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Buffagni, il grillino anti-grillino: “La Lega senza di noi torna vecchia”

Il sottosegretario pentastellato a TPI: "La Lega ha rigenerato la sua immagina logora associandosi al movimento più giovane della politica italiana. Per ora è un rapporto osmotico in cui prende e dà. Ma i leghisti sanno che se rompono pensando di incassare il 30 per cento, rompono il ciclo"

Di Luca Telese
Pubblicato il 18 Mar. 2019 alle 15:06 Aggiornato il 18 Mar. 2019 alle 15:17
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Immagine di copertina
Stefano Buffagni. Credit: ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

È diventato “l’uomo delle nomine”, nel M5s, forse proprio perché è un grillino molto atipico rispetto al cliché tipico dei pentastellati.

È del nord e non del sud, è figlio di una famiglia di imprenditori e non un giovane ex precario, è laureato alla Cattolica in economia e non in scienze politiche a Roma.

Tra gli uomini forti del nuovo potere gialloverde, tra i primi nomi che bisogna conoscere per capire come funziona il governo c’è lui: Stefano Buffagni.

È uno dei migliori amici di Luigi Di Maio, è nato a Milano, è cresciuto a Bresso, ha un diploma di perito elettronico e una laurea in economia e management. I nonni paterni di Stefano erano emiliani. Quelli materni lucani.  Lui è i suoi genitori sono al 100 per cento lombardi: “Siamo come tutti a Milano: anagrafe nordista radici meridionali”.

Il padre è manager, in una azienda che lavora nel settore sanitario (e qualcuno si è spinto fino ad immaginare un conflitto di interessi). La madre fa l’agente di viaggio. Lui è commercialista, anche se per evitare altri sospetti di conflitto di interessi con il suo ruolo di governo, in accordo con l’ordine di Milano, si è autosospeso.

La famiglia possiede un ristorante a Rapallo, la “Bella Napoli”, dato in gestione: “Conoscendo quei conti a memoria, busta paga per busta paga, capisco le difficoltà che i nostri piccoli imprenditori affrontano quotidianamente”.

L’influenza di Buffagni sul governo sembra crescere di ora in ora. Pochi giorni fa fu proprio lui, non a caso, nel momenti peggiori della crisi sulla Tav, a dire: “È crisi”.

La crisi non ci fu, ma il ruolo di Buffagni fu sancito. La sua visibilità mediatica inizia quando si arriva per mano sua (e di Giancarlo Giorgetti) alla nomina di Savona alla Consob, e da allora continua a sfavillare.

Lui, con il volto incorniciato da una barbetta guevarista, qualche chilo sovrappeso, sorride e ci scherza su compiaciuto: “Sono solo quello che coordina il bailamme delle nomine”. E se gli ricordi che in questi mesi ha esercitato un potere enorme elude: “Una rogna enorme, vorrà dire”.

Dice di avere avuto una educazione rigorosa, a partire da un episodio simbolico e formativo. Per aver falsificato una firma su una nota suo padre impartì una punizione esemplare: “Mi diede così tante randellate da non dimenticarlo mai per la vita”.

In perfetto stile antigrillino dice: “La politica è l’arte di trovare delle mediazioni, evidentemente ho qualche dote in questo campo”. Racconta di aver imparato a conoscere bene i leghisti dopo avergli fatto opposizione per cinque anni in Lombardia.

E con spirito di paradosso ti spiega che nella Terza Repubblica le nomine sono un problema, e non una benedizione, “perché i partiti non ci sono più, dopo le prime venti poltrone la lista dei tuoi amici è finita”.

Quando tratta con i leghisti dice che bisogna imparare a riconoscere gli stilemi della “scuola gutturale bossiana”. Ovvero: se hai a che fare con il Carroccio, devi sapere che si arriva sempre a un momento particolare, una fase della trattativa “in cui i leghisti si alzano dal tavolo e ti urlano in faccia”.

Per spiegartelo li imita anche, riproducendo un accento marcatamente lombardo: “Baaastaaaa!!!!! Adesso si va tutti a casaaaaa!!!!”. Poi ride e aggiunge: “È l’Abc nella scuola di formazione del Carroccio”.

E sapete cosa bisogna fare in questi casi? Nulla. Secondo Buffagni i leghisti non rompono, mai: “Appena finisce il saggio gutturale bossiano il leghista tipo entra in modalità ‘concretezza padana’, passa dalle note acute alle tonalità vocali basse, e ci si tratta persino bene”.

