro genitori, e da una premessa giusta hanno tratto la conclusione sbagliata. «Non vogliamo un posto al tavolo di chi ci ha tolto la sedia», scrive il Movimento 17 ottobre nel suo manifesto. È una non strategia. Ma un decreto risponde a un titolo di giornale, mentre in modo più ambizioso, e complesso, una generazione chiede una politica. Con la P maiuscola. Salari d’ingresso dignitosi, affitti che non divorino uno stipendio, una scuola in cui lo psicologo non sia un lusso, una fiscalità che smetta di premiare chi possiede e punire chi lavora.
Niente di tutto questo si approva in una sera, ed è esattamente per questo che non si approva mai. Ai ragazzi va chiesta a loro volta una cosa difficile: separarsi dai vandali, organizzarsi, votare. Una generazione che rifiuta di farsi rappresentare lascia che la rappresentino gli altri, e abbiamo visto a chi conviene.
Hirschman aggiungeva che la voce è il segnale più prezioso che un’istituzione possa ricevere, perché arriva prima che sia troppo tardi. L’Italia ha appena deciso di ascoltarla con un fermo di polizia. Solo la lealtà, arrivati a questo punto, è l’unica cosa che nessun decreto potrà imporre. Tra lo Stato e la generazione che può cambiare le cose.