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Patrick Zaki: la vergogna per il tuo 30esimo compleanno in cella non ha un luogo per nascondersi

Immagine di copertina
Credit: Ansa foto

Quando si venne a sapere dell’incarcerazione di Patrick Zaki lo scorso anno, il primissimo timore che provai – e che immagino provarono molti fra quelli che conoscono il regime di Al Sisi – fu quello di assistere a una storia di sofferenza e ingiustizia che si sarebbe protratta per mesi, se non anni. Ero convinta, come lo sono tuttora, che l’approccio “morbido” della mediazione diplomatica non avrebbe portato risultati. Anzi, in virtù anche del delicato caso Regeni e di anni di ricerche intorbidite dai depistaggi egiziani, ho pensato fin dall’inizio che sarebbe servito uno scatto di reni dell’Italia. Una reazione immediata e potente per mostrare finalmente che i diritti umani non si barattano con nulla.

Invece Patrick Zaki, che è solo un giovane studente privo di qualsiasi colpa, ha iniziato la lunga e insopportabile trafila delle carceri egiziane. E non si può certo dire fosse uno sprovveduto. Era accorto ai suoi spostamenti, ne dava traccia ai suoi amici ed era consapevole che la sua casa – l’Egitto – poteva nascondere pericoli per chi semplicemente osa discostarsi dall’unico pensiero permesso. E così, da quel maledetto 7 febbraio, Zaki è in carcere, come centinaia di suoi coetanei, con accuse pretestuose e infondate. Ha trascorso lì, lontano dai suoi affetti, dalla sua famiglia, dalle sue passioni e dalla luce, un anno intero e oggi dovrà trascorrere lì anche il suo 30esimo compleanno.

I capi d’accusa formulati nel mandato d’arresto sono: minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, sovversione, diffusione di false notizie, propaganda per il terrorismo. Nello specifico gli vengono contestati alcuni post su Facebook. Secondo i mezzi d’informazione governativi egiziani, Zaki sarebbe attivo all’estero per fare una tesi sull’omosessualità e per incitare contro lo stato egiziano.

A suo carico non ci sono prove, non c’è nulla che motivi quella che viene chiamata “carcerazione preventiva”. ”Oggi questo ragazzo, Patrick Zaki, che amava l’Italia e studiava a Bologna, trascorrerà il giorno del suo trentesimo compleanno nelle galere egiziane, tra l’altro in piena emergenza Covid”, ricorda il presidente del Parlamento europeo David Sassoli con un post sui social, allegando una foto che ritrae lo studente egiziano in tribunale.”È in prigione dal 7 febbraio 2020, ma Zaki non ha fatto proprio niente, non ha commesso alcun reato. La sua detenzione è una vergogna per tutti coloro che credono nei valori umani e nei diritti fondamentali della persona”, prosegue Sassoli che conclude: “Auguri, Patrick: non ti lasceremo mai solo”.

Ma possiamo dire davvero di non averlo lasciato solo? Per me, come per moltissime persone, non fa alcuna differenza che tu sia uno studente italiano, egiziano, portoghese o americano. Tu sei solo un ragazzo di 30 anni, vivo, che oggi come troppi tuoi coetanei trascorrerai un altro giorno chiuso in una cella di pochi metri senza colpa alcuna e lontano dai tuoi sogni, dalla tua vita.

Le nostre parole e i nostri pensieri non basteranno ad alleviarti questa pena, a renderla più sopportabile o meno ingiusta. Ma è la nostra sola arma e ti prego di accettarla. Il fatto che tu sia in quella cella è una vergogna per tutti e non ci sono luoghi per nascondersi da questa vergogna.

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