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Lettera a Riki: parli male delle “checche”, ma la rivoluzione omosessuale è partita da loro

Una persona intelligente capisce quanto pesano le parole, soprattutto se sono rivolte ad un pubblico potenzialmente infinito come quello dei social. Il commento di Matteo Giorgi

Di Matteo Giorgi
Pubblicato il 12 Feb. 2020 alle 10:50 Aggiornato il 12 Feb. 2020 alle 15:06
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Immagine di copertina

Lettera a Riki: parli male delle “checche”, ma la rivoluzione omosessuale è partita da loro

Caro Riki,

ti scrivo perché ti odio.

Sì, ti odio perché mio marito ha una predilezione per i perdenti e mentre io,  su una bellissima spiaggia oceanica, gli dicevo “impara a twerkare come Elettra Lamborghini che è molto meglio”, lui imperterrito ascoltava il tuo brano sanremese.

Pensavi ti odiassi per altro? No, l’odio è un sentimento che noi gay non possiamo riservare a quelli permalosi. Lo siamo un po’ tutti, d’altronde. Anche tu che, dopo essere stato bastonato da classifiche, televoto, sala stampa, parrucchieri e ottici, continui a difendere strenuamente la tua canzone. E a dire che le critiche che ti fanno sono “oggettivamente sbagliate”.

Non vorrei entrare nel merito del tuo uso delle parole: a bastonarti per quello ci ha già pensato Davide Misiano, il prof di All together Now e recensore di All Music Italia che ieri hai etichettato come “checca isterica”. E oggi, dopo che tutti ti hanno dato giustamente del bulletto omofobo, hai pensato di preparare una toppa peggio del buco (ma ‘sto povero Cristo non ha qualcuno che lo segue e lo consiglia? Facchinetti batti un colpo!).

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Ecco partiamo da lì. Nel tuo primo post in contrapposizione al “brutto e intellettuale” professore (ancora un po’ e arrivavi a dirgli: “Specchio riflesso faccia da fesso”) ti definivi bello e intelligente. Sul primo nulla da dire: anzi non capisco perché non sono stato convocato come comparsa nel video di “Gossip” dove limonavi in tutti i luoghi e tutti i laghi con chiunque ti capitasse a tiro. Ma sul secondo punto permettimi di esprimere le mie riserve.

Una persona intelligente, in primis, capisce il valore delle parole. Capisce quanto valgono e quanto pesano. Specialmente se dice di aver subito lui stesso bullismo omofobico. Se pesavano le battute quando le facevano i tuoi 5, 10, 20 compagni di scuola, pensa quanto possono pesare le stesse parole dette ad un pubblico potenzialmente infinito come quello dei social.

Una persona intelligente capisce immediatamente che se gigetto er fruttarolo ti urla “froscio” dalla sua bancarella ha un impatto diverso da quando te lo dice un “fu idolo delle ragazzine” che si è appena esibito davanti a una platea di 15 milioni di persone per cinque sere.

E poi: ancora con questa storia del “Ho tanti amici gay che, signora mia sa, non ci sono più le mezze stagioni”. I gay esistono, come le lesbiche, le trans, le persone non binarie e sono persone come le altre. Anzi ci sono “gli amici gay” di cui favoleggia la signora Santanchè o il signor Casini che “non vogliono il matrimonio o che due persone dello stesso sesso crescano un bambino”. Ecco: questi gay sono stronzi come tante altre persone che conosciamo. In generale non averle mai insultate non fa di te una persona “speciale”.

Io capisco che tu sia finito in un facile tranello. C’erano caduti in tanti: poche settimane fa pure la Oxa che, tra una crociata contro le porchette e l’altra, ha sentenziato che non vuole “le checche tra i suoi fans”. Quest’ultima boutade è solo un vecchio refrain della Rettore che in tempi andati (dopo aver dato del culattone a Diaco) disse che i gay ascoltavano lei, le checche altro.

Ma, vogliamo parlare del valore storico e culturale, delle checche? Ce lo ricordiamo tutti che quel lontano 1969 l’inizio al “movimento gay” lo diede un tacco tirato da Sylvia Rivera, una “travestita”, stanca dei soprusi che riceveva dalla polizia ma anche dalla sua stessa comunità, impegnata ad accogliere nei suoi bar solo i “maschi per maschi” carini, eleganti ed educati. Pensa Riki, la rivoluzione è partita proprio lì: dalle checche.

Ma tu, di certo, non volevi citare questo quando parlavi di “checche” rivolgendoti al prof. Né saresti in grado di raccontarle nell’arte: quando Dario Bellezza nelle sue “lettere da Sodoma” parlava di “Luciano invece è stato sbertulato tutta la sera da questo orrendo, questa orrenda checca”. Era il 1973.

No, tu in un Sanremo in cui Achille Lauro ha citato e fatto suoi David Bowie, la Marchesa Casati, Elisabetta I, hai pensato bene di scegliere come tue muse ispiratrici Povia, Pillon e Formigoni (risparmiandoci, deo gratias, almeno le sue camicie).

E se nonostante il passato bullismo e gli insulti omofobici, ti viene spontaneo dire “checca isterica” a uno che a tuo avviso, ti sta provocando, forse quella cultura è più radicata in te di quanto immagini. E a questo punto il problema rimane solo uno: tu. Riflettici, pensaci, cresci.

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