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Navi Pillay, un Nobel che scuote le coscienze contro le atrocità della guerra

Immagine di copertina
Foto AGF

Dallo studio del processo di Norimberga al genocidio di Gaza, passando per l'apartheid in Sudafrica: la giurista di Durban ha dedicato la vita a combattere la cultura dell'impunità

«Ho passato la vita a lottare per i diritti umani, e il lavoro non è finito». Così, in un saggio dedicato al 75esimo anniversario del Tribunale di Norimberga, il Premio Nobel per la Pace Navi Pillay richiamava il significato di un’eredità ideale che riguarda ancora il presente e che rappresenta tutta la sua vita. L’attuazione dei Principi di Norimberga, scriveva, esprime l’aspirazione dell’umanità alla giustizia e impone un impegno collettivo: superare la cultura dell’impunità e affermare la responsabilità di chi commette i crimini più gravi.

Nata a Durban il 23 settembre 1941, in una famiglia sudafricana di origine tamil indiana, Pillay conosce fin dall’infanzia le umiliazioni imposte dall’apartheid.

Suo padre guida un autobus e le possibilità di emancipazione sono limitate da un sistema che discrimina la popolazione non bianca anche nell’accesso agli spazi pubblici. L’istruzione diventa la strada per sottrarsi a quel destino.

Dopo gli studi in giurisprudenza all’Università del Natal, nel 1967 apre il proprio studio legale, prima donna a esercitare questa attività nella provincia. Difende gli oppositori del regime e denuncia gli abusi commessi contro i detenuti politici, compreso il ricorso alla tortura.

Un episodio segna in modo particolare la sua formazione: la lettura dei verbali dei processi di Norimberga. Pillay comprende che la responsabilità per le atrocità non può essere attribuita soltanto a entità astratte come gli Stati: anche le persone che esercitano il potere devono rispondere delle proprie decisioni. È un principio destinato a orientare tutta la sua carriera: la sovranità non può diventare un’immunità per chi viola i diritti fondamentali.

Nel 1995, con la fine dell’apartheid, viene nominata giudice dell’Alta Corte sudafricana, prima donna nera a ricoprire quell’incarico. Nello stesso anno entra nel Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, istituito dopo il genocidio del 1994, e ne diventa presidente nel 1999. È qui che contribuisce a una svolta nella giustizia internazionale. Nel processo contro Jean-Paul Akayesu, il Tribunale riconosce che lo stupro e altre forme di violenza sessuale possono costituire atti di genocidio quando sono commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto. La violenza contro le donne viene così riconosciuta nella sua possibile funzione di strumento di annientamento collettivo.

Dal 2003 al 2008 Pillay lavora presso la Corte Penale Internazionale, prima di assumere, nel 2008, l’incarico di Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, che mantiene fino al 2014. In quegli anni sostiene la documentazione delle violazioni nei conflitti, richiama l’attenzione sulla situazione in Siria e promuove il riconoscimento dei diritti delle persone LGBT. Insiste inoltre sulla necessità di intervenire tempestivamente davanti ai segnali di atrocità di massa, affinché la tutela dei diritti umani non rimanga subordinata alle convenienze diplomatiche.

Il suo impegno prosegue nella Commissione internazionale contro la pena di morte e, successivamente, nella giustizia internazionale. Nel 2019 viene nominata giudice ad hoc della Corte internazionale di giustizia nel procedimento promosso dal Gambia contro il Myanmar, accusato di violazioni della Convenzione sul genocidio ai danni della popolazione rohingya.

Nel 2021 assume la presidenza della “Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est, e su Israele”. È soprattutto il rapporto pubblicato il 16 settembre 2025 sulla Striscia di Gaza a collocare il suo lavoro al centro di un confronto internazionale particolarmente aspro. La Commissione ha concluso che le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno commesso e continuano a commettere atti di genocidio contro i palestinesi di Gaza.

Il linguaggio del rapporto non è quello di attivisti pro-Pal, ma di giuristi che analizzano i fatti con i bisturi del chirurgo. Il dossier documenta nel dettaglio situazioni corrispondenti ai quattro punti previsti dall’articolo 2 della Convenzione sul genocidio del 1948, ispirata dal giurista ebreo Raphael Lemkin: a) uccisioni sistematiche; b)lesioni gravi all’integrità fisica e mentale; c) sottoposizione deliberata a condizioni di vita intese a provocare la distruzione fisica, totale o parziale di un gruppo; d) misure per impedire le nascite. Per queste ultime in particolare sono stati documentati gli attacchi senza precauzione agli ospedali ginecologici, pediatrici, tra cui la clinica Al- Basam dove erano conservati 4mila embrioni congelati di coppie palestinesi. Sono state considerate inoltre le dichiarazioni pubbliche di dirigenti politici e militari israeliani come elementi rilevanti per valutare l’intento genocidario.

Il rapporto richiama così, nella loro drammatica concretezza, i discorsi di leader governativi che il diritto internazionale non può ridurre a retorica politica, perché in essi si proclama chiara la volontà di annientare una comunità protetta del diritto delle genti.

William Schabas, tra i maggiori studiosi di diritto internazionale penale, ne ha dato una valutazione netta, definendolo «detailed, comprehensive and damning»: dettagliato, completo e schiacciante. Philippe Sands lo ha descritto come un rapporto «importante e indipendente, che dovrà essere preso sul serio da chiunque lo legga, non ultimi coloro che consigliano il primo ministro e il governo israeliano».

Inutile parlare delle insulse reazioni di Benjamin Netanyahu e di Donal Trump alla notizia del conferimento del Nobel a Navi Pillay: non meritano spazio. Basta menzionare l’odioso commento del ministero degli esteri israeliano: «Joseph Goebbels sta certamente applaudendo dall’inferno». Conta piuttosto che il Comitato norvegese ha riconosciuto la vita di una donna che, dall’opposizione all’apartheid alla giustizia penale internazionale, ha contribuito ad affermare la responsabilità individuale per i crimini più gravi.

Un premio, naturalmente, non ferma le guerre e non restituisce la vita alle vittime. Non garantisce neppure che le responsabilità vengano accertate o che le sentenze siano eseguite. Può però scuotere le coscienze sopite e riportare al centro la profonda domanda di pace e di giustizia dell’intera umanità, contro ogni logica di potere.

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