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Questa foto dimostra perché siamo tutti complici del successo di Giorgia Meloni

Di Matteo Giorgi
Pubblicato il 15 Giu. 2020 alle 11:45 Aggiornato il 15 Giu. 2020 alle 11:48
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Immagine di copertina

Devo ammettere: quando ho visto la foto la prima volta mi è subito tornata in mente Baby Jane, ormai simulacro di se stessa, che tiene in mano la bambola che la rappresenta bella e malinconica nel suo momento di gloria (anche se lungi da me paragonare la protagonista di questa storia all’immenso talento di Bette Davis). Sto parlando di Giorgia Meloni che, qualche giorno fa, ha postato su Instagram un “simpatico regalo ricevuto da una fan” che le ha fatto recapitare un funko pop con le sue sembianze. Per i profani che non lo sapessero, i Funko Pop, da qualche anno, sono la nuova mania “collezionabile”. Pupazzetti o meglio statuette, stilizzate in pvc (anzi eco pvc, come ci tiene a sottolineare l’azienda) che rappresentano personaggi famosi esistenti o no di fumetti, cartoni, animati, film, musica e tutto ciò che crea “hype”.

L’obiettivo è, ovviamente, collezionarli o, quantomeno, avere i più preziosi. Ce ne sono alcuni (spesso legati al mondo di Star Wars) che arrivano a valere anche 2mila euro. Mica pinzillacchere, anche se io mi accontento di tenere sul comodino quello di Laura Palmer, avvolta nella plastica e della Regina Elisabetta col suo fedele Corgi. Inizialmente lo spauracchio: può un’azienda che ha creato un immaginario così chiaro come quello dei Funko Pop, sposare la causa della Meloni? Dubbio presto sedato: no. Semplicemente c’è la possibilità, nel sito ufficiale, di creare il tuo pupazzo personalizzato. E così è nata “Io sono Giorgia”, seguita da migliaia di like sul profilo di Giorgia, quella vera.

Questo pupazzo però è il capitolo numero due di un racconto perfetto: il manifesto involontario della nostra idiozia. Tutti ci siamo cascati, tutti qualche mese fa abbiamo ascoltato il remix di quel “discutibile” discorso della presidente di Fratelli d’Italia in Piazza Del Popolo a Roma dove cantilenava il suo “sono una donna, sono una madre, sono cristiana”. In pochi pensavano che quella canzoncina, nata come una presa per i fondelli, sarebbe diventata un inno.“Volevamo girarlo in chiave ironica: in un discorso a favore della comunità lgbt”, dicono MEM & J, i creatori del tormentone. Appena ho letto questa dichiarazione mi è subito sorto un dubbio: dove ha vissuto questa gente negli ultimi vent’anni? Come non si è accorta che c’è una storia ciclica che parte da quando “Striscia la notizia” riempiva di zucchero le pastiglie difficili da digerire del loro presidente aziendale nonché nostro presidente del consiglio e arriva al “Vinci Salvini” che ti dà la meravigliosa possibilità di sorseggiarti un (amarissimo) caffè con il fu ministro dell’Interno?

Lo so, vi vedo: state già pensando “ma fatti ‘na risata”, “smettila di drammatizzare una cosa nata per ridere”. Ecco, di tutto quello che si può pensare questa è chiaramente la più stupida. Perché, qualcuno dovrà prima o poi farvelo capire: le vostre risate hanno di fatto reso trendy un discorso inascoltabile. Hanno reso simpatico un discorso insultante. Hanno insinuato il “carino” in quello che andrebbe definito in un solo modo: discriminatorio. Avete ballato, quando avreste dovuto solo indignarvi. Questo caso di “motivetto 1, pupazzetto 2” (giusto per continuare a parafrasare il tormentone) andrebbe studiato come perfetto (o malevolo, dipende dai punti di vista) esempio di marketing virale. In poche ore il profilo della Meloni è cresciuto di 16mila follower, sono nate challenge e hashtag rimasti virali per giorni. Il video è stato il più cliccato su You Tube.

Volete un esempio aggiornato della questione di cui sopra, giusto per farvi nuovamente ricordare quanto la storia sia ciclica? La Rowling ha recentemente fatto dichiarazione transofobe: tutti ne hanno parlato e la saga di Harry Potter è tornata in vetta alle classifiche dei libri più venduti. È lo scollamento tra quello che i social pensano avvenga e quello che, invece, avviene davvero fuori dalla bolla. Datemi del bacchettone, ma quello che sognavo da piccolo non era un mondo dove un discorso ultraconservatore, gridato in una piazza che ospita anche gente di estrema destra, sarebbe finito in qualche brutta e sgangherata coreografia di Tik Tok. E soprattutto: voi pensate, invece, di meritarvi questo? E di volerne essere complici? Fatemelo sapere, perché sono curioso.

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