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L’ipocrisia della Uefa: si scandalizza per la Superlega ma da anni cavalca il calcio business

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Illustrazione di Emanuele Fucecchi

“Il calcio è salvo”, urlano gli ingenui. “La Superlega è morta”. Come se la Superlega, nauseante progetto aristocratico, fosse la malattia del “business che rotola” e non uno dei suoi naturali effetti. Sì, naturali. Che i sepolcri imbiancati dell’Uefa, bramosi di denaro e potere tanto quanto i promotori della Superlega dei campioni (molti dei quali campioni, sì, ma di debiti), parlino del “calcio che appartiene ai tifosi” fa ridere i polli.

Fino a ieri erano uomini d’affari senza scrupoli, ma oggi fanno i romantici. Fino a ieri il “calcio moderno” andava bene, oggi che a rischio ci sono i loro guadagni si tolgono i completi firmati e indossano maglie di lana anni ’70 sporche di fango. Ipocriti!

Il calcio, l’unico sport che assomiglia alla religione, è malato da tempo. “En qué se parece el fútbol a Dios?”, si domandava Eduardo Galeano (“in cosa il calcio assomiglia a Dio?”, ndr). “En la devoción que le tienen muchos creyentes y en la desconfianza que le tienen muchos intelectuales”. Verissimo: devozione da parte di miliardi di persone e puzza sotto il naso di molti intellettuali. Quegli intellettuali sempre pronti a stracciarsi le vesti quando c’è una scazzottata in curva (sia chiaro, io detesto gli scontri) ma pavidamente silenti di fronte ai reati finanziari, ai trucchi di bilancio, allo sperpero di denaro che caratterizza i padroni del pallone che poi, in tutto il mondo, sono spesso padroni di molto altro, dalle banche alle TV, passando dalle autostrade ai giornali.

Il calcio si è ammalato quando si è deciso di accettare stipendi immorali. Il calcio si è ammalato quando si è scelto di giustificare i trucchetti delle plusvalenze. Robe da furbi per qualcuno. Oscenità per chi crede nell’etica.

Il calcio si è ammalato quando si è accettato che, nel campionato italiano, i calciatori italiani siano minoranza. Il calcio si è ammalato quando il capitalismo finanziario ha fatto irruzione.

Oggi si parla di JP Morgan, banca d’affari tra le più grandi al mondo, disposta a finanziare la Superlega con una pioggia di miliardi che avrebbe permesso a molti top club di appianare i propri debiti. JP Morgan fu la banca che pubblicò nel maggio del 2013 un documento critico verso le costituzioni europee nate dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Costituzioni troppo soggette, secondo i banchieri newyorkesi, ad “idee socialiste” tra le quali “la tutela dei diritti dei lavoratori”.

È giusto ricordarlo, ancor di più fino a quando la commistione tra politica, sport e finanza non verrà contrastata per legge. Ma fino a ieri calcio e banche non erano legati? Tra i principali sponsor della Uefa Champions League c’è, d’altronde, Banco Santander, quella banca che rifilò il pacco Antonveneta al Monte dei Paschi dando il la alla tragedia senese pagata con i soldi nostri.

Come dimenticare poi la “mescolanza” tra banche e calcio nel bel Paese. Do you remember Capitalia? Il calcio è marcio da tempo. Lo è da quando la “massoneria” dei procuratori detta legge o da quando i morti in Qatar hanno smesso di indignare.

Il 2 marzo scorso il Guardian ha pubblicato un’inchiesta sui lavoratori che hanno perso la vita nei cantieri in Qatar, paese che ospiterà i mondiali del 2022. Il Guardian ne ha calcolati oltre 6.500. Tutti migranti provenienti da India, Bangladesh, Pakistan, Nepal e Sri Lanka. Pare, tuttavia, che la cifra possa essere più alta. Non sono stati calcolati, infatti, i decessi degli ultimi mesi, nonché migranti morti provenienti da altri Paesi.

C’è chi ritiene che da qui alla cerimonia di apertura del mondiale, i morti potrebbero salire ad un numero sconvolgente: 14.000. Più o meno gli spettatori che trovavano posto tra gli spalti del vecchio Filadelfia di Torino, a proposito di romanticismo. Qualcuno ha letto prese di posizioni da parte della Uefa al riguardo? Magari i soliti moniti. Ma non certo parole dure come quelle pronunciate contro la Superlega.

Gli affari contano più dei diritti umani, e questo, ahimè, riguarda anche il calcio. E questo avviene anche dalle nostre parti. Le edizioni della Supercoppa del 2018 e del 2019, d’altro canto, sono state disputate la prima a Gedda, la seconda a Riad. Arabia Saudita, per intenderci, paese tanto caro a Renzi e a chi reputa le libertà negate, danni collaterali del capitalismo mondiale.

Ora per ripulire il gioco che più assomiglia alla religione – sempre Galeano ricorda che “ci sono alcuni paesi e villaggi del Brasile che non hanno una chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo di calcio” – si può far qualcosa. Sia in Parlamento che in casa propria. E lo si deve fare alla svelta, prima che il paziente moribondo muoia definitivamente.

Si possono aggravare i reati finanziari, si può e si deve approvare una legge sul conflitto di interessi per limitare il potere “politico” delle banche su tutto lo scibile umano. Si può introdurre un tetto agli stipendi nonché agli stranieri in campo, questo per rilanciare i vivai in crisi. L’etica passa anche da qui. Ognuno, poi, sceglierà cosa sia meglio fare in casa propria con i propri figli.

Noi spegniamo la tv e portiamo i bimbi al parco appena possibile. Io mi assicuro che nel portabagagli, oltre alla ruota di scorta, ci sia il pallone. Con la scusa di far giocare mio figlio torno a giocare io. E ripenso ai campetti di periferia, a quanto era bello aspettare 90° minuto, ai panini con la frittata, ai bruscolini e a quel goal di Fiorini. Sebbene non abbia la fortuna di vederlo dal vivo, quel goal mi emoziona più dello scudetto del 2000 e non vedo l’ora di raccontarlo a mio figlio come mio papà l’ha raccontato a me.

P.S. Ad ogni modo facciamo tutti i complimenti ad Andrea Agnelli che ha allestito una squadra favolosa capace di vincere in 48 ore la Superlega eliminando tutti gli avversari. E chi non lo riconosce ha un bidone della spazzatura al posto del cuore.

Leggi anche: 1. Il fallimento della Superlega: senza il consenso gli affaristi e gli speculatori restano a bocca asciutta (di Luca Telese) / 2. La bolla del calcio è esplosa: la Superlega non era avidità, ma paura di fallire

Tutti gli articoli di Alessandro Di Battista su TPI

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