Vi racconto la famiglia Rana, che ha la casa dentro la fabbrica: ecco come nasce quel gesto per i lavoratori

Vi racconto chi è Giovanni Rana, l'imprenditore buono che difende il lavoro e non ama i riflettori

Di Luca Telese
Pubblicato il 24 Mar. 2020 alle 21:27 Aggiornato il 25 Mar. 2020 alle 10:30
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Immagine di copertina
Giovanni Rana con il figlio Luca

Non mi ha stupito il gesto della famiglia Rana di aumentare del 25% lo stipendio ai propri dipendenti (e in più – come è noto – concedergli bonus asilo e copertura assicurativa straordinaria anti-Covid). Non mi stupisce, perché riconosco il loro stile, il modo straordinario e diverso di lavorare e comportarsi, in mezzo alla folla ruffiana dei finti caritatevoli che tanto si agita in queste ore, in cerca di marchette e di autopromozione a basso costo. Qualcuno approfitta per licenziare, anche se per legge non potrebbe (ma se ne frega) mentre loro aprono il loro portafoglio per dare garanzie mettendo risorse di tasca propria in tempo di crisi. Lo stanno facendo in tanti, anche meno noti, ma loro sono diventati il simbolo più visibile di questa Italia controcorrente. I Rana infatti sono così, operosi e anticiclici: mentre fanno il gesto già si allontanano dalla ribalta.

Ho intervistato non più di tre volte Giovanni Rana nella mia vita. Ma una volta – nel 1998 – per motivi diversi ho passato una intera giornata con lui e con suo figlio Luca, a San Giovanni Lupatoto, nel cuore del sistema industriale di famiglia. Per raccontare come sono fatti basterebbe questa immagine, che non scorderò mai: c’è Giovanni che ricorda i suoi esordi da garzone nel pastificio artigianale di famiglia, e Luca che lo guarda ammirato. Poco dopo si alza e mi mostra come tutta l’azienda sia cresciuta intorno alla loro casa di famiglia: una casa-fabbrica, una vita avvitata anche fisicamente intorno all’idea del lavoro.

La Rana in quelle ore aveva appena conquistato il mercato della Spagna. Luca mi raccontava entusiasta cose diverse: le monoporzioni ideate malgrado i dubbi del marketing, partendo dalla sua condizione di padre separato. E poi del brevetto e della tecnologia dello gnocco ripieno appena lanciato sul mercato, sfidando persino il rischio spionaggio industriale (un uomo con una valigetta ammanettata al polso girava il mondo con i progetti per realizzare il sofisticato macchinario con ago ultra-sottile). La Rana era già allora quello che è oggi, una multinazionale tascabile, con radici venete ma diramazioni in tutto il mondo e in tutti i mercati.

In quei giorni di venti anni fa, padre e figlio erano identici a oggi, una coppia sinergica e persino godibile da vedere all’opera: i due si parlavano con gli occhi, Giovanni era il testimonial del gruppo, e Luca l’uomo-azienda che chiude contratti in tutto il pianeta. Potrei raccontare altre cose che mi sembrarono importanti: il rito tutto Veneto del mi-da-ti (a te da me) con cui Luca raccontava di cucinare il tonno ai giapponesi, guarnendolo con i suoi pesti e con le sue salse. E l’ideologia del merito e dell’impegno, che per loro era, ed è, il cardine di tutto. Da allora non li ho più rivisti, ma è come se non fosse passato un giorno da quell’incontro. Tuttavia i Rana, anche se sono assai schivi al narcisismo mediatico, parlano con il loro lavoro: mai ceduto alle lusinghe della politica, interviste centellinate, zero ospitate e tagli di nastro di rappresentanza.

È questo lo spirito con cui il gruppo è diventato quello che è, è questo il marchio di qualità (e di fantasia) che assicura ancora oggi il successo dei loro piatti, attingendo a tutte le radici culinarie regionali della nazione  (trovatemi un altro produttore che porta nel mondo i ravioli sfogliagrezza con due sapori particolari come burrata e nduja!). Ed arrivo al punto. I gesti sono così: non valgono solo per quello che fai, ma per quello che hai fatto prima di farlo. Non conta solo cosa, ma chi lo fa, e con quale credibilità. Questa misura a favore dei dipendenti dell’azienda ha radici in tutto quello che i Rana hanno fatto prima, in mezzo secolo di storia. Non parlano perché non hanno bisogno di parlare. Parlano con quello che hanno fatto oggi, e in una intera vita.

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