Lui lo spiega così: “Il leghista vuole terrorizzarti con il suo lato duro. Cascano male perché noi siamo più duri di loro”. Ovviamente solo questo aneddoto spiega sul governo, per chi è interessato a capire, molto più di cento retroscena.

Buffagni racconta la sua strana coppia di fatto con Giorgetti in questi termini: “Io parlo con i miei. Lui con i suoi, e poi negoziamo noi”. E dice che non teme il numero due della Lega perché ha trattato con Maroni, con Romeo, con Garavaglia, quello che forse gli è più simpatico.

Ma persino lui aveva i famosi momenti gutturali, quando hanno discusso cinque leggi di bilancio in Lombardia: “Basta, Basta!!!! Non c’è più un soldo, si va a votare!!!”. Il governo gialloverde, insomma, non trema perché c’è lo scontro, ma vive dello scontro tra interessi contrapposti.

Ovviamente Buffagni è stato colpito anche da “fuoco amico”. Lo hanno accusato di aver collocato Savona alla Consob per piazzare se stesso al suo posto. Ma lui non si è turbato: “Era una panzana colossale”.

Nega di aver piazzato se stesso nella poltrona strategica degli affari regionali: “Tant’è vero che forse avrei preferito altro, per esempio il Mef”. Non ama i consiglieri dei ministri tecnici e lo ha detto pubblicamente: “Sono persone che guardano al proprio interesse e non a quello dello Stato. Ma cascano male, perché in questo con i leghisti facciamo muro perché l’interesse dei cittadini è la priorità, non l’orticello personale di qualcuno”.

E se gli chiedi come può sopravvivere l’alleanza se litigate tutti i giorni ti risponde con la teoria del “Beneficio di osmosi”. Se non la conoscete non vi preoccupate, perché l’ha elaborata lui stesso, ed è questa: “È tutto molto semplice. La Lega ha rigenerato la sua immagina logora associandosi al movimento più giovane della politica italiana. Per ora è un rapporto osmotico in cui prende e dà. Ma i leghisti – aggiunge – sanno che se rompono pensando di incassare il 30 per cento, rompono il ciclo”.

E questo che significa, chiedi? Il sottosegretario sorride: “Tornano alleati di Berlusconi, che ormai è un rudere. E tornano vecchi arnesi. Per questo non romperanno”.

L’altro dettaglio che secondo Buffagni è molto importante riguarda le nomine: “Ne avremo fatto nemmeno il 20 per cento. E, per quel che ci riguarda, è il lavoro più importante per cambiare la macchina dello Stato. Noi – aggiunge – siamo onesti, siamo brave persone e non abbiamo eserciti di poltronari da collocare. Se dobbiamo trovare una persona magari ci rivolgiamo a un cacciatore di teste”.

Se tu gli dici che non ci credi ti spiega: “Sa come vengono fatte le nomine? Così: ‘Tu chi hai di valido da mettere?’”. E ti fa l’esempio del nuovo Ad di Cassa Depositi e prestiti, che – dice – non aveva nessuna targa politica: “Noi abbiamo proposto Fabrizio Palermo, che tutti consideravano bravo. Giorgetti lo conosceva, anche lui lo considerava molto bravo, e lo abbiamo messo lì”.

Quando gli obietti che questo candore virginale sembra sospetto Buffagni ribalta e dice: “Allarghiamo alla società civile proprio perché non abbiamo apparati. Non nominiamo uno che è nostro perché non lo abbiamo, casomai avviciniamo delle personalità proprio perché abbiamo bisogno di competenze”.

Ed ecco il ribaltamento: “Il Pd era un partito stato, noi portiamo cittadini nello Stato. Abbiamo bisogno delle migliori energie del paese e le stiamo valorizzando”. E adesso attenzione alla mappa: tutte le big partecipate di Stato scadono nel 2020.

Eni – che non è governativa, ma su cui il governo ha ovviamente influenza – scade l’anno prossimo. E in ognuno dei cda che si rinnovano ci sono i consiglieri governativi.

Ecco perché Buffagni ti dice che il crollo del M5s nei sondaggi non lo preoccupa affatto: “In questi mesi abbiamo dovuto lottare per fare le cose. Ora arrivano i fatti e andremo a raccontarli tra le persone”.

Buffagni viene dalla generazione che non ha fatto politica (“sono stato solo capoclasse, per diritto carismatico”), e prima del M5s aveva votato una volta sola (“il Pd. Poi me ne sono ampiamente pentito”).

È diventato grillino nel 2010, dopo Woodstock, e spiega: “Rimasi folgorato dalla possibilità di cambiamento che vidi, e sono ancora qui per questo”. Ama il suo Istituto tecnico, Il Galvani, perché -assicura – “ho ricevuto più offerte di lavoro finite le superiori che dopo la laurea”.

