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“I richiedenti asilo non sono clandestini”: Lega condannata a risarcire due associazioni pro-migranti

Immagine di copertina
Credit: Wikicommons

Lega condannata: “I richiedenti asilo non sono clandestini”

Definire clandestini dei richiedenti asilo è discriminatorio. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Milano confermando la sentenza di primo grado con cui il Tribunale aveva condannato la Lega Nord di Saronno per alcuni manifesti affissi nella cittadina in provincia di Varese nell’aprile del 2016, manifesti in cui si accusava il Governo di allora (quello guidato da Matteo Renzi, ndr) di voler mandare nella cittadina lombarda 32 “clandestini”.

I giudici hanno accolto il ricorso dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) e del Naga, condannando il Carroccio a versare 5mila euro di risarcimento a ciascuna delle due associazioni.

L’utilizzo falsato delle parole è la chiave della strategia di comunicazione della Lega di Matteo Salvini, l’ormai celebre “Bestia”. I migranti salvati in mezzo al Mediterraneo, oltre ad essere bollati come “clandestini”, sono degli invasori. “Invasione” è la parola che più di tutte viene sacrificata sull’altare della propaganda e data in pasto ai tanti (troppi) che non sono in grado di comprendere la differenza tra chi invade un territorio con armi e carri armati e chi chiede aiuto e accoglienza perché scappa da un conflitto o semplicemente perché nel suo Paese d’origine morirebbe di fame, spesso per responsabilità oggettive delle nazioni in cui chiede di essere ospitato. E visto che i naufraghi alla deriva sui barconi sono “invasori”, respingerli e “chiudere i porti” alle navi che li salvano diventa “difesa dei confini”. Sembra una presa in giro, una caricatura della realtà, ma c’è tanta gente che ci casca.

La sentenza che ha condannato la Lega a Saronno spiega semplicemente che le parole sono pietre, che possono condizionare il pensiero e trarre in inganno. “Non è ammissibile l’utilizzo dell’espressione ‘clandestini’ – spiegano i giudici – quando si parla di soggetti che hanno chiesto l’accertamento del diritto a rimanere in Italia per situazioni di pericolo di persecuzione”. In parole povere, “prima l’italiano”, una lingua bellissima e piena di parole. Parole che non vanno utilizzate per discriminare raccontando falsità.

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