Il grande flop dell’ospedale Covid-19 a Milano Fiera: costato 21 milioni, ospita 3 pazienti

Di Lorenzo Tosa
Pubblicato il 13 Apr. 2020 alle 17:57 Aggiornato il 13 Apr. 2020 alle 18:38
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Immagine di copertina

È il 31 marzo 2020, tarda mattinata di un martedì di ordinaria emergenza. Il governatore della Regione Lombardia Attilio Fontana (Lega) ha appena dato appuntamento a giornalisti, autorità e dirigenti sanitari alla Fiera di Milano, per quella che è una via di mezzo tra una conferenza stampa e un’inaugurazione ufficiale. Perché quel giorno nasce ufficialmente, tra annunci trionfali e squilli di tromba, il nuovo ospedale Covid in Fiera che, avrebbe dovuto, nelle intenzioni della Regione, sgravare le rianimazioni dei principali ospedali lombardi, che in quei giorni vivono il momento di massima pressione ed emergenza.

In realtà, già quella mattina la sensazione è che in pochi, a parte Fontana, abbiano voglia di festeggiare. A lanciare per la prima volta il progetto era stato l’assessore lombardo alla Sanità Giulio Gallera, che il 12 marzo scorso aveva lanciato ufficialmente una sfida che suonava più o meno così: “I cinesi a Wuhan ci hanno messo 10 giorni a costruire un ospedale? I lombardi ne impiegheranno 6.” Per raggiungere lo scopo prefissato, Fontana aveva anche chiamato come super-consulente l’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Che, dopo i primi sopralluoghi, è stato subito trovato positivo al Coronavirus, costretto persino al ricovero in ospedale e all’uscita di scena prematura.

Nonostante tempi dilatati e costi lievitati, alla fine, 18 giorni dopo l’annuncio di Gallera, il 31 marzo il nuovo ospedale è stato inaugurato e mostrato al mondo intero come l’emblema dell’efficienza del modello sanitario lombardo. Eppure quel giorno, più che il battesimo ufficiale, a tenere banco saranno le immagini del maxi-assembramento di giornalisti e invitati vari, in barba a ogni principio di sicurezza e senza il rispetto del metro di distanza regolamentare: le condizioni perfette per un nuovo focolaio. Sui social impazzano i meme e l’ironia si spreca. C’è chi arriva addirittura a commentare le immagini: “Inaugurato il nuovo ospedale Covid. Ecco i primi pazienti”. Ma è solo l’inizio di una Waterloo politica e sanitaria che ha pochi precedenti nella storia della Lombardia e dei governi regionali di centro-destra, che pure qualche scandalo in passato lo hanno anche conosciuto.

A distanza di 14 giorni esatti dal taglio del nastro, l’ospedale si presenta come una cattedrale (deserta) nel deserto. All’inizio quello che era stato presentato come “il più importante centro di terapia intensiva in Italia” avrebbe dovuto ospitare circa 600 pazienti. Dopo pochi giorni le stime sono state riviste al ribasso: 400. Una terza previsione parlava di 205. Infine, il giorno dell’inaugurazione, i letti di terapia intensiva effettivamente a disposizione dei pazienti affetti da Coronavirus erano 24. E 24 è anche, secondo le fonti ufficiali, il numero dei malati Covid che fino a questo momento sono stati ricoverati in Fiera. Nel momento in cui scriviamo, i pazienti ospitati effettivamente tra le corsie fieristiche sono addirittura 3. Dai famosi 600 pazienti sbandierati ai quattro venti su tutta la stampa italiana, siamo arrivati oggi a 3.

Ma non finisce qui. L’intero centro è costato complessivamente 21 milioni di euro, provenienti in larga parte da donazioni spontanee e private. Ciò significa che ogni malato curato dalla Fiera è costato all’incirca, ad oggi, quasi un milione di euro. Senza contare che non c’è alcuna certezza neppure sugli sviluppi futuri dell’ospedale, una volta che l’emergenza sarà finita. Se il Presidente Fontana ha promesso che sarà recuperato e riutilizzato per nuove esigenze sanitarie, da più parti emerge la convinzione che – per la stessa natura transitoria della struttura – finirà per essere smantellato del tutto, completando definitivamente uno sperpero di denaro e risorse private, certo, ma che sarebbero potute essere utilizzate in ben altro modo per fronteggiare l’emergenza.

Un capitolo a parte meritano le figure professionali. Della mirabolante cifra di 1000 assunzioni a pieno regime annunciate in un primo momento, tra medici, infermieri e figure di supporto, oggi sono circa 50 gli operatori sanitari effettivamente impegnati: circa un ventesimo. Non solo: ad aumentare l’inefficienza dell’ospedale contribuisce la sua posizione isolata rispetto a qualunque altro centro o reparto. Ciò rende, di fatto, impossibile – come lamentato da svariati medici, spesso in forma anonima per timore di ritorsioni – la possibilità di garantire diagnosi multiple e integrate da parte di figure professionali diverse: un aspetto fondamentale anche, e soprattutto, nella cura di pazienti Covid.

Il fallimento dell’ospedale in Fiera sta lì, scritto nei numeri: impietosi. Un ulteriore tassello di un puzzle di gaffe, ritardi, sottovalutazioni o veri e propri errori strategici che hanno gettato ombre lunghissime su quel modello sanitario lombardo a lungo sbandierato dalla Lega anche in campagna elettorale e che, alla prova dei fatti, è stato spazzato via dallo tsunami Coronavirus. Un modello di cui la Fiera doveva essere il fiore all’occhiello e rischia di diventare, al contrario, il simbolo del suo fallimento.

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