La società dell’Io (di G. Gambino)
È iniziata l’era dell’io-centrismo. Un tempo la sfida di una società era tenere insieme la folla; oggi è tenere insieme gli individui che dalla folla si sono liberati
C’è un numero che, più di molti altri, racconta com’è mutata la nostra società. In Italia, dal 2021, ci sono più persone che vivono da sole che coppie con figli. Non è solo un tema di denatalità. È il punto di arrivo di una lunga marcia, quella che ha portato la società di massa del Novecento a disgregarsi nella sua unità minima, l’individuo.
Il singolo al di sopra di ogni altra sfera collettiva. Oggi il 37,1 per cento delle famiglie italiane è composto da una persona sola; vent’anni fa era il 25,9. Con una proiezione che si attesta al 41 per cento entro il 2050. Stiamo diventando, letteralmente, una società dell’Io.
La solitudine contemporanea non nasce però da una carestia di possibilità. Al contrario, deriva dalla loro abbondanza. Pensateci: siamo con ogni probabilità la generazione più libera che il nostro Paese abbia conosciuto sin qui. Liberi di non sposarci, di non riprodurci, di cambiare città, lavoro e legami con una disinvoltura che alle precedenti generazioni sarebbe parsa vertiginosa.
Il punto è ciò che resta quando tutti quei vincoli non ci sono più. E ciò che resta è un paradosso. Siamo iperconnessi ma chiusi su noi stessi: abbiamo mille contatti e pochi veri amici, parliamo con chiunque e non ci confidiamo con nessuno. La tecnologia che prometteva di avvicinarci ha reso l’intimità un lusso. E se i più giovani affogano negli schermi, milioni di anziani ne restano esclusi, smarriti davanti a uno SPID che non è stato pensato per loro. Due solitudini opposte, generate dalla stessa rivoluzione.
L’Io è diventato il centro di gravità di tutto. È l’era dell’io-centrismo. Che, come ogni centro, esercita una forza tale da tenere lontano il resto. Dunque, se la solitudine è una condizione di massa con effetti misurabili sulla salute, tanto che l’Oms la associa a centinaia di migliaia di morti l’anno, perché la trattiamo ancora come un affare privato?
Regno Unito, Giappone e altri Paesi hanno varato politiche sociali per mitigare gli effetti della solitudine. L’Italia, che invecchia e si isola più in fretta di quasi tutti, non ha nulla di simile. È un vuoto non più giustificabile. Eppure c’è chi, dalla stessa crisi, prova a ricavare una via d’uscita: famiglie che scelgono di rallentare, comunità che tentano di rendere di nuovo abitabile ciò che avevamo smesso di abitare.
A guardar bene, non è solo nostalgia ma il sospetto, sempre più diffuso, che la libertà assoluta di ciascuno non basti a costruire una vita buona. E che l’Altro resti in fondo la sola tecnologia relazionale che funziona davvero.
Un tempo la sfida di una società era tenere insieme la folla; oggi è tenere insieme gli individui che dalla folla si sono liberati. La società dell’Io esiste già. Sta a noi decidere se sarà anche una società.