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Caos Libia, il memorandum sui migranti è stato prorogato: una vergogna di cui l’Italia è complice

Memorandum Italia-Libia: l’intesa è di nuovo operativa in modo automatico. L’accordo per la gestione dei migranti, però, richiede alcune importanti modifiche sui diritti umani. Ecco cos’è il Memorandum e come cambiarlo

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 6 Feb. 2020 alle 01:47
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Immagine di copertina
Migranti in Libia Credit: Ansa

Memorandum Italia-Libia sui migranti: il caos nel Mediterraneo

Memorandum Italia-Libia: il rinnovo del patto che l’Italia ha firmato con Tripoli nel 2017 è scattato in modo automatico il 2 febbraio scorso.

L’obiettivo di migliorare alcuni punti considerati critici soprattutto a livello umanitario, quindi, non è stato ancora centrato. L’Italia ha avviato tavoli di lavoro per apportare le necessarie modifiche riguardanti la delicata questione dei diritti umani all’interno dei centri di detenzione.

Intanto, però, il patto è tornato operativo alle stesse condizioni di prima, molto discutibili. La pace non regge. In più, la Libia è tornata a fare pressioni sulla collaborazione nella gestione dei migranti.

Cos’è il memorandum Italia-Libia

L’accordo italo libico del 2017 è stato stipulato dall’allora governo Gentiloni e finora mantenuto in vita dai successivi esecutivi Conte 1 e 2. Il memorandum regola i rapporti tra il nostro Paese e il governo di Tripoli in materia di immigrazione definendo una stretta collaborazione con la guardia costiera libica.

Lo scorso ottobre, a pochi giorni dall’ultima data utile per la revoca – 3 novembre – l’Onu ha chiesto al Governo italiano di non rinnovare l’accordo Italia-Libia, per mettere fine “a una delle pagine più tristi e vergognose della nostra storia recente”. L’accordo peraltro non è mai stato ratificato dal Parlamento italiano contrariamente a quanto previsto in Costituzione (ex. art. 80).

L’accordo che il nostro governo ha firmato con la Libia a febbraio 2017 ha di fatto consentito queste violazioni indicibili e non dovrebbe dunque essere tacitamente rinnovato.

Al momento nei centri di detenzione ufficiali sono rinchiuse oltre 3 mila persone secondo l’Unhcr, mentre in quelli non ufficiali, gestiti dalle organizzazioni criminali, ne sono stimati a decine di migliaia.

Uomini, donne e bambini che non solo subiscono trattamenti inumani e degradanti, ma rischiano di morire sotto le bombe in un paese in guerra. “Un orrore a cui bisogna porre fine con un Piano di evacuazione coordinato dalle Nazioni Unite, che preveda una ridistribuzione dei migranti a livello europeo”, secondo Oxfam.

Le proposte per cambiarlo

La Farnesina ammette che il Memorandum “rimarrà in vigore nella sua formulazione originaria” e propone una bozza di richieste (sempre le stesse) che l’Italia però non ha mai neanche presentato ai libici. Una timidezza secondo molti inspiegabile. Fatto sta che non è ancora partito il vero negoziato Roma-Tripoli per rivedere il controverso memorandum.

Il tema è scottante e molto delicato: quello delle migrazioni e dei diritti umani. Per questo l’Italia si era impegnata a cambiare alcuni punti chiave riguardanti il trattamento dei migranti in Libia.

La promessa, però, non è stata mantenuta e ora il Governo italiano dovrà rimettersi a lavorare per trovare miglioramenti considerati necessari per il rispetto dei diritti basilari.

Tale orientamento è stato presentato anche al ministro dell’Interno libico in visita a Roma. L’incontro con Di Maio e Lamorgese è servito anche a chiarire l’urgenza di tali adattamenti sul rispetto dei diritti umani. La Libia non nega questa possibilità, ma chiede un maggiore coinvolgimento nell’assistenza materiale e nel sostegno contro Haftar.

Come cambiare il memorandum? Le proposte di una riformulazione sono almeno cinque:

  1. chiudere gradualmente i centri di detenzione, luoghi di torture e violenze
  2. aprire nuove strutture di accoglienza di migranti in Libia controllate da Unchr e Oim
  3. intensificare l’utilizzo dei corridoi umanitari per evacuare il numero più alto possibile di migranti nei centri di detenzione, attraverso accordi bilaterali
  4. rafforzare i confini di terra al sud della Libia
  5. intensificare i progetti di sostegno alla Libia per attrezzature mediche, ambulanze, materiali scolastici

Quanto costa il memorandum

I soldi spesi dai Governi Gentiloni e Conte sono serviti a finanziare la Guardia costiera libica che, come denunciato dalle Nazioni unite, impiega alcuni dei più pericolosi trafficanti di esseri umani. Mentre non sono serviti a porre fine alle morti in mare e al traffico di esseri umani. Nel 2019, 692 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale con un tasso di mortalità sui tentativi di traversata balzato al 3,5 per cento dal 2,1 per cento del 2017.

Ignorando le condizioni disumane dei migranti in Libia, i Governi italiani che si sono succeduti dopo la firma dell’accordo hanno continuato a finanziare interventi in Libia, come la formazione di personale locale nei centri di detenzione ufficiali o la fornitura di mezzi terresti e navali alla Guardia costiera e alle autorità libiche, per un costo di oltre 150 milioni di euro, cresciuto di anno in anno: circa 47,2 di euro nel 2017, più di 51 milioni nel 2018 e oltre 56 milioni nel 2019.

Più in generale il nostro Paese, considerando anche le missioni navali Eunavformed e Mare Sicuro, ha speso la cifra record di 570 milioni euro per esternalizzare la gestione dei flussi migratori e per finanziare le missioni navali italiane ed europee.

Un considerevole flusso di denaro, speso in parte direttamente nel Paese, che purtroppo non ha fatto altro che contribuire a destabilizzare ulteriormente la Libia e spinto i trafficanti di persone a convertire”l’industria del contrabbando e tratta” in “industria della detenzione” con abusi e violenze oramai note a tutti. Come ricordato anche dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, in un rapporto caratterizzato da toni e contenuti gravi consegnato al Consiglio di Sicurezza il 15 gennaio scorso dove si cita anche l’Accordo Italia-Libia.

Nannicini: “Il memorandum così non va”

Tommaso Nannicini, senatore Pd ed ex sottosegretario di Palazzo Chigi quando il premier era Matteo Renzi, non si può certamente annoverare fra gli esponenti della sinistra radicale. Eppure le sue posizioni sulla crisi mediorientale e la linea del Conte 2 sono più vicine a quel mondo lì che all’area liberal cui pure appartiene.

“Io penso che sia necessario riscrivere interamente il memorandum con la Libia. Anzi, non capisco perché non lo si sia fatto prima che il vecchio, quello del 2017, arrivasse a scadenza. Considero grave essere arrivati al rinnovo tacito senza aver messo nero su bianco che per l’Italia la tutela dei diritti umani è presupposto irrinunciabile per la prosecuzione della collaborazione con il governo libico. Per cui, se da qui a un mese si dovesse verificare che non ci sono le condizioni per cambiarlo, la cosa migliore sarebbe stracciarlo”, ha detto il dem.

“Italia complice di una tragedia umanitaria senza fine”

Un cambio di passo all’orizzonte? Matteo Orfini (Pd) sintetizza i dubbi e le perplessità di tanti a sinistra: “Il governo dice che modificherà gli accordi con Libia. Lo disse anche 3 mesi fa, ma senza far nulla. Continuiamo a essere complici di una tragedia umanitaria senza fine: torture, stupri, omicidi. Sembra non freghi niente a nessuno. Davvero dobbiamo rassegnarci a diventare così?”

Anche i Radicali Italiani sono in prima linea contro il memorandum: “perché crediamo che si tratti di un atto incostituzionale, perché non è stato ratificato dal Parlamento e, come ha dimostrato qualche giorno fa l’Onu, ha prodotto morti e condizioni disumane nei lager libici” dice il segretario Massimiliano Iervolino.

“Almeno quarantamila rifugiati e migranti dal 2017, anno in cui è stato sottoscritto il memorandum Italia-Libia, sono stati intercettati nel Mediterraneo centrale dalla Guardia costiera libica e portati indietro. Oltre 1000 solo nei primi giorni del 2020. Non sappiamo che fine abbiano fatto, se siano stati vittime di violenza o se abbiano perso la vita nei lager dove noi abbiamo contribuito a rimandarli, supportando tutto ciò con milioni di euro” secondo i calcoli dei Radicali.

“Dopo i risultati delle elezioni regionali non ci sono più scuse: la discontinuità tanto proclamata dalle forze politiche al Governo sul tema dei flussi migratori non può continuare a essere rimandata. Cosa aspettiamo? Che sia raggiunta la stabilità? Nell’attesa questo patto irrispettoso dei diritti umani deve essere subito sospeso”: auspicio che, a oggi, appare vano.

Il commento di Salvini

Intanto Salvini – da bravo guerrafondaio – butta benzina sul fuoco: “Non bisogna mai avere paura degli estremisti. Nessun dialogo con chi vorrebbe cancellare Israele dalle cartine geografiche, prima li si blocca, meglio è. Chiunque combatta l’integralismo islamico difende la Libertà. E io sono sempre dalla parte della libertà”.

“Mi arrivano notizie di decine di migliaia di uomini pronti a partire dalla Libia, con l’aiuto dai trafficanti di uomini. Rischiamo il disastro”, commenta il leader della Lega in una serie di tweet. “E come reagisce il governo? Con una circolare alle prefetture in cui si invita ad aumentare i rimborsi per le strutture che accolgono i richiedenti asilo…”, aggiunge Salvini. “Capito? Riaprono i porti, fanno aumentare gli sbarchi e stanno lavorando per aumentare i guadagni che noi avevamo ridotto”, afferma ancora. “Riaprire i porti e riaprire i portafogli. Ma a processo ci vado io…”, conclude.

È facile parlare, quando si fa affidamento sulla memoria corta dei tuoi elettori. Cortissima, a dire il vero: era solo lo scorso giugno quando Salvini era ministro dell’Interno e si recò in una ‘missione’ in Libia, viaggio osannato per nascondere critiche impietose sull’operato dell’ex Ministro.

MSF: “Anche grazie al supporto dell’Italia, persone innocenti intrappolate in un paese in guerra”

Medici Senza Frontiere (MSF) chiede alle autorità italiane di non rinnovare l’accordo con la Libia, siglato tre anni fa, perché contribuisce a perpetuare l’esposizione di migranti e rifugiati a violenza, respingimenti, sfruttamento e detenzione arbitraria.

“Ignorare le conseguenze di questi accordi è impossibile, oltre che disumano. Anche grazie al supporto dell’Italia, persone innocenti e vulnerabili sono intrappolate in un paese in guerra, costrette a vivere situazioni di pericolo e minaccia o sottoposte a un sistema di detenzione arbitrario e spietato”. La maggior parte di coloro che riescono a fuggire vengono sistematicamente intercettati in mare e nuovamente respinti nei centri di detenzione o in circuiti illegali di sfruttamento e violenza. Mentre i più vulnerabili pagano il prezzo più alto, le reti di trafficanti di esseri umani, a terra e in mare, alimentano il loro giro di affari“ dichiara Marco Bertotto, responsabile per gli affari umanitari di MSF.

“In un momento in cui anche l’UNHCR – conclude Bertotto – è stata costretta a ritirarsi dal centro di transito di Tripoli a causa del conflitto, e considerata l’evidente impossibilità di negoziare con le autorità libiche un miglioramento sostanziale di questi accordi, riteniamo indispensabile procedere con la loro immediata cancellazione. Questa vergogna non si può rinnovare”.

Centri di detenzione in Libia: una vergogna di cui l’Italia è complice

Le partenze dei migranti dalla Libia e il rinnovo imminente del Memorandum sono stati al centro di un vertice che il premier Conte ha avuto a Palazzo Chigi con i ministri di Esteri, Interno, Difesa, Infrastrutture. A rivelarlo è Repubblica, che cita il dato che preoccupa il governo: un aumento del 700 per cento delle partenze rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

A gennaio 2019 infatti erano sbarcate in totale 202 persone giunte dalla Libia, mentre nell’ultimo mese, tra i 1275 già sbarcati e i 363 a bordo della nave Open Arms in attesa di un porto siamo a un totale di 1.638.

In Libia l’autorità riconosciuta a livello internazionale, il Governo di accordo nazionale (Gna), di Mustafà al Serraj, non controlla neanche l’intera città di Tripoli. La Libia ha sempre manifestato poca disponibilità ad interferenze sul proprio territorio rispetto ai centri di detenzione: servirebbe uno scatto in avanti della politica e della diplomazia italiane.

I campi di accoglienza temporanei in Libia sono sotto l’esclusivo controllo del Ministero dell’Interno libico e nel memorandum si legge anche, tra l’altro, che i centri di detenzione “non devono intaccare in alcun modo il tessuto sociale libico o minacciare l’equilibrio demografico del Paese”.

Tradotto: dai campi non si esce e gli immigrati non possono fare figli. Una vergogna di cui l’Italia è complice.

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