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Guerra in Afghanistan: numeri, memoria e responsabilità

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Illustrazione

Il primo articolo che scrissi per TPI lo dedicai proprio alla guerra in Afghanistan. Mi indignava il fatto che non si parlasse minimamente non solo dell’ennesima guerra ignobile mascherata da missione umanitaria, ma del conflitto più lungo dalla seconda guerra mondiale in poi.

Oggi si torna a parlare di una guerra dimenticata perché la NATO (badate bene, la NATO) ha deciso, Deo gratias, di ritirare il proprio contingente, militari italiani inclusi. Decisione sacrosanta, oltre che vergognosamente tardiva, che era nell’aria da tempo. Oggi quotidiani che per anni hanno difeso l’intervento militare in Afghanistan sproloquiando sui diritti umani negati dai talebani, sul burqa che le donne afghane erano costrette ad indossare, sulla lotta alla produzione di eroina o sulla povertà da contrastare, esultano per lo storico annuncio.

La Repubblica, il nuovo social media manager di Biden, riporta le mirabolanti parole del Presidente USA. “Via dalla guerra dei vent’anni”. Come se Biden fosse un Mork qualsiasi appena sbarcato dal pianeta Ork. Quando, nel 2001, venne lanciata l’operazione Enduring Freedom (libertà duratura), Joe Biden era Presidente della commissione esteri del Congresso USA. Non solo. Biden fu vicepresidente degli Stati Uniti d’America durante tutta l’era Obama. In quegli anni i talebani erano pericolosi terroristi, non preziosi interlocutori con cui definire gli accordi di pace.

Ad onor del vero i negoziati tra i funzionari del Pentagono ed i talebani sono iniziati durante la Presidenza Trump. D’altronde la nuova guerra fredda (dalla quale Italia e Europa farebbero bene a star lontano), come tutte le guerre, non si potrebbe vincere con troppi fronti aperti. Meglio chiudere, e alla svelta, quello afghano. Nonostante la “libertà duratura” promessa alla popolazione sia soltanto un’illusione.

Chi conosce la storia e non si lascia soggiogare dalle menzogne della propaganda sapeva che la missione militare in Afghanistan si sarebbe trasformata in un pantano. Alberto Negri ricorda spesso quel che i talebani gli dissero quando iniziarono le piogge di bombe democratiche. “Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo”. Gli afghani avevano già cacciato a pedate gli inglesi, poi, dopo dieci anni di guerriglia, costrinsero alla fuga i sovietici che avevano invaso il Paese nel ’79. Neppure il “Vietnam dell’URSS” convinse Washington ed i suoi tirapiedi a stare alla larga dall’Afghanistan. L’industria bellica, d’altro canto, ha un immenso potere persuasivo sul Congresso USA.

Sono passati quasi vent’anni dall’inizio della guerra. Vent’anni sono molti. Soprattutto nell’epoca che stiamo vivendo. Un’epoca fatta di cambiamenti repentini e di amnesie collettive. Era il 2001, Bush era alla Casa Bianca, Luis Figo il Pallone d’oro in carica ed il Nokia 3570 il cellulare più diffuso in Italia. Non esistevano i social network altrimenti, chissà, salvo censure, le menzogne dell’impero sarebbero state svelate con disinvoltura. Sì, menzogne.

Non ho mai nutrito alcuna simpatia per i talebani ma amo la verità. Ebbene, i talebani non avevano nulla a che vedere con l’attentato alle Torri Gemelle. Eppure la propaganda USA fece credere il contrario e fece credere che tutta la popolazione afghana implorasse Allah per l’arrivo dei marines. Fake news! L’invasione NATO ha coinciso con la fuga di milioni di afghani. Il vituperato Iran ne ha accolti oltre tre milioni. Ma è noto, in guerra, è la verità la prima vittima.

Del Burqa nei consigli di amministrazione della Lockheed Martin, della Northrop Grumman Corporation o della Boeing – i tre più grandi produttori d’armi al mondo – non si è mai parlato. A volte geopolitica ed economia sono più semplici di come immaginiamo. Nulla arricchisce l’industria bellica quanto le guerre. Esistono guerre combattute in nome di Dio, altre in nome del petrolio. Esistono le Water Wars, le guerre dell’acqua che aumenteranno dato che l’oro blu è sempre più scarso, dunque, prezioso. Esistono, poi, le guerre interminabili, quelle che vanno combattute e basta, quelle così infinite da farci dimenticare le ragioni, ammesso che esistano, per le quali sono state combattute. La guerra in Afganistan è una di queste. Nessuno degli obiettivi prefissati è stato raggiunto. A parte combattere. Sì perché fare la guerra è la ragione principale della guerra stessa.

Secondo Sarah Almukhtar e Rod Nordland del New York Times gli Stati Uniti hanno speso in Afghanistan oltre 2.000 miliardi di dollari. Più o meno i denari del Next Generation EU, il fondo approvato dal Consiglio europeo nel 2020 per sostenere l’Europa colpita dal covid. Sembra impossibile ma è così. Gli USA hanno speso in Afghanistan le stesso denaro che verrà speso in tutta Europa per fronteggiare la pandemia. Speriamo che il risultati del Recovery fund saranno diversi da quelli dei programmi militari ed economici di Washington.

Sempre secondo il NYT 1.500 di questi 2.000 miliardi di dollari sono serviti per finanziare le spese di guerra. Risultato? Decine di migliaia di morti civili, quasi 4.000 soldati Nato uccisi e i talebani che controllano, ancora, gran parte del Paese.

Dieci miliardi di dollari sono stati spesi per operazioni a contrasto del narcotraffico. Risultato? Produzione di oppio schizzata alle stelle durante l’invasione. L’Afghanistan, oggi, produce l’80% dell’eroina mondiale. Prima della guerra, con i talebani al potere (ripeto, non ho alcuna simpatia per loro) la produzione di oppio era crollata. Ma le guerre portano fame e distruzione e in tanti, in un paese dove la disoccupazione è altissima, si sono rimessi a coltivare i papaveri da oppio.

24 miliardi di dollari sono stati spesi in programmi di sviluppo economico. Quasi quanto una manovra finanziaria italiana in tempi pre-pandemici. Risultato? L’Afghanistan è ancora uno dei paesi più poveri al mondo. Politici corrotti si sono intascati palate di denaro proveniente dagli Stati Uniti i quali, per finanziare la guerra in Afghanistan, si sono dovuti indebitare con moltissimi investitori. Dai privati cittadini che comprano titoli di Stato agli immensi fondi di investimento che, contemporaneamente, acquistano azioni delle fabbriche d’armi.

“The war has been funded with borrowed money”, scrivono Sarah Almukhtar e Rod Nordland. “La guerra è stata finanziata con denaro preso in prestito”. Che mondo il nostro. È più facile indebitarsi per combattere guerre inutili che per fronteggiare la pandemia. Non solo, pare che i prestiti per pagare la “guerra dei vent’anni” abbiano prodotto 500 miliardi di dollari di interessi che i contribuenti americani saranno costretti ad onorare nei prossimi anni.

Fiumi di denaro sprecati e fiumi d’acqua che si seccano. Questioni che si potrebbero collegare. In Africa l’approvvigionamento d’acqua potabile è una tragedia. Ebbene, oggi, per costruire un pozzo (oltretutto a energia solare) servono dai 12.000 ai 15.000 dollari. Con quello che è stato speso in Afghanistan si sarebbero potuti costruire 130 milioni di pozzi in Africa. Uno per ogni dieci abitanti.

Veniamo all’Italia. Oltre cinquanta soldati morti e quasi 700 feriti. Soldi spesi? 7 miliardi di euro. Quel che il governo italiano investe, ogni anno, nelle nostre università.

Il ritiro delle truppe Nato dall’Afghanistan è una buona notizia. Di certo la gioia serve a poco se non è accompagnata dalla memoria dei morti, dei feriti, dei rifugiati e del denaro sprecato.

Il fallimento afghano ha decine di responsabili. I presidenti USA Bush, Obama e Trump. I pezzi grossi del Pentagono, decine di giornalisti pavidi per non parlare dei vassalli europei entrati in guerra per compiacere gli americani nonostante sapessero che l’intervento avrebbe pregiudicato gli interessi del Vecchio continente.

Fu il secondo governo Berlusconi a farci entrare in guerra in Afghanistan. Alcuni dei membri di quel governo sono ancora alla ribalta. Fanno gli opinionisti in TV, si uniscono alla conformista glorificazione della competenza, e, ovviamente, sostengono il governo dei migliori. Parlano di competenza coloro che ci hanno fatto buttare 7 miliardi di euro.

A fronte di tutto questo è indubbio che l’Italia avrebbe dovuto lasciare l’Afghanistan già da anni. Decidendo autonomamente, come qualsiasi Stato sovrano che si rispetti, e senza attendere il via libera dagli americani. “L’Italia, probabilmente, lascerà l’Afghanistan solo dopo aver ottenuto il permesso di Washington”, scrissi il 18 agosto scorso. È andata così. Eppure la fedeltà atlantica tanto sbandierata oggi non dovrebbe avere nulla a che fare con il più puerile masochismo.

Leggi anche: 1. La guerra dimenticata in Afghanistan: un fallimento militare, politico ed economico (di Alessandro Di Battista) / 2. A cosa sono serviti 20 anni di guerra in Afghanistan: Biden prepara il rientro delle truppe, ma i talebani sono ancora lì (di Giampiero Gramaglia)

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