La brutta fine di Platinette: denigra la legge contro l’omofobia e strizza l’occhio a Salvini

Di Matteo Giorgi
Pubblicato il 7 Lug. 2020 alle 13:43 Aggiornato il 7 Lug. 2020 alle 14:02
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Credit: ANSA/CLAUDIO PERI

Platinette è riuscita nel suo intento a tornare a far parlare di sé. Ovviamente non per i suoi meriti artistici, ma per le sue solite, ormai noiose boutade, contro il movimento LGBT, “reo”, secondo lei, di lagnarsi sempre e comunque, volendo “addirittura” l’approvazione di un’inutile legge contro l’omotransfobia. “Non voglio un mondo dove io non posso dare della finocchia a qualcun altro”, ha fondamentalmente detto Platinette unendoci tutto il suo sdegno verso unioni civili, verso la GPA e verso tutto quello che sostanzialmente la vita non le ha voluto dare. Partiamo da questo punto che è forse uno dei più deliranti di tutto questo astruso ragionamento: secondo questo pensiero, infatti, la possibilità di poter insultare chi si vuole deve essere il must che domini su tutto.

Nella sua testa non è quella del prossimo di non sentirsi insultato, non è quella di smettere di dire a una donna che è “vestita come una t*oia”, a un ragazzo sovrappeso che è un “ciccione di mer*a”, a un ragazzo effeminato che è un “Fr*cio”,anzi! Liberalizziamo il più possibile l’insulto libero per tutti. Che poi, pensandoci bene, la storia di Mauro Coruzzi è semplicemente riassumibile in “personaggi che da vittime diventano carnefici”. Persone che hanno passato metà della loro esistenza ad essere bullizzate, essere oggetto di body shaming, a soffrire e appena raggiungono un minimo di popolarità fanno lo stesso perché, a loro, risulta intollerabile che qualcuno possa non passare la via crucis del dolore vissuta da loro. Io lo vorrei vedere Platinette che, con la stessa spavalderia con cui parla ai giornalisti della Verità, spiegasse ad un ragazzino che di omofobia c’è quasi morto che non è il caso di fare vittimismo. Che spiegasse a uno dei ragazzi massacrati di botte a Pescara che la priorità è poter dire agli altri che sono dei “finocchi”.

“Non ho alcun interesse a formalizzare una famiglia arcobaleno”, dichiara. Ecco: il desiderio personale che diventa desiderio universale. Cioè io non devo potermi sposare perché Platinette ha deciso che per lei non è interessante. E farebbe già ridere così se non fosse tutto tremendamente triste. Pretendere di valutare il mondo secondo il proprio ridicolo metro di giudizio. C’è un altro modus operandi abbastanza leggibile, tra le righe, e comprensibile stamattina da chi naviga Twitter. Oltre ad essere diventata trend topic la parola #Platinette, le sue dichiarazioni sono le più condivise dalle pagine della Lega e dai sostenitori del suo segretario. E, questo modus, lo racconta bene Immanuel Casto: “Non stupiscono le parole di Platinette che torna a denigrare le unioni civili e a lamentare la ‘troppa visibilità’ data agli omosessuali. C’è un patto implicito tra la televisione generalista e la vecchia guardia omosessuale, di cui Platinette è uno dei simboli. Un patto che garantisce (solo a loro) visibilità e remunerazione, in cambio dell’aderenza al rassicurante stereotipo del fenomeno da baraccone. Clown da deridere e da far esibire all’occorrenza, per poter dire ‘avete sentito?! Anche lui dice che non esiste la discriminazione. E se lo dice un gay…’. Fa sempre male vedere qualcuno che, confondendo l’attenzione altrui con l’amore, finisce per rinunciare all’amore per se stesso.”

Forse il punto sta veramente tutto qui: nel poco amore per la propria persona. Nell’aver potuto essere 20 anni fa una sorta di Sylvia Rivera italiana, una grande icona del movimento, una rivoluzionaria ed essere poi diventata una che elemosina comparsate tv strizzando l’occhio a Salvini. Che brutta fine caro Platinette. Vorrei chiosare con una ultima nota: tra Platinette, Diaco, le uscite di Morelli, le sceneggiate di Sgarbi, ci siamo accorti di quanto disastro abbia prodotto la tv di Costanzo negli ultimi 20 anni. Il punto è che questa settimana sua moglie ha dichiarato ad Oggi: “vorrei essere come mio marito” e infatti Platinette era giudice di Amici Celebrities. Ecco, cari amici della comunità LGBT che avete eletto la signora De Filippi come vostra icona solo perché porta le coppie gay e lesbiche a C’è posta per te, ricordatevi: il diavolo è sempre nei dettagli.

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