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Ma è vero che il pene degli uomini si sta accorciando?

TPI ha chiesto all’andrologo Carlo Foresta, direttore del Centro di crioconservazione dei gameti di Padova se si può davvero parlare di femminilizzazione del maschio

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 14 Mar. 2017 alle 16:05 Aggiornato il 24 Nov. 2017 alle 11:43
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Immagine di copertina

Grazie alla puntata del programma tv Presa Diretta andato in onda lunedì 13 marzo, sul web e su varie testate giornalistiche si sta parlando molto del fenomeno della “femminilizzazione del maschio”. Un fenomeno secondo il quale in 20 anni gli uomini hanno visto raddoppiare la propria sterilità.

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Oltre la sterilità, viene citata la riduzione della lunghezza del pene, la minore produzione di spermatozoi e diverse problematiche legate alle dimensioni degli organi sessuali. TPI ha chiesto una spiegazione più accurata all’andrologo Carlo Foresta, direttore del Centro regionale di crioconservazione dei gameti maschili di Padova, e docente universitario di Patologia Clinica all’università di Padova.

È appropriato parlare di “femminilizzazione del maschio”?

È eccessivo utilizzare questa terminologia, ma la tendenza è quella: si sta andando verso una minore androgenizzazione che si avvicina appunto alla femminilizzazione. Ci sono dei segnali chiari di una interferenza da parte di alcune sostanze a livello dello sviluppo embrionale che interferiscono con la produzione degli ormoni e con lo sviluppo delle strutture riproduttive del maschio.

Secondo Richard Sharpe, professore al Centro per la salute riproduttiva dell’università di Edimburgo, “siamo tutti programmati per essere di sesso femminile”. Al programma Presa Diretta ha dichiarato: “Se non succedesse qualcosa durante lo sviluppo del feto saremmo tutte femmine, è il programma di base. Diventare maschio significa modificare questo programma. È il testosterone che modifica il programma di base e trasforma l’individuo in un maschio. Se questo non succede o succede solo in parte è evidente che ci saranno delle conseguenze irreversibili”. Qual è il funzionamento?

In linea generale il meccanismo è questo. Per capirlo basta pensare ad alcune malattie che sono caratterizzate dall’incapacità di recepire lo stimolo degli ormoni maschili, durante la fase embrionale per quanto all’interno si sviluppino le gonadi maschili, fuori l’individuo nasce femmina dal punto di vista delle manifestazioni degli organi sessuali. Quindi sono gli ormoni maschili che danno poi un’impronta diversa agli organi endocrini e agli organi riproduttivi sia interni che esterni.

Se non c’è l’ormone maschile, anche se un individuo è maschio dal punto di vista cromosomico nasce apparentemente femmina; questa sindrome è conosciuta come la sindrome di Morris che è caratterizzata da una malattia genetica dove i recettori per gli ormoni maschili non funzionano: quindi gli organi sono maschili, l’individuo è cromosomicamente maschio, ma nasce esteticamente femmina.

Da cosa può dipendere?

Le cause sono genetiche in questo caso, ed è la massima rappresentazione dell’insensibilità dei ricettori agli ormoni androgeni. Tutte le forme intermedie di insensibilità, minore sensibilità alla produzione o di interferenza con la produzione hanno manifestazioni cliniche più larvate, più sfumate.

Quali sono queste manifestazioni, in che modo rientrano nella definizione di “femminilizzazione”?

Una è la distanza ano-genitale. Per esempio nella donna tale distanza è piccola perché mancano gli androgeni. Nell’uomo si sta accorciando.

Da cosa dipende questo accorciamento?

Dal fatto che durante lo sviluppo embrionario c’è un qualcosa che interferisce con la produzione o con l’attività dell’ormone maschile. Le sostanze chimiche che introduciamo nel corpo mangiando o nelle attività quotidiane, hanno un ruolo in questo sconvolgimento perché possono agire sui recettori degli ormoni maschili modificandone la funzione. Interferendo con la funzione di questi recettori, le sostanze chimiche possono portare ad una ridotta attività androgenica che può manifestarsi in modo più o meno lieve.

Altre manifestazioni?

La produzione degli spermatozoi si sta abbassando. Così come il volume del testicolo si sta riducendo e la lunghezza del pene che si sta accorciando, in quanto androgeno-dipendente: la struttura del pene è fortemente sensibile all’attività degli ormoni. La crescita armonica del corpo è governata dagli ormoni delle gonadi: il testosterone prodotto in età adolescenziale spinge l’ultima crescita dell’uomo e chiude la crescita stessa.

Questo ormone stimola l’ultima fase dell’allungamento delle ossa, chiude la capacità di crescere ulteriormente. Se noi abbiamo poco testosterone le ossa lunghe non chiudono la loro capacità di crescere e si allungano di più, ecco perché i giovani che abbiamo misurato hanno le ossa delle braccia e delle gambe molto lunghe ma sproporzionate rispetto al resto del corpo. Quindi si registra una minore capacità del testosterone di chiudere in modo armonico lo sviluppo del corpo.

Siamo di fronte ad riduzione di testosterone e di spermatozoi al livello generazionale?

Si, c’è una minore produzione di spermatozoi che si manifesta con un minore volume testicolare e anche una minore fertilità. Solo in Italia un ragazzo su 3 oggi è a rischio infertilità e produce il 30 per cento in meno di spermatozoi per ogni fascia d’età.

La minore capacità di sviluppo del testosterone influisce anche sul comportamento?

Questi sono studi che ancora non hanno dato risultati chiari perché li stiamo sviluppando mano a mano, quindi non ci sono ancora risultati precisi.

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