Togliamo a Istanbul la finale di Champions: la propaganda turca imbottisce anche il calcio

La nazionale di calcio che fa il saluto militare dimostra che la Turchia ha un serio problema con la propaganda. Il commento di Luca Telese

Di Luca Telese
Pubblicato il 15 Ott. 2019 alle 15:51 Aggiornato il 10 Gen. 2020 alle 20:13
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La finale di Champions League 2020 non deve giocarsi a Istanbul

A mali estremi, estremi rimedi: togliamogli la finale di Champions League. Sarebbe opportuno che il calcio si sottrasse alla ridicola propaganda bellicista dei turchi togliendo loro il palcoscenico. A cominciare dalla finale della coppa più prestigiosa – 50 milioni di euro di introiti stimati – che dovrebbe celebrarsi quest’anno in Turchia, e che sarebbe bene portare altrove. Non a Istanbul, come previsto, il 30 maggio, ma a Londra, o a Monaco di Baviera, che sono già pronte ad ospitare la finale.

A vederla nelle immagini consegnate alla forma questa squadra di nazionali turchi che usa la ribalta del calcio per celebrare una guerra contro donne e bambini, a vederli tutti insieme, questi nazionalisti in bermuda che ci regalano in mondovisione il saluto militare, sembrerebbero un problema non serio. Invece lo sono. Sicuri della loro verità, imbottiti di propaganda, impettiti, ignari e forse in parte anche sottoposti a pressioni ambientali indicibili: sarebbe curioso sapere cosa accadrebbe ad un giocare turco se trasgredisse alla fanfara.

Uomini come il giocatore del Milan Hakan Çalhanoğlu che rivolgendosi ai microfoni di Mediaset ha voluto associarsi a quel gesto: “Siamo con la nostra nazione sempre al 100 per cento. Anche nei momenti non belli”. “Noi siamo giocatori, la politica è da un’altra parte”, ha aggiunto il campione del Milan. La politica era da un’altra parte, quando – chissà se Hakan Çalhanoğlu lo ha saputo – una banda di tagliagole uccideva e stuprava Hirin Khalaf, leader del partito del futuro siriano, colpevole solo di volere la pace e la nonviolenza.

E mentre i soldati turchi si davano un gran da fare per liberare i prigionieri dell’Isis, per farli tornare a divertirsi sui teatri di guerra. Chi sa se lo hanno detto al soldatino Cenzig Under, attaccante della Roma, che si è messo in posa da servitore del popolo anche lui, con la maglia della magica, per fortuna inseguito – grande segno di civiltà -dalle proteste dei tifosi romanisti.

Non sappiamo dove fossero loro, i soldatini imbottiti dalla propaganda: sappiamo che, se non dimentichiamo noi, la più importante coppa europea non può diventare un palcoscenico di regime.

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