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Austria, ultradestra spazzata via dallo stesso fiume populista che l’aveva portata al trionfo

Il populismo è solo un fiume di rabbia che cambia corso: un giorno ti eleva e quello dopo ti ripudia

Di Luca Telese
Pubblicato il 30 Set. 2019 alle 12:26 Aggiornato il 1 Ott. 2019 alle 16:39
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Immagine di copertina

Austria, ultradestra spazzata via dallo stesso fiume populista che l’aveva portata al trionfo

Che significato ha questa sconfitta dell’estrema destra in Austria? In fondo la risposta è molto più semplice di quello che sembri. Il populismo di questi tempi, non va a letto come un movimento politico organico in cui ai programmi seguono le politiche, ma come un fiume impetuoso, un fiume di rabbia che è alla continua ricerca di un invaso in cui scorrere.

Come una corrente di acqua eruttata dalle viscere della terra, questo fiume populista, cambia corso ogni volta che si ritrova davanti a un ostacolo, muta rotta ogni volta che l’alveo in cui scorre crea le condizioni perché questo accada. Ecco perché, se si applica questo schema si spiega bene la Caporetto dell’estrema destra dell’Fpo che passa in soli due anni dal 26 per cento al 16 per cento. Se l’ex vice cancelliere Heinz Christian Strache finisce sotto accusa per corruzione perché viene beccato in canottiera, in una villa di Ibiza, mentre promette contratti pubblici in cambio di tangenti e favori, il fiume della rabbia improvvisamente cambia corso.

Ripudia gli eroi che aveva eletto a guide, si rifugia altrove. E dunque il risultato del voto austriaco non deve affatto stupire. Anche e soprattutto se in Austria si passasse dalla colazione blu-cobalto, a quella rossoblù: ovvero dal blocco di ultradestra alle larghe intese, con il giovane leader Sebastian Kurz che – come scrive Paolo Valentino sul Corriere della sera – è già pronto a “Giuseppecontizzarsi”.

Nelle ultime elezioni europee, i populisti erano arretrati ovunque, ma avevano trionfato in tre capitali importanti, a Roma, a Parigi e a Londra. Adesso, però, in Inghilterra, chiudere il Parlamento, il gesto suicida di Boris Johnson, il leader volpone che fino a ieri sembrava non aver sbagliato una mossa, imprime anche oltremanica un nuovo corso al fiume. I leader populisti sembrano avere tutti una loro tentazione è una loro damnatio, la vocazione a farsi autocratici, e questo, fino ad oggi, ai sostenitori che corrono nella corrente del fiume, non è mai piaciuto.

Una piacevole differenza tra il 2019 e il 1919. Il fiume del populismo dunque cambia corso, segue le mode, e – in queste ore – scorre anche nel greto di Greta, se è vero che in Austria la crescita più grande la fa il partito ambientalista, che passa dal mancato quorum al giorno. È un tempo liquido, come aveva previsto Zygmunt Bauman, nel senso che nulla viene più spiegato dalle ideologie, è tutto dalle emozioni. Una di queste è la rabbia, ma un’altra, altrettanto importante è la speranza. Il nero, il rosso e il verde danzano intorno a questo sentimenti ogni volta che si aprono le urne, e guardando questi risultati dilaga la netta sensazione che la partita finale non sia stata ancora giocata. Come quando la pallina della roulette ticchetta – tic – tac – da un numero all’altro, prima di trovare il suo ultimo approdo. Auguri.

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