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Quel Conte durissimo con la Lega è l’uomo che il Pd non deve farsi scappare (di Luca Telese)

Il video-commento di Luca Telese

Di Luca Telese
Pubblicato il 24 Ago. 2019 alle 21:49 Aggiornato il 27 Set. 2019 alle 13:25
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Conte chiude alla Lega, e il Pd continua a non capire

Giuseppe Conte dal G7 di Biarritz ha detto “mai più con la Lega”. Ha preso cioè la posizione più netta rispetto alla richiesta del Pd di non avere un secondo “forno” aperto e invece, curiosamente, il Pd continua a porre la pregiudiziale sul suo nome.

Occorre dunque fare una riflessione: è vero che siamo in una fase di trattativa e se fosse una tattica del “muro contro muro” si potrebbe accettare, altrimenti qua siamo davanti ad un paradosso. Conte è l’uomo che più nettamente ha rotto l’alleanza giallo-verde, l’uomo che ha innescato la crisi del salvinismo con i suoi strappi. L’uomo che sbarcò la Diciotti, ricordiamolo. Lui che, e questo è l’aneddoto più divertente, votava Pd.

Lo raccontò in tempi non sospetti il ministro Bonafede, spiegando che conobbe a Firenze un giovane Conte che faceva gli esami di giurisprudenza e aveva bisogno di supporto. Tanti anni dopo, quando i Cinque Stelle devono fare una nomina al Consiglio, Bonafede lo chiama. E Conte risponde: “Ma lei lo sa che non vi ho votati?”. Bonafede ci passa sopra, e Conte diventa un democratico compagno di strada dei Cinque Stelle e poi, come sapete, diventa Premier.

Ora, se io fossi il Pd, Conte me lo terrei stretto. Per i suoi rapporti con l’Europa, per le procedure di infrazione che è riuscito a chiudere. È rispettato e si è costruito una credibilità. Ma soprattutto, dentro il mondo Cinque Stelle è l’unico che davvero potrebbe garantire l’affidabilità in questo accordo giallo-rosso che già nasce traballante, perché sia dentro i Cinque Stelle, che dentro il Pd qualcuno si muove per far saltare tutto.

Se questa trattativa continua, il Pd deve riconoscere che quella contraria a un Conte bis è posizione senza senso. Se davvero si vuole far durare il governo quattro anni, come dicono di voler fare, servono i pesi massimi nella sua costruzione. Servono i moderati, i solidi, gli affidabili, che garantiscono una tenuta e costituzionalizzano questi due partiti.

Questa alleanza deve fare bene a entrambi. Non sono solo i Cinque Stelle, barbari, che devono imparare a tenere la forchetta, ma anche il Pd, peccatore, che per la prima volta ha la possibilità di riparlare agli elettori che ha perso. Ai delusi, a quelli che si sono rotti per il jobs Act, per dirne una.

La verità è che il Partito Democratico non ha paura della discontinuità e di tutte le altre cose nominate finora. Il Pd ha paura di guardarsi allo specchio e fare quell’esame di coscienza che non ha ancora fatto, con se stesso e con il renzismo. Se Renzi si butta sui Cinque Stelle, non è detto che Zingaretti debba fare il contrario. Perché è Matteo Renzi ad essere in contraddizione con il passato in questo caso.

Questa è una seconda occasione e, come nelle storie d’amore, va giocata bene. Perché non è il Pd che salva il M5S, ma è l’allenza tra Pd e M5S che potrebbe salvare entrambi dai loro demoni.

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