Dice di aver scelto la Cattolica non per fervore religioso ma per le ragazze, “una densità di bellezze impressionante”. Tuttavia è all’università che ha incontrato Giorgia (“la donna della mia vita”): si è sposato nel 2014 e nel 2017 ha avuto un bimbo, Gabriele, che lo ha terremotato: “Mi ha cambiato la prospettiva con cui guardo la vita e il mondo”.

Sua moglie lavora in una multinazionale giapponese dove si occupa di risk management (“È sola a Milano con il bambino fa salti mortali. Una donna straordinaria”). Si definisce un uomo del Nord: “Vengo da un territorio dove la società funziona. Ho uno spirito molto pragmatico. Per me contano i risultati. Anche perché la gente da noi si aspetta questo”.

E attacca sul reddito: “Negli ultimi cinque anni la sinistra dei competenti ha raddoppiato i poveri. Noi stiamo provando ad aiutarli”. Difende Quota 100 con orgoglio: “Per noi quelli che la stanno scegliendo sono italiani che hanno contributo a fare grande questo paese. E siccome hanno lavorato almeno 38 anni, si sono guadagnati la loro pensione. Avevano versato una vita di contributi ed erano rimasti intrappolati nel limbo”.

Per Buffagni questo provvedimento “è una opportunità: chi non la vuole cogliere, come i miei genitori, non la coglie. Chi ne ha bisogno approfitta della possibilità. Nel contempo proviamo a far partire il turn over”.

È stato, forse, l’ultimo pupillo di Gian Roberto Casaleggio, conosciuto in una riunione con i consiglieri regionali lombardi nel 2013. Lui era arrivato terzo in provincia di Milano alle regionali e dice con autoironia: “Se non avessi avuto i voti del mio territorio, di casa mia, non sarei stato eletto. Ma Gian Roberto era curioso delle persone, non dei cacciatori di preferenze, per fortuna”.

Il giovane Buffagni era molto anticonformista rispetto agli altri candidati e -per dire – era pro-Expo, che nel M5s era quasi una bestemmia. Qualcuno nel movimento lo definiva “l’infiltrato dei poteri forti” (“Era come avere un marchio da appestato”).

Tuttavia c’era Casaleggio che lo proteggeva e gli diceva: “Impara a fare dei video online. Vedrete che sarà il futuro”. Col senno di poi Buffagli commenta: “Cinque anni fa sembrava una cosa ridicola, oggi anche per fare il vicepremier devi fare i video selfie”.

Il legame con Casaleggio padre, secondo lui, era fondato su un punto di affinità: “Arrivava dallo stesso mondo da cui arrivo io e altri come me. Gente che ha costruito delle cose ma non fa parte delle élite”.

Buffagni diventa amico di Di Maio nel 2014: “Ci siamo conosciuti a Milano quando siamo andati a fare il tour sui cantieri di Expo. Ci siamo piaciuti subito, è venuto naturale tornare con la mia Smart, abbiamo parlato un tempo infinito, siamo diventati amici”.

Li univa una visione simile, il fatto di far parte della corrente “pragmatica” del movimento: “Eravamo tra i pochi che vestivano in camicia e maglione, quando in tanti si vestivano scassati, grundge” Lui ride sul gioco delle foto che si potrebbe fare con alcuni suoi colleghi e rivendica di essere rimasto uguale, dal 2013 a oggi.

Ovvero da quando per entrare nello studio professionale ha iniziato a vestirsi in giacca e cravatta dismettendo a malincuore il buco nell’orecchio dei tempi di scuola: “Ma ha mai visto un commercialista con l’orecchino a Milano?”

Amava leggere dalla mattina alla sera, un tempo romanzi e letteratura, con Kindle, ora report e relazioni. Il suo romanzo preferito è “Il Conte di Montecristo” di Alexandre Dumas, e non nasconde una certa passione per la vendetta, anche in politica.

E di Di Maio denuncia addirittura un difetto: “Guarda sempre più avanti di chiunque altro. Ma tratta meglio i nemici che gli amici”.

Buffagni è un tifoso sfegatato dell’Inter (“Sono stato abbonato in curva tanti anni. È un amore che non muore, anche se noi interisti soffriamo il doppio e non vinciamo mai”) e non ha paura del limite dei due mandati perché senza troppe ipocrisie è convinto che tornerà al governo.

Infatti sorridendo dice, con una punta di civetteria: “Tecnicamente, chi è già al secondo mandato, come me, potrebbe fare addirittura il presidente del Consiglio”.

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