Icona app
Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Banner abbonamento
Cerca
Ultimo aggiornamento ore 15:44
Immagine autore
Gambino
Immagine autore
Telese
Immagine autore
Mentana
Immagine autore
Revelli
Immagine autore
Stille
Immagine autore
Urbinati
Immagine autore
Dimassi
Immagine autore
Cavalli
Immagine autore
Antonellis
Immagine autore
Serafini
Immagine autore
Bocca
Immagine autore
Sabelli Fioretti
Immagine autore
Guida Bardi
Home » Opinioni

11 settembre, 25 anni dopo: gli Stati Uniti ricordano le vittime ma devono fare i conti con un Paese e un mondo cambiati per sempre

Immagine di copertina
Pompieri al lavoro nelle prime settimane dopo l'attentato terroristico al World Trade Center dell’11 settembre 2001 a New York, negli Stati Uniti. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

Dietro le cerimonie ufficiali, previste dal Pentagono a New York fino alla Pennsylvania per onorare le quasi tremila vittime degli attacchi del 2001, si apre un bilancio ben più complesso, fatto di guerre infinite, sorveglianza di massa e minacce ai diritti che mettono alla prova gli Usa e non solo

Gli Stati Uniti si sono fermati per un momento di raccoglimento oggi, venerdì 11 settembre, in occasione del 25esimo anniversario degli attentati che nel 2001 abbatterono le Torri Gemelle di New York, colpirono il Pentagono e fecero precipitare un aereo in Pennsylvania, provocando quasi tremila morti e circa 25mila feriti e aprendo una stagione di guerre, sorveglianza di massa e trasformazioni politiche che pesano ancora oggi sugli Usa e sul resto del mondo. Un terzo dei cittadini statunitensi non era ancora nato quando il primo aereo colpì il World Trade Center, eppure tuttora quasi la metà degli adulti americani considera l’11 settembre, secondo un recente sondaggio Ipsos, l’evento storico più significativo della propria esistenza.

Cerimonie e polemiche
A Washington, Donald Trump ha partecipato alla cerimonia del Pentagono, dopo aver detto nei giorni scorsi che nella storia esistono pochi momenti capaci di dividere il tempo in un prima e un dopo. Il vicepresidente JD Vance era invece atteso al memoriale nazionale di New York, mentre altri membri del governo si sono recati in Pennsylvania, al monumento dedicato al volo 93. A Ground Zero, dove per tradizione i familiari delle vittime si riuniscono per leggere i nomi dei propri cari senza discorsi politici, quest’anno è stato introdotto per la prima volta un momento di silenzio per chi si è ammalato, o in alcuni casi è morto di cancro, a causa dell’esposizione alle polveri tossiche liberate dal crollo delle Torri.
Non mancano però le tensioni politiche. Il sindaco di New York Zohran Mamdani, primo musulmano a ricoprire la carica in città, è finito sotto accusa da parte dell’ex governatore repubblicano George Pataki e dell’ex primo cittadino Rudy Giuliani per la sua intenzione di partecipare alla cerimonia di Ground Zero, come hanno sempre fatto anche i suoi predecessori. Da parte sua, Mamdani ha risposto di voler dedicare la giornata alle famiglie delle vittime e ai soccorritori, definendo gli attentati un “orribile atto di terrorismo”.
Intanto il presidente Trump è finito al centro delle polemiche dopo aver sostenuto in un comizio di essere stato allontanato dalle macerie da due vigili del fuoco, facendo intendere di essere stato presente sul luogo degli attacchi nel giorno dell’attentato. “Non lo dimenticherò mai… pensavamo che ci stesse crollando addosso e due pompieri, due tipi grossi e forti – e non sono certo un tipo esile – mi hanno afferrato sotto le braccia e mi hanno detto: ‘Dobbiamo uscire di qui’, e mi hanno letteralmente sollevato”, ha detto durante una manifestazione tenuta l’8 settembre. Ma le polemiche nate successivamente hanno costretto l’inquilino della Casa bianca a una smentita sui social. “Beh, non credo di essere la prima cosa a cui penserebbero le persone, ma ero lì, ovviamente non il giorno stesso del crollo, ma poco dopo, con un folto gruppo di operai edili”, ha chiarito su Truth, senza riuscire a smorzare le polemiche.

Il bilancio della guerra al terrore
Il risultato più immediato degli attentati fu il lancio della fallimentare guerra globale al terrorismo, con l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan, il conflitto più lungo mai combattuto da Washington, e una rete di prigioni segrete della Cia dove i sospetti venivano detenuti e sottoposti a interrogatori e torture. I raid Usa eliminarono il fondatore di al-Qaeda, Osama bin Laden, soltanto nel 2011, ma il presunto mandante degli attentati, Khalid Sheikh Mohammed, attende ancora un processo a 23 anni dalla cattura. Gli attacchi cambiarono i viaggi aerei, portarono nuovi poteri di sorveglianza, nuove regole bancarie e la nascita del dipartimento per la Sicurezza Interna, ben più noto per le retate anti-migranti che per la lotta al terrorismo sotto la seconda presidenza Trump, oltre a una nuova “cultura” della vigilanza affidata alle denunce dei cittadini. È emblematica, in questo senso, la campagna basata sullo slogan “Se vedi qualcosa, dì qualcosa”.
Il conto, comunque, è stato salatissimo. Secondo il Costs of War Project della Brown University, oltre 7mila militari americani sono morti in azione, 53mila sono rimasti feriti e più di 30mila si sono tolti la vita. Le guerre hanno aggiunto 8mila miliardi di dollari al debito pubblico statunitense, contando i 5.800 miliardi spesi nei primi due decenni del Millennio e almeno altri 2.200 miliardi da preventivare entro il 2050 per mezzo milione di reduci tornati dal fronte con ferite, traumi o sindromi da stress post-traumatico. Un debito che dovranno ripagare anche i giovani non ancora nati durante gli attentati.
A pagare il prezzo più alto, però, sono stati i civili stranieri. Quasi 940mila, secondo la stessa analisi della Brown University, sono morti direttamente a causa delle guerre scatenate da George W. Bush e poi proseguite dai suoi successori e almeno 3,6 milioni sono stati uccisi da malattie, malnutrizione e altre cause indirette di questi conflitti. Numeri a cui vanno aggiunti oltre 38 milioni di sfollati in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Yemen, Somalia, Filippine, Libia e Siria per le guerra scoppiate dopo l’11 settembre 2001. Il tutto solo per riconsegnare Kabul ai talebani e il governo dell’Iraq ai principali alleati dell’Iran, che ha potuto approfittarne per costruire quella rete di alleanze arrivata fino al Mediterraneo e al Mar Rosso, contro cui gli Stati Uniti e i loro alleati combattono oggi.
Tutta questa violenza non ha infatti prodotto una vittoria come dopo gli attacchi del Giappone a Pearl Harbor del 1941, a cui gli attentati furono allora spesso paragonati, perché gli obiettivi posti dalla Casa bianca superavano di gran lunga ciò che persino la superpotenza statunitense poteva realizzare, complice la propaganda sulla volontà di esportare la democrazia.

Un’eredità avvelenata
Al contrario l’islamofobia, alimentata anche dalla detenzione di almeno 1.200 uomini musulmani nei mesi successivi agli attacchi dell’11 settembre, si è via via saldata con il sentimento anti-immigrazione già presente nella cultura statunitense e non solo, contribuendo, complice l’inasprimento delle disuguaglianze sociali favorito dalle crisi economiche e dalla pandemia, a mettere a rischio le tutele democratiche proprio in quei Paesi che avrebbero dovuto esportare un modello di difesa dei diritti umani e dei cittadini, caduti invece preda della polarizzazione e dell’odio.
Un’eredità che ha trovato il suo sbocco decisivo nella campagna elettorale di Donald Trump del 2016 e nel divieto d’ingresso ai cittadini provenienti da alcuni Paesi musulmani varato solo una settimana dopo il suo primo insediamento. Durante il suo secondo mandato, invece, l’amministrazione si è spinta ancora più in là, invocando una legge del 1798 contro presunti membri della gang venezuelana Tren de Aragua, aprendo in Florida un centro per migranti ribattezzato “Alligator Alcatraz”, poi chiuso per ordine di un giudice, e iniziando a inviare alcuni detenuti persino a Guantanamo.
In questo periodo, il bilancio dell’Immigration & Customs Enforcement, agenzia nata dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, è salito da 3,3 a quasi 29 miliardi di dollari, mentre gli agenti armati in forza al corpo sono passati da 3mila a 22mila. Nel 2025, inoltre, un memorandum sulla sicurezza nazionale è arrivato a classificare un movimento come Antifa quale “minaccia terroristica interna”, sebbene gli stessi funzionari dell’amministrazione statunitense, come l’ex segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem e il direttore delle operazioni del FBI Michael Glasheen, non siano stati in grado di spiegare al Congresso di Washington che prove abbiano dell’esistenza di un’organizzazione simile, quale sia la sua struttura o chi ne faccia parte.
Insomma, l’allargamento incontrollato del potere dell’esecutivo negli Usa potrebbe rappresentare l’eredità più scomoda di questi 25 anni, con un’infrastruttura di sorveglianza nata contro i nemici esterni e trasformatasi in uno strumento per la caccia ai migranti, che oggi rischia di colpire gli oppositori interni. Una lezione che non vale solo per gli Stati Uniti.

Ti potrebbe interessare
Opinioni / Il Patto della Mecca e il nuovo ordine mondiale
Opinioni / L’enigma del centrodestra si chiama Vannacci (di S. Mentana)
Opinioni / Il ghiacciaio non guarda i confini (di Olivia Ninotti)
Ti potrebbe interessare
Opinioni / Il Patto della Mecca e il nuovo ordine mondiale
Opinioni / L’enigma del centrodestra si chiama Vannacci (di S. Mentana)
Opinioni / Il ghiacciaio non guarda i confini (di Olivia Ninotti)
Ambiente / È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Da oggi potete acquistare la copia digitale
Economia / Mps: tutti i punti deboli del piano di Lovaglio contro Intesa
Opinioni / La società dell'Io (di G. Gambino)
Cronaca / Essere madri oggi, in un Paese che non ci vede
Cronaca / Scegliere la semplicità è un atto di resistenza
Cronaca / Questo modello di vita ci ha resi soli. Ma è ancora possibile vivere in modo diverso
Opinioni / La trappola dell’indipendenza personale (di S. Mentana)