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Un patto tra politica e giovani per ridare un futuro al Paese. Sul voto ai 16enni vediamo se si fa sul serio (di Lucia Azzolina)

Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Un altro effetto sciagurato dell’emergenza in corso si sta manifestando nel nostro Paese: il calo delle nascite, tendenza già in atto da anni, si sta aggravando. L’Istat ha registrato un forte rallentamento legato ai concepimenti dei primi mesi di pandemia. Tutto fa pensare che le cose non miglioreranno nei mesi successivi, almeno finché non recupereremo pezzi di normalità della vita sociale e un sussulto di ripresa economica.

È un fenomeno che interessa anche altri Paesi, ma in Italia rischia di fare più male che altrove. Perché questo, ormai da anni, non è più “un Paese per giovani”. Non lo è per le difficoltà delle famiglie, per l’orizzonte ristretto che intravedono i nostri ragazzi quando pensano alle opportunità di crescita e di lavoro. Non lo è per l’immaginario che una classe politica miope ha costruito per raccontarli. I ragazzi sono “bamboccioni” o nel migliore dei casi “mammoni”, sono quasi sempre “viziati”, cioè irrimediabilmente “choosy”.

Parole ripetute più e più volte, quando anch’io ero giovane. Avevo da poco fatto la mia “valigia di cartone” per lasciare la Sicilia e andare ad insegnare lontano dalla famiglia. Da Siracusa a La Spezia in autobus, perché costava meno. Poi, dopo qualche anno, da La Spezia a Biella a causa degli 8 miliardi di tagli all’istruzione pubblica. Avevo da poco rinunciato alla possibilità di aggregarmi ai 100 mila ragazze e ragazzi che ogni anno lasciano il nostro Paese per cercare opportunità migliori all’estero. Una emigrazione di massa che non fa mai rumore sui giornali, perché è semmai alla immigrazione che riserviamo tutto il clamore mediatico. Il rapporto annuale del 2019 della fondazione “Migrantes” dice che in dieci anni il numero di espatri è triplicato: da 39 mila nel 2008 a 117 mila nel 2018.

Abbiamo sempre meno bambini che nascono nel nostro Paese, abbiamo sempre più giovani che lasciano il nostro Paese.

500 mila persone, per lo più giovani, si sono iscritte nei mesi scorsi al concorso ordinario per docenti. Che vuol dire? Che centinaia di migliaia di giovani, neolaureati, hanno deciso di partecipare ad una prova seria e selettiva, per entrare nel mondo della scuola e investire così nel proprio futuro. Qualcuno si ricorderà forse quali battaglie politiche ho dovuto portare avanti in questi mesi: oggi tutto è pronto perché il concorso possa essere svolto. Chi ha fatto – e farà anche adesso, è facile prevederlo – le barricate per provare ad annullarlo, ha pensato anche alle conseguenze per tutti quei giovani o si è lasciato trascinare solo da questioni ideologiche e di consenso?

La politica, quella con la p minuscola, è abituata a pesare le proprie scelte in base al rumore delle proteste delle categorie interessate. E quanto pesa il rumore dei giovani in un Paese a trazione gerontocratica? La protesta di Anita, la ragazzina col banco davanti a scuola per chiedere di tornare in classe, è finita nel vortice indecente degli insulti e delle offese di un gruppo di odiatori da tastiera. Odiatori adulti.

Ho parlato con tanti giovani in questi mesi, ho fatto riunioni con loro, ho chiamato personalmente tanti adolescenti in difficoltà. Mi sono sembrati spesso più maturi di tanti adulti, e lo dico senza falsa retorica. È sulla base delle loro proposte, ad esempio, che ho scritto l’ordinanza sugli Esami di Stato poi sostanzialmente ripresa ed emanata dal nuovo Ministro.

A proposito di scuola, in questi giorni in cui cresce l’insofferenza per la chiusura degli istituti di ogni ordine e grado, si sente spesso dire che la scuola deve restare aperta per non creare disagio alle famiglie. Sacrosanto. Ma in quanti si concentrano invece sulle conseguenze, anche psicologiche, dei ragazzi? In tanti di loro purtroppo oggi prevale la rassegnazione. Senza scuola i giovani e i giovanissimi faticano ad interessarsi al mondo e limitano i propri sogni.

Si può far finta di niente o si può intervenire, finché si è in tempo. È una scelta. Si può scegliere di dare, invece che togliere, risorse e futuro. Si può scegliere di fare un patto intergenerazionale con i giovani di oggi: “Ragazzi, ci date una mano a costruire la casa che dovrete abitare da protagonisti nei prossimi 30 anni? Perché il Paese ha bisogno di voi, se vuole ancora credere nel proprio futuro”.

Nel suo discorso programmatico il nuovo segretario del Pd, Enrico Letta, ha chiesto al suo partito di appoggiare l’idea del voto ai 16enni, una proposta “storica” del Movimento 5 Stelle. Allargare il fronte dei sostenitori sarebbe un’ottima notizia. Mi auguro che facciano sul serio, vedremo.

Il voto ai 16enni è uno di quegli strumenti che aiuterebbe a ridisegnare l’agenda del Paese orientandola anche in direzione di esigenze ed ambizioni dei più giovani. Tanto per essere chiari: se i giovani avessero diritto di voto, oggi le scuole superiori probabilmente sarebbero aperte.

Leggi anche: Politica vs Scienza (di Giulio Gambino)

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