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Manovra: Parlamento vilipeso dal Governo? Una pratica che viene da lontano, da Berlusconi a Renzi

Anche sulla legge di Bilancio l'esecutivo M5S-Lega procede a colpi di questioni fiducia. Ma chi oggi grida dagli scranni delle opposizioni dovrebbe fare un esercizio di memoria per ricordare a se stesso come, dove, quando e chi ha iniziato e continuato su questo percorso in discesa

Di Caterina Coppola
Pubblicato il 30 Dic. 2018 alle 12:24 Aggiornato il 30 Dic. 2018 alle 16:52
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Immagine di copertina

Diciamoci la verità: il Parlamento sta stretto a tutti i governi. O almeno a tutti i governi dall’era Berlusconi in poi. Il punto è che ogni esecutivo spinge l’asticella un po’ più in là togliendo alle aule parlamentari un altro pezzetto di autonomia, di dignità, di ruolo stabilito dalla Costituzione e dal principio di separazione dei poteri che è il cardine di una democrazia.

I decreti di Berlusconi

Chi ha passato i 30 anni ricorderà gli attacchi ai governi Berlusconi per l’uso eccessivo dei decreti. Nati per essere usati in casi gravi e di emergenza, i decreti trasferiscono una parte del potere legislativo dal Parlamento al Governo per eventi, appunto, eccezionali. Berlusconi ne fece strumento frequente del suo governo.

Fare le leggi spetterebbe al Parlamento (sempre secondo la Costituzione), ma nei 42 mesi del suo ultimo governo il Cavaliere ha emanato 80 decreti: 1,9 al mese, pari al 25,45 per cento del totale delle leggi approvate durante lo stesso periodo. Peggio di lui solo Letta, che in appena 10 mesi di premierato ha firmato 25 decreti: 2,5 al mese, ovvero il 61,11 per cento di tutti i testi diventati leggi sotto il suo governo.

Un po’ meglio Renzi, che in 32 mesi da premier ha varato, sì, 54 decreti (1,69 al mese) ma per un totale del 19,3 per cento di tutte le leggi approvate dalla sua maggioranza parlamentare.

La fiducia di Renzi

A Renzi, però, piaceva di più un altro strumento che di fatto limita il dibattito parlamentare e la possibilità di deputati e senatori di presentare emendamenti, modificare un testo e, quindi, di svolgere il loro ruolo costituzionale: il voto di fiducia. L’ex sindaco di Firenze ha posto la fiducia sul 26,72 per cento delle leggi approvate dal Parlamento durante il suo governo.

Anche in quel caso le critiche e le accuse di “antidemocrazia” non mancarono. Il suo successore, Gentiloni (sempre PD), l’ha usato il 32,99 per cento delle volte. Berlusconi, nell’ultimo mandato, vi fece ricorso solo per 16,42 per cento.

Il record Conte

Ogni governo, si diceva, spinge il limite un po’ più in là. Ed è ciò che sta facendo anche quello in carica, formato proprio da due delle forze politiche che più di tutti accusavano Renzi di eccessivo ricorso alla fiducia, M5S in primis. In appena 7 mesi di vita, infatti, l’esecutivo guidato da Conte, ha usato la fiducia per ben il 31,58 per cento delle volte. Fate voi le dovute proporzioni.

Vale la pena ricordare che impedendo al Parlamento di discutere e dibattere non si fa un torto solo alle opposizioni, ma anche a deputati e senatori della maggioranza, il cui ruolo si riduce a dire “sì”.

Ha ragione, dunque, chi urla al vilipendio del Parlamento per come si è evoluta la questione della legge di Bilancio? Chi parla di dignità parlamentare umiliata? Di dittatura della maggioranza? Probabilmente sì, ma bisognerebbe che chi oggi grida dagli scranni delle opposizioni (tutte) facesse un esercizio di memoria per ricordare a se stesso come, dove, quando e chi ha iniziato e continuato su questo percorso in discesa.

Il popolo sovrano?

Discesa che va di pari passo con la malsana abitudine di prendersela con gli elettori ogni qual volta votano in maniera difforme da ciò che i leader si aspettano. Anche questa, abitudine consolidata nella Seconda Repubblica, quella che ha puntato tutto sul personalismo dei leader, appunto, e poco, molto poco, su programmi e idee di Paese.

Se è vero che “la sovranità appartiene al popolo” (lo dice sempre lei, la Costituzione, e non ha niente a che fare con i concetti di “populismo” e “sovranismo”, checché ne dica l’avvocato Conte), e che tutti si ergono a interpreti e tutori del “popolo” stesso, è altrettanto vero che questa tutela può facilmente venir meno. Il popolo va bene e serve a giustificare tutto quello che si fa, fino a quando quello stesso popolo non vota l’avversario.

Gli insulti agli elettori

Dagli elettori “coglioni” della sinistra (Berlusconi dixit, aprile 2006) a quelli che avrebbero dovuto essere “ricoverati per infermità mentale” perché non votavano il suo candidato a Palermo (sempre Berlusconi, maggio 2007), passando per i “serial killer” perché favorevoli al referendum costituzionale (Beppe Grillo, novembre 2016), e quelli che si meritavano un #ciaone per aver perso il referendum sulle trivelle (Ernesto Carbone, aprile 2016), ai mille volte citati “gufi” di Renzi colpevoli di criticare l’azione del suo governo perfino dalla sua base, per finire (solo per questioni di spazio) ai “rincoglioniti” rivolto da Di Battista a chi non avrebbe votato il M5S.

Oggi il mantra è “pidioti”, che sarebbero tutