La guerra italiana fra garantiti e non garantiti ai tempi del Covid

La riapertura deve essere scaglionata, tenendo conto della diversa situazione tra le Regioni. Va però considerato che il Covid19 ha diviso l’Italia tra garantiti e non garantiti e ogni minuto in più di quarantena che passa questa contraddizione rischia di diventare una bomba sociale

Di Luca Telese
Pubblicato il 22 Apr. 2020 alle 13:01 Aggiornato il 22 Apr. 2020 alle 14:39
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Non si capisce il problema della cosiddetta “fase 2”, e il complesso, drammatico (e allo stesso tempo) grottesco dibattito a cui stiamo assistendo, se non si parte da un punto di vista essenziale: ormai il Coronavirus e il lockdown hanno diviso il nostro paese in due. Non tra Nord e Sud, non fra stato centrale e governatori, non tra destra e sinistra, non tra Conte e Salvini. Il Covid19 ha diviso l’Italia tra garantiti e non garantiti, e questa contraddizione, ogni minuto in più di quarantena che passa, rischia di diventare deflagrante ed esplosiva. I non garantiti sono allo stremo, alla canna del gas, i garantiti sono lì intenti a ripetere il loro slogan prediletto: “#Restateacasa”. I garantiti pensano che questa sia l’unica priorità possibile, in primo luogo, non per indifferenza o idiozia, ma semplicemente perché se la possono permettere. I non garantiti – invece – hanno a cuore la profilassi e la salute pubblica, esattamente come loro, ma al contrario di loro NON se lo possono permettere. Niente di più.

I garantiti oggi sono tutti coloro che – malgrado il virus – hanno un reddito fisso e sicuro anche durante il lockdown. I non garantiti sono tutti coloro che non hanno più un reddito su cui contare se non riprendono a lavorare al più presto: alcuni di loro sono anche ricchi o benestanti, ad esempio sono imprenditori, ma magari indebitati per gli investimenti che hanno fatto, e proprio per questo spesso sono i più dinamici della loro categoria, soggetti sociali solidi, abituati a vivere del loro talento e della loro capacità di creare valore. I non garantiti, oggi sono architetti, professionisti, specialisti, che spesso fanno lavori individuali, o addirittura solitari a basso coinvolgimento e basso contatto potenziale con terzi. Ma sono tutti bloccati, ad esempio come coloro che lavorano nel mondo della moda (risultato: gli stilisti lavorano dal Portogallo alle nuove collezioni, e loro perdono il guadagno di un anno).

fase 2 coronavirus
Illustrazione: Emanuele Fucecchi

I non garantiti, dunque, spesso sono inopinatamente bloccati, malgrado rischino molto meno degli operatori dei settori vitali. Ma non garantiti sono anche tutti coloro che lavorano con una partita Iva: i 600 euro, tutt’altro che disprezzabili, sono il primo sussidio che li abbia mai toccati, una norma tutt’altro che simbolica e importante. Ma bisogna dire anche che con i 600 euro non si vive, e difficilmente si sopravvive. Anche perché chiunque avesse una attività, anche se l’ha chiusa, ha dei costi di esercizio – ad esempio gli affitti – che un cassintegrato non ha.
Possono essere un aiuto, i 600 euro, non una soluzione. Poi, scendendo per i rami, i non garantiti sono un grande popolo di confine di questo paese: al confine tra precarietà e normalità, al confine tra contratti e oboli, tra certezza e rischio. Lavoratori in chiaro e in nero, non tutelati, che magari da anni vivevano in equilibri solidi e consolidati, che il virus ha spezzato via come fuscelli. A loro “Restateacasa” non si può dire, perché restate a casa è un insulto alla loro condizione.

A questa grande parte d’Italia che già è entrata in sofferenza profonda, non si possono più regalare chiacchiere: bisogna consegnare una data certa in cui i loro mondi economici possano ripartire. È così in tutta Europa, è assurdo che così non accada anche da noi. La chiusura totale è stata una misura giusta nelle condizioni in cui eravamo, adesso rischia di essere letale. Davvero non c’è nessun motivo -faccio un esempio -per cui un artigiano o un falegname non posso andare la lavorare nel proprio laboratorio o nella propria bottega, dove fra l’altro nella maggior parte dei casi lavora da solo. Esattamente come un architetto, o come un consulente. Non c’è motivo per impedire ad un agente immobiliare – anche in sicurezza – di far visitare un appartamento sfitto ad un cliente, che ha tutta la possibilità di proteggersi e distanziarsi. Insomma l’Italia dei garantiti, che stanno in case (spesso confortevoli) con un reddito fisso, non hanno più la possibilità di dire ai non garantiti che il loro lavoro sarebbe un rischio sociale. Perché il rischio sociale della miseria e della rovina è più insostenibile di ogni altra cosa.

Purtroppo tra coloro che in queste ore decidono – fateci caso – in un modo o nell’altro ci sono solo garantiti. Grandi professori, primari, parlamentari, dipendenti delle amministrazioni e grande commissari da comitato di salute pubblica, tutti a reddito fisso, qualsiasi cosa accada. E, tra questi, ci sono ovviamente “gli esperti”, in conflitto ormai endemico tra di loro, non solo garantiti, ma anche valorizzati dalla crisi prodotta dal virus e dalle misure eccezionali, elevati al rango di consiglieri del principe. Il che, ovviamente, non è una colpa, ma un dato di fatto. Non si può chiedere ad un virologo di non pensare “solo” agli aspetti sanitari dello scenario che ha di fronte, perché il suo lavoro – legittimamente – è quello di occuparsi “solo” del virus e della guerra al virus. Invece la politica ha l’obbligo di occuparsi di tutto quello che nel magmatico e terremotato sistema sociale italiano, non riguarda più il virus, ma le sue conseguenze economiche e sociali.

Se Winston Churchill, nome molto citato nelle ore più buie (e spesso a sproposito), avesse dato retta ai “tecnici”, avrebbe dovuto abbandonare tutti il suo esercito (e anche quello francese) sulla spiaggia di Dunquerque, sotto le mitraglie della Luftwaffe. Se Winston Churchill avesse dovuto dare retta ai suoi tecnici, avrebbe dovuto constatare che la sua aviazione era inferiore a quella tedesca: avrebbe dovuto accogliere Rudolph Hess come un eroe, celebrarlo come un ambasciatore di pace, chiedergli di introdurlo alla corte di Hitler preceduto da un paio di lancieri del bengala armati di bandiera bianca. E arrendersi davanti alla soverchiante potenza militare del Terzo Reich. Per nostra fortuna Churchill ascoltò “i tecnici”, ma non si affidò a loro, altrimenti oggi non saremmo qui a parlare, ma polvere in qualche camino, in qualche sperduto lager del nord Europa.

Bisogna riaprire l’Italia. Con le protezioni, certo. Con intelligenza e con cautela, certo. Ma iniziare a riaprirla subito, e non dibattere in astratto su come in linea teorica si potrebbe riaprire, e di grazia in quale modo, perché il tempo è scaduto. Tutto il mondo riapre, il terzo paese più indebitato del mondo – cioè noi – non può permettersi il lusso di non riaprire. E i garantiti devono avere l’intelligenza di capire che i non garantiti non sono un elemento di disturbo all’applicazione di una corretta profilassi, non sono una bestemmia nella cattedrale sognante e beata del “Restiamoacasa”, ma l’unica via di salvezza del nostro paese. Perché l’ultima cosa che i garantiti chiudituttisti non riescono a capire è che se i non garantiti affondano, non si salveranno neanche loro.

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