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Lo stato usi la forza, non la violenza. La divisa fa la differenza (di Giulio Gambino)

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L'editoriale del direttore di TPI

Federico aveva 18 anni quando morì in seguito a una violenta colluttazione con quattro agenti di polizia. Era il 25 settembre 2005, quattordici anni fa.

Erano le sei e mezza del mattino e Federico stava facendo ritorno a casa dopo una serata a Bologna con gli amici. Per me che sono direttore di un giovane giornale online, The Post Internazionale (TPI), è importante fermarsi a riflettere questa mattina.

Federico è della mia generazione. Declino il verbo al presente perché, oggi, Federico è diventato il simbolo vivente di una generazione che troppo spesso ha subìto i soprusi e gli abusi delle autorità.

Sia chiaro: i poliziotti vanno rispettati, sempre, poiché svolgono un servizio nobile in nome della nostra sicurezza pubblica, e difesa quotidiana. Fanno tantissimo senza che ce ne accorgiamo nemmeno.

Ma ci sono due tipi di poliziotti. Ci sono i grandi agenti di polizia. Che si pongono al sevizio dei cittadini e non si impongono con la divisa, ma fanno sì che tutti rispettino la legge in nome di essa. Sono la nostra tutela. Un nostro diritto.

Poi ci sono i piccoli agenti di polizia. Quelli meschini, che si nascondono dietro un elmetto protettivo, uno scudo, e che utilizzano la violenza come senso di liberazione per la propria frustrazione, che intimidiscono per intimidire e picchiano per affermare se stessi. La differenza la fa lo stato. Lo stato usi la forza, non la violenza. La divisa fa la differenza.

Nelle parole del sostituto procuratore di Genova Enrico Zucca, da me intervistato in seguito alle violenze di Genova dello scorso maggio, oggi “siamo ancora in clima G8: c’è omertà dalla polizia”. “Il vero eroismo è quello di non lasciarsi andare alla forza bruta ma dimostrare l’autorità, anche solo non reagendo ma contenendo. E per farlo, sì, è vero, bisogna essere un po’ eroi. E non vigliacchi, a manganellare persone ormai inermi e a terra. La vera svolta può venire dall’interno del corpo di polizia e dal sentirsi Stato anche quando non si reagisce allo stesso modo di chi manifesta la sua impotenza con la violenza senza senso”.

Quello di Federico Aldrovandi è uno dei casi di cronaca più discussi e controversi degli ultimi anni in Italia: cosa sia effettivamente successo è ancora argomento di dibattito.

Ricordando Federico Aldrovandi

“Mio figlio fu ucciso senza una ragione”. La lettera del padre di Federico Aldrovandi per l’anniversario della morte

Che male c’è: la  canzone che Valerio Mastandrea e Riccardo Sinigallia hanno scritto per ricordare Federico Aldrovandi

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