Scuola, i banchi di Azzolina e la gaffe di Arcuri. Ma basterebbe una deroga del Cts

Di Luca Telese
Pubblicato il 25 Lug. 2020 alle 16:31 Aggiornato il 25 Lug. 2020 alle 16:33
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Immagine di copertina
La ministra Azzolina si siede sul banco monoposto con le rotelle, ospite su La7 a "In Onda"

Metterebbe la mano sul fuoco sul fatto che il commissario Arcuri le comprerà i banchi di cui ha bisogno entro settembre? Lucia Azzolina collauda i nuovi monoposto, fa una pausa, e poi risponde scandendo le parole: “Io DEVO avere fiducia in Arcuri, non crede?”. In questo imperativo e in questo dubitativo (che curiosamente viaggiano in coppia), nella risposta cruciale della giornata, c’è la chiave del problema di una intera tormentatissima stagione. In questa frase c’è la risposta sospesa (per ora) all’enigma di 2,5 milioni di banchi ordinati dalle scuole, ma in realtà ancora tutti da costruire.

Il preludio di questa sfida finale (che potrebbe terminare con qualche vittima in campo) è noto: il ministero della Pubblica Istruzione ha emanato un mese fa le nuove linee guida dopo la pandemia immaginando una scuola rinnovata, dove – cogliendo l’occasione dell’investimento sanitario – si approfitta per rottamare linee di arredo obsolete e immaginare nuovi moduli didattici intorno al nuovo banco monoposto (più comunemente definito “trottola” o “girello” nei meme che già furoreggiano in rete). Ma a questi nuovi banchi, appena vengono annunciati, il ministro, rischia subito di essere impiccato: qualcuno li contesta in linea di principio, qualcuno perché non gli piacciono, qualcun altro perché dice che costano troppo, qualcuno perché è conservatore di natura (come se i vecchi orrori degli anni Ottanta in plastica e formica fossero belli).

Così la Azzolina, appena registra questo umore incerto, ordina i banchi al super commissario Arcuri, che ha il compito di reperirli, con un massimale alto (tre milioni di pezzi). Subito dopo lancia un censimento di dettaglio tra i dirigenti scolastici per appurare il fabbisogno esatto di cui ha bisogno. In questo percorso fatto di rilanci, il caso-banchi si carica subito di un significato simbolico enorme, che li trasfigura da semplice arredo ad accessorio vitale per riaprire le scuole. Si dice che solo grazie ai “monoposto” sarebbe possibile rispettare le cosiddette “rime buccali” (ovvero le distanze minime da bocca a bocca).

Si inizia a ragionare su come dividere le classi e gli arredi, misurando in metri “statici” e in metri “dinamici”. Iniziano a parlare i produttori italiani del settore: impossibile – avvertono – costruire i banchi in così poco tempo, per giunta nel periodo estivo, con Ferragosto di mezzo, e montagne di consegne da realizzare da un capo all’altro del paese: “Sarebbe necessario realizzare in un solo mese – aggiungono – la produzione di cinque anni di normale attività”. Effettivamente un po’ troppo.

Ma il supercommissario Arcuri risponde subito, e anche con piglio spavaldo: “Nessun problema. Stiamo preparando una gara europea”. Come dire: quello che gli italiani non riusciranno a costruire sarà reperito fuori dall’Italia. Intanto la Azzolina conclude il suo censimento, e guardando i risultati si scopre che aveva fatto bene a farlo in fretta. Le risposte delle scuole, infatti, sono inferiori alla prima stima, e rispecchiano lo stato d’animo di cui abbiamo parlato: il fabbisogno che emerge da questo referendum è di 2 milioni di banchi di tipo tradizionale e 400.000 di nuova concezione.

Questo in teoria rende meno arduo il compito di Arcuri e della sua gara. Ma i problemi sono solo iniziati. Però, iniziando a fare di conto su questo fabbisogno, si scopre che in ogni caso lo stock necessario alla produzione richiede delle cifre mostruose. Per fare due milioni di banchi servono – solo per avere un’idea – duemila tir di materie prima, da ordinare, lavorare, e successivamente girare alle scuole in forma di prodotto finito, con un nuovo trasporto (stavolta capillare).

Fare tutto questo in poco più di trenta giorni, in Italia, è evidentemente molto complicato. Ma è anche difficile che possano trovarsi stoccati all’estero riserve tali da assorbire una tale domanda senza supplementi produttivi. E questo per un motivo molto semplice: nessuno in questo settore ha spazi di immagazzinamento così grandi, e gli ordini grossi vengono evasi “on demand”. Ma soprattutto: mentre l’idea della Azzolina era quella di riempire di commesse un settore nazionale in crisi, se il fattore tempo impone il rifornimento estero a cui pensa Arcuri, l’effetto Pil sulla domanda interna svanisce.

Non solo: nel bando di gara si scopre che il commissario ha inserito una “clausola qualità” sui potenziali produttori che tuttavia rischia di diventare “capestro”. Infatti per partecipare alla gara – spiega a Il Foglio uno dei principali mobilieri scolastici italiani – è necessario “aver prodotto nei tre anni precedenti almeno il doppio dei quantitativi offerti”. Domanda: quanti in Italia hanno questi requisito quantitativo? Risposta: “Nessuno”. Se non altro perché nessuno, prima d’ora, in un mercato controllato come quello scolastico, ha mai superato i 400mila banchi. Un bel problema.

Morale della favola. Bisognerebbe augurarsi che in realtà nulla vada come si augura il super commissario, perché altrimenti sarà molto difficile rispettare la scadenza del 14 settembre: sarebbe saggio e giusto – piuttosto – che il Comitato tecnico scientifico derogasse alle norme anti-virus pensate due mesi fa (in uno scenario tutto diverso) e che i nuovi banchi venissero prodotti tutti in Italia, e magari in cinque anni (come è possibile che sia), facendo insieme la fortuna delle imprese nazionali, del Pil, e della scuola italiana. Bisognerebbe che il diritto costituzionale all’istruzione fosse considerato un bene primario.

Nel nostro Paese invece, è noto, non sempre le cose vanno come dovrebbero andare. In questo caso – a mio avviso – il risultato più utile sarebbe quello che le istituzioni non vorrebbero raggiungere: meglio avere banchi di nuova generazione, aspettando il tempo necessario a produrli, che comprare subito e male con il ricatto del distanziamento sociale di classe che pende sulla testa degli studenti e dei professori.

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