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La forza delle sardine era la loro innocenza. Ma ora la stanno perdendo (di M. Revelli)

Di Marco Revelli
Pubblicato il 21 Feb. 2020 alle 18:00 Aggiornato il 21 Feb. 2020 alle 18:03
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Sono state il fatto più importante dell’ultima stagione politica. L’innovazione più interessante nel desolante quadro italiano. L’ostacolo inatteso a una marcia della peggiore destra che sembrava e si considerava inarrestabile. Intendo “le Sardine”. Si sono conquistate un lemma nel vocabolario Treccani, dove accanto all’accezione zoologica (“Pesce teleosteo marino della famiglia clupeidi”) da poco più di un mese compare anche quella politica: “chi aderisce a un movimento auto-organizzato che si contrappone al populismo e al sovranismo”.

Forse meriterebbero una copertina di Time, dopo che l’autorevole rivista americana, nel settembre del ’18, l’aveva concessa a Matteo Salvini definito “l’uomo più temuto d’Europa” e “lo zar dell’immigrazione”, dal momento che sono loro che alla fine, l’anno dopo, gli hanno inferto un sonoro schiaffone. E l’hanno relegato, almeno per ora, nelle pagine interne.

Ma “chi sono”, le Sardine? O forse meglio “cosa sono”? Per quanto mi riguarda, le Sardine sono le piazze d’inverno. Piazza Maggiore di Bologna, in primis, e quei 6.000 attesi che sono diventati in realtà più del doppio, mostrando a tutti che “si può”. Piazza Maggiore a Bologna, all’inizio. E Piazza San Giovanni alla fine, con in mezzo le altre cento che si sono materializzate si direbbe “dal nulla”.

Le sardine (con la “s” minuscola) sono le decine e decine di migliaia di persone che sono uscite di casa e dall’ombra, e si sono messe in piazza, per incontrarsi, contarsi, vedersi e farsi vedere nella loro compatta presenza. Sono loro il “fenomeno”. Sono la moltitudine che ha preso forma e parola, diventando fatto politico prima che “soggetto politico”.

Poi certo ci sono “i quattro, sconosciuti trentenni bolognesi”, come si legge nella Treccani, che hanno avuto l’idea – geniale – di convocare il primo flash mob “al grido di ‘Bologna non si Lega’ e ‘l’Emilia Romagna non abbocca’”. “Andrea, Giulia, Mattia e Roberto, i quattro amici, poco più che trentenni, e ‘insonni’, come si definiscono”. Sono stati il catalizzatore (per usare un termine da laboratorio) che ha innescato la reazione chimica che tutti abbiamo visto.

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Ma, appunto, sarebbe un errore scambiare il primo per la seconda. Fare dell’innesco la bomba. O confondere lo starter con la gara. Sarebbe un po’ come guardare il proverbiale dito anziché la luna. E la luna, in questo caso è stata la mobilitazione straordinaria – e lo ripeto, inattesa – che aspettava solo quel segnale per manifestarsi (e manifestare). Una “cosa” che stava già tutta sotto traccia, in forma di bisogno, o di desiderio, per molti versi di urgenza, ma che aveva bisogno di un segnale per esprimersi, di un novum (nel linguaggio, negli attori, nello stile più che nel contenuto) che funzionasse da “chiamata”.

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Non l’hanno creata i “chiamanti” quella cosa, l’hanno liberata. Ma la sua forza sta nella miriade di percorsi individuali, di piccoli gruppi, di famiglie e amicizie che sono confluite nei contenitori pubblici per eccellenza, e cioè le piazze.

Proprio per queste ragioni considero sbagliata, distorcente, nei fatti ostile l’operazione di riduzione delle “Sardine” alla loro presunta leadership. Un’opera, appunto, di riduzionismo, esercitata su un fenomeno che non può, per sua natura, essere ridotto. Se non altro per la ragione che la sua sostanza, il suo potenziale creativo, sta nel “già fatto”. Nell’”esserci stato”. Non nella sua ripetitività seriale. O nelle sue intenzioni future (quel futuro si darà, se sarà il caso, non sarà dato da qualcuno che se ne fa portavoce).

Solo il potere di contaminazione del sistema mediatico – il suo bisogno ossessivo e patologico di personalizzazione e individualizzazione per poter fare “racconto”, la sua incapacità di misurarsi con la complessità del reale – può spiegare questa regressione pressoché istantanea, che ha portato a identificare quel “popolo in piazza” con un piccolo gruppo di parlanti in tv o sui social. Ribaltandone sulla moltitudine i (numerosi, purtroppo) errori commessi per ingenuità, impreparazione, superficialità, montamento di testa, seduzione subita, ecc.

L’affaire Benetton-Toscani in primis. L’infelice “discesa” napoletana. Qualche voce dal sen fuggita all’onnipresente Mattia. Una serie di “convocazioni” in forma ripetitiva finite in mezzi flop… Errori inevitabili, forse, vista la natura del fenomeno, la sua connotazione generazionale e la biografia dei protagonisti. Ma che quello stesso sistema mediatico che li ha prodotti non ha mancato di ribaltare, in forma di capi d’accusa, sull’intero fenomeno delle “sardine”, per ridimensionarne il valore, declassarne i partecipanti, omologarne verso il basso il significato, come ennesimo esempio di atto mancato, e di aspettativa tradita.

Eppure era partito bene Mattia Sartori quando, il 16 novembre, poco dopo il successo bolognese, aveva dichiarato al Corriere della Sera: “Le “sardine” sono l’argine alla deriva populista che in questo momento cerca di conquistare la nostra regione. Il nostro orizzonte per ora non va oltre”. E quando, insieme ai tre amici, aveva promesso di non voler dar vita a un nuovo partito o a cose del genere. Su queste pagine avevo scritto, in lode delle sardine, che la forza di quella chiamata stava nell’“innocenza” dei chiamanti: nel fatto che non portavano, nella loro biografia, nessuna colpa per gli errori commessi dalla politica nei decenni precedenti. Che non avevano cicatrici sulla loro pelle, contrariamente a pressoché tutti gli altri. Per questo erano credibili, come catalizzatori, appunto, della mobilitazione dei delusi.

Ora, è giusto dire, anche, che quell’”innocenza” può essere perduta molto rapidamente. Se prevalesse il meccanismo mediatico della costituzione in leadership delle figure erette a loro simbolo, l’innocenza delle sardine andrebbe perduta alla velocità della luce. Allo stesso modo è forse opportuno ricordare che quella mobilitazione rispondeva a uno stato di emergenza: era così partecipata perché si avvertiva l’eccezionalità della sfida e l’urgenza del momento.

Il “miracolo di Bologna” si deve a quel sentimento. Se la mobilitazione si trasformasse in routine, se i flash mob si ripetessero ritualmente in modo seriale, tutta la forza di quel fenomeno andrebbe perduta. I segnali d’allarme ci sono già tutti. E sarebbe davvero un peccato se si dovesse dire, domani, di loro: “così fan tutti”. Saremmo tutti più indifesi.

Morale [da “prediche inutili”]: se le disjecta membra della nostra sinistra che non c’è la smettessero con le blandizie e le deplorazioni e imparassero piuttosto da quell’esperienza a rapportarsi in forme radicalmente nuove con la propria “gente” (che invece c’è), sarebbe meglio, per loro, e anche per noi che non vogliamo rassegnarci. Insomma: meno ditini alzati ed emoticon ammiccanti, più antenne e autocritica…

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