Essere una volontaria della Croce Rossa

In occasione della Giornata Mondiale della Croce Rossa, qui c'è la testimonianza di una volontaria italiana che presta assistenza ai migranti nel porto di Catania

Di Jessica Cimino
Pubblicato il 8 Mag. 2015 alle 18:59
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Immagine di copertina

L’otto maggio si festeggia la giornata mondiale del movimento internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, nota comunemente come Croce Rossa.

La data, coincide con la nascita del suo fondatore, il premio Nobel per la pace Jean Henri Dunant, che istituì nel 1863 il Comitato ginevrino di soccorso dei militari feriti, dal quale poi nacque l’attuale comitato internazionale della Croce Rossa.

Lo scopo della celebrazione è far sì che i cittadini di ogni nazione possano avvicinarsi all’organizzazione e comprendere come i suoi volontari svolgano le loro attività di aiuto e sostegno a livello nazionale e internazionale.

Con più di 17 milioni di volontari in tutto il mondo, la Croce Rossa costituisce la più grande organizzazione umanitaria esistente. Tra questi c’è Emanuela Pagana, un’infermiera della Croce Rossa di 29 anni, italiana, che svolge la sua attività di volontariato presso il porto di Catania, in Sicilia.

Il suo ruolo e quello dei suoi colleghi è di vitale importanza in quest’area, poiché rende possibile soccorrere quelle migliaia di migranti che, sempre più di frequente, attraversano il Mediterraneo e vedono nei porti italiani l’unica via di salvezza possibile.

Emanuela ha raccontato la sua storia, intrisa di quotidianità e di vicinanza alle sorti di chi affronta la traversata in mare, al quotidiano britannico The Guardian.

“Sono sposata e ho un bambino piccolo di cinque anni. Quando devo svolgere il mio lavoro di volontaria, mi assicuro sempre che mio figlio sia in buone mani. Non appena hanno bisogno di me, devo andare”, racconta.

“Non è facile quando hai una famiglia e un altro lavoro alle spalle. Ma il mio bambino è fortunato. Ha un padre, una madre e una casa. I migranti non hanno più nulla quando arrivano sulle nostre coste”.

La volontaria ricorda una delle numerose notti passate nel porto siciliano: “La scorsa estate, in tarda notte, è arrivata una barca. I sopravvissuti vennero fatti sbarcare per primi. Se le persone all’interno sono 500, come lo erano quella notte, ci vogliono più di sei ore per valutare la situazione e prendersi cura di loro”, ha detto.

“In questi casi, è difficile trovare un equilibrio tra l’essere celeri nell’offrire assistenza tempestivamente e fornire tutte le cure di cui i migranti necessitano. Bisogna essere equi e concentrati”.

Uno dei momenti più difficili però, è quando deve prestare aiuto non solo a coloro che sono sopravvissuti al viaggio, ma anche a chi non ce l’ha fatta.

Emanuela spiega come spesso i corpi vengano portati fuori dalle barche chiusi in buste nere: “Alcune sono così piccole che riesco a intuire che dentro ci sono avvolti dei bambini”, afferma.

“Sono una mamma. È un istinto che non posso controllare”, aggiunge per spiegare il senso di protezione che avverte nei confronti di quei bambini morti in mare. 

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