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Regeni, i 6 mesi dell’ambasciatore Cantini al Cairo: missione fallita

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Valutando oggi gli equilibri economici e politici tra Italia ed Egitto, e quanto finora fatto dall'ambasciatore Giampaolo Cantini, si potrebbe pensare che l'omicidio del giovane ricercatore friulano non sia mai avvenuto

Il 14 marzo 2018 sono trascorsi esattamente 6 mesi da quando l’ambasciatore italiano Gianpaolo Cantini è tornato al Cairo.

La sua missione era quella di “trovare la verità” per Giulio Regeni, il ricercatore morto assassinato e il cui cadavere fu trovato alla periferia del Cairo il 3 febbraio 2016.

Ma dell’operato di Catini in Egitto, fino ad oggi, sono giunte davvero poche notizie. Quantomeno sulle indagini per Giulio.

Quel che è certo è che la sua figura ha aiutato a rinsaldare, oggi più che mai, i rapporti commerciali tra Italia ed Egitto.

Il 31 gennaio 2018, il presidente egiziano Abded Fattāḥ Al-Sisi ( prossimo e praticamente unico candidato alla corsa per le presidenziali del 26 marzo, come abbiamo spiegato in questo articolo), l’amministratore delegato amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi e il rappresentante diplomatico Giampaolo Cantini si mostravano al pubblico in un incontro – ripreso in diretta tv egiziana – durante il quale visitavano i pozzi da 850 miliardi di metri cubi scoperti nel 2015.

La presenza di Claudio Descalzi e dell’ambasciatore italiano Giampaolo Cantini confermavano agli spettatori egiziani che tra Roma e il Cairo i rapporti sono tornati a funzionare a gonfie vele.

“Non smetteremo di cercare i criminali che hanno fatto questo per consegnarli all’autorità giudiziaria”, diceva il presidente Al-Sisi parlando di Giulio Regeni e sostenendo che il crimine fosse stato commesso “per rovinare i rapporti con l’Italia”.

Eppure, valutando oggi gli equilibri economici e politici tra i due paesi, si potrebbe pensare quel 3 febbraio 2016 fu solo un giorno come tanti. Che Giulio Regeni e la sua morte non sono mai esistiti.

“Ci hanno detto che il ritorno dell’ambasciatore italiano in terra d’Egitto sarebbe servito per trovare la verità” e invece, sei mesi dopo, registriamo la saldatura dei ghiotti rapporti commerciali (la scenetta dell’amministratore dell’Eni De Scalzi insieme a Al Sisi è una di quelle notizie che dovrebbe sanguinare e invece niente) ma nessun concreto passo in avanti sulla morte di Giulio Regeni”, commentava la famiglia di Giulio a pochi giorni da quell’incontro.

“Non è stata registrata in realtà nessuna ‘reazione’ da parte della magistratura egiziana sulla informativa italiana che ricostruisce le precise responsabilità di nove funzionari di pubblica sicurezza egiziani perfettamente individuati”.

“Se, come ci era stato garantito dal nostro governo, l’invio dell’ambasciatore doveva consentire il raggiungimento della verità processuale su ‘tutto il male del mondo’ inferto su nostro figlio, il fine evidentemente non è stato raggiunto e la missione in questo senso è fallita”, annunciavano i genitori di Giulio.

Il 24 gennaio 2018, giorno dell’anniversario della scomparsa di Giulio, davanti all’ambasciata italiana non c’era neanche un mazzo di fiori. Nell’edificio di Garden City al Cairo, dove opera l’ambasciatore Giampaolo Cantini, non si teneva nessuna commemorazione.

Dal canto suo, l’11 febbraio 2018, l’ambasciatore Cantini incontrava il primo ministro egiziano Sherif Ismail, al quale ribadiva che “la decisione del governo italiano di ristabilire le relazioni a livello di ambasciatore dello scorso settembre fosse volta, parallelamente al rafforzamento dell’intero spettro dei rapporti bilaterali tra Italia ed Egitto, a sostenere sul canale diplomatico la collaborazione giudiziaria in corso per fare piena luce sulla barbara uccisione di Giulio Regeni”.

Ma dopo di allora, è calato nuovamente il silenzio.

Silenzio che non è mai calato tra i due grandi fautori del dialogo italo-egiziano: Claudio Descalzi di Eni e Abdel Fattah Al-Sisi.

Negli ultimi mesi, l’Ente italiano per gli idrocarburi ha intensificato i rapporti col governo egiziano: non ultimo, si ricorda l’incontro del 7 marzo, passato in sordina su molti quotidiani italiani, tra Descalzi e il presidente Al-Sisi, volto a verificare i progressi sul prezioso giacimento di Zohr, grazie al quale Eni metterà in produzione 850 miliardi di metri cubi di gas garantendo all’Egitto una duratura indipendenza energetica per 30-40 anni.

L’Eni è presente in Egitto con investimenti per quasi 14 miliardi di dollari; estrae gas dal giacimento di Nooros, nel delta del Nilo, e petrolio nel deserto occidentale.

Nell’incontro del 7 marzo, il presidente egiziano ha elogiato le attività di Eni e auspicato che l’azienda italiana “continui a portare avanti le esplorazioni per fare nuove scoperte, prendendo in considerazione l’ampio potenziale del settore energetico in Egitto”.

Al-Sisi ha premiato “la partnership con Eni e le sue attività realizzate in Egitto con alta professionalità e secondo gli standard internazionali” e ha sottolineato la necessità di “proseguire con la tabella di marcia stabilita nei giacimenti in cui opera”, si legge nel comunicato stampa diffuso.

Leggi anche: SPECIALE: Dentro l’affaire Giulio Regeni, la verità mancata

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