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Perché condonare le tasse del 2010 non è una buona strategia per la crescita di oggi

Di Elisa Serafini
Pubblicato il 17 Mar. 2021 alle 13:23
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Immagine di copertina
Credit: Pixabay

L’Italia ha un serio problema con la pressione fiscale, e questa non è, purtroppo, una novità. I dati del rapporto Paying Taxes (PWC), stimano un livello di pressione intorno al 60%, con una media di quattordici pagamenti e oltre 268 ore di lavoro annuale per adempiere agli obblighi. L’Italia ha questo problema da molto tempo, ma elaborare delle soluzioni sembra non interessare alla classe politica, che da anni insiste nel proporre condoni, amnistie fiscali e stralci di cartelle, strumenti che possono dare una gratificazione e un sollievo temporaneo, ma che non contribuiscono a fornire risposte ad una questione sistemica.

Così, ancora oggi, si parla di condonare l’equivalente di un miliardo di euro di tributi non riscossi del periodo 2010-2015 (ben prima della pandemia). La “prescrizione” riguarderebbe cartelle esattoriali fino a 5.000 euro, ma dalla Lega si ventila l’ipotesi di arrivare fino a 10.000.

A proporlo è il sottosegretario all’Economia Durigon (Lega), che sostiene la necessità di liberare l’Agenzia delle Entrate dal faticoso (e a volte impossibile) compito di riscuotere i propri crediti. Una storia che si ripete, e che non riguarda solo i tributi fiscali, ma multe e persino bollette, che secondo la Legge di Bilancio del 2018 possono contare su una prescrizione tra i due e i cinque anni.

La cultura del condono, che in Italia sembra farla da padrona da anni (non dimentichiamo il “condono Ischia” inserito nel 2018 nel Decreto Genova) rappresenta però un approccio pericoloso che promuove il cosiddetto “moral hazard”, ovvero l’incentivo a prendere rischi con facilità, poiché si reputano minime le conseguenze.

Sottrarre allo Stato un miliardo di euro di risorse pubbliche, preziose specialmente per questa fase storica, è una scelta che andrebbe ponderata con grande attenzione e che dovrebbe incentivare lo Stato a fornire soluzioni di sostegno che puntano al lungo periodo, e non ad una concessione temporanea.

Il cittadino che tra il 2010 e il 2015 ha scelto di non pagare un tributo è, presumibilmente, un cittadino in difficoltà, che aveva bisogno di misure di potenziamento dallo Stato (sgravi, incentivi alla formazione e ricollocamento, politiche di sostegno economico). Questa categoria di persone, purtroppo, se non sostenuta correttamente e con misure di lungo respiro, è destinata a rischiare di rivivere la stessa condizione in futuro.

Una toppa ad un buco può infatti aiutare sul momento, ma non permette di creare condizioni di crescita economica sostenibili. In altre parole, se un cittadino sta lavorando in un settore in crisi, oppure non ha capacità imprenditoriale adeguate alle sfide dell’oggi, difficilmente verrà davvero aiutato con la prescrizione delle cartelle. Più probabilmente si ritroverà nella medesima condizione nel giro di pochi anni.

Non vogliamo immaginare, poi, il rischio che tra persone realmente bisognose si nascondano i “furbetti”, di cui nessuno parla, ma che sappiamo tutti esistere, e lo dimostrano anni di inchieste sul reddito di cittadinanza e di altre truffe allo Stato.

La crisi economica di oggi richiede risposte di sostegno, di sgravi e, in questo caso, probabilmente anche di prescrizione di alcuni tributi. Ma la prescrizione di cartelle del 2010 non c’entra nulla con questa crisi, e rischia di banalizzare un problema sistemico ben più ampio: quello della pressione fiscale in Italia e delle ancora troppo fragili misure di sostegno alla povertà.

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