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Mps: tutti i punti deboli del piano di Lovaglio contro Intesa

Immagine di copertina
Palazzo Salimbeni, la sede storica del Monte dei Paschi a Siena. Foto AGF

La complessità di una fusione a quattro, le condizioni poco attraenti per le società preda (che infatti hanno reagito con freddezza) e il nodo della passivity rule a Siena. Ecco perché la strategia dell'amministratore delegato ha scarse probabilità di successo

Una geniale azione di contropiede o una disperata mission impossible? La doppia Ops (Offerta pubblica di scambio) lanciata dal Montepaschi di Siena su Banco Bpm e Banca Generali può essere interpretata all’interno di questi due opposti estremi.

L’amministratore delegato Luigi Lovaglio ha colto il mercato di sorpresa, lo scorso 19 agosto, quando la sua strategia per sfuggire alla “scalata” di Intesa Sanpaolo è trapelata sulla stampa.

Che il piano sia ardito è indiscutibile: Mps, un istituto da circa 36 miliardi di euro di capitalizzazione, dovrebbe condurre in porto una duplice operazione di scambio da complessivi 34 miliardi, dando vita al secondo gruppo bancario italiano per prestiti alla clientela. Un gruppo che – grazie anche al passe-partout di Mediobanca (acquisita un anno fa da Rocca Salimbeni) e alla relativa partecipazione in Assicurazioni Generali – sarebbe forte sia sul credito sia sulla gestione del risparmio.

Il Governo italiano osserva con favore: “Mi auguro che dalle dinamiche di mercato emerga un sistema più concorrenziale e che Mps non finisca smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità”, ha commentato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un’intervista a Milano Finanza. Da circa due anni il Ministero dell’Economia non è più il principale azionista del Montepaschi, ma conserva ancora poco meno del 5% delle quote e tifa (più o meno palesemente) contro l’Opas lanciata a giugno da Intesa Sanpaolo in tandem con Bper. Anche sul fronte dell’opposizione c’è chi sostiene il tentativo di Lovaglio: in particolare gli esponenti toscani del Partito democratico, spaventati dall’idea che Mps possa perdere il proprio radicamento territoriale.

I mercati, però, sono di tutt’altro avviso. Piazza Affari ha reagito con freddezza all’annuncio delle due Ops parallele da parte di Siena, mentre il Financial Times ha bocciato in partenza il disegno di Lovaglio, definendolo senza giri di parole “completamente folle”.

In effetti, la strategia di contrattacco predisposta dall’amministratore delegato si profila a dir poco proibitiva. Integrare fra loro tre gruppi finanziari – e quindi tre compagini azionarie, tre management, tre infrastrutture di sportello e di prodotto, tre diverse culture aziendali – è un’impresa titanica. Che diventa ancor più complessa se si considera che l’operazione va estesa a un quarto attore, Mediobanca, che Mps ha acquisito da poco. Un processo di fusione a quattro è qualcosa che ha pochi precedenti nella storia recente del credito.

Anche il modo in cui è stata congegnata la controffensiva lascia qualche perplessità. A cominciare dal “premio zero” previsto per lo scambio di azioni con i soci del Banco Bpm. Perché Crédit Agricole, che detiene la maggioranza relativa dell’istituto lombardo, dovrebbe scommettere sul piano del Montepaschi senza riscuoterne un vantaggio nell’immediato?

La possibile diffidenza degli azionisti coinvolti nelle Ops rappresenta l’ostacolo principale, per Lovaglio. Anche perché le prime reazioni dei consigli d’amministrazione coinvolti sono state tutt’altro che entusiaste: sia il board del Popolare sia quello di Banca Generali , nel prendere atto dell’Offerta partita da Siena, hanno voluto precisare che l’operazione “non è stata preventivamente concordata” con Trieste.

Per giunta, dopo l’Opas avanzata da Intesa Sanpaolo, Mps è entrata in regime di “passivity rule”: ciò significa che per procedere con le due offerte parallele su Banco Bpm e Banca Generali servono almeno i due terzi dei voti degli azionisti di Siena. Il ché non è affatto scontato dopo le divisioni che hanno segnato l’ultima assemblea.

Sullo sfondo, fra l’altro, pende l’inchiesta della Procura di Milano sulla scalata del Montepaschi a Mediobanca, che vede Lovaglio indagato per aggiotaggio e ostacolo alle autorità di vigilanza insieme a Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri, presidente di Delfin, due figure di primo piano nell’azionariato di Rocca Salimbeni.

Secondo il Financial Times, l’amministratore delegato rischia l’effetto boomerang: il tentativo di sfuggire a Intesa Sanpaolo appare talmente azzardato che potrebbe finire per convincere i soci di Mps a cedere al corteggiamento di Ca’ de Sass, percepito come meno avventuroso.

Complessivamente, insomma, il contropiede orchestrato da Lovaglio sconta diversi punti deboli che sembrano giustificare lo scetticismo generale espresso fin qui dai mercati. Ora non resta che attendere i prossimi sviluppi della vicenda. Con una data cerchiata in rosso sul calendario: 29 ottobre. Quel giorno si riunirà l’assemblea degli azionisti del Montepaschi. E sapremo se Lovaglio può contare almeno sul sostegno dei suoi.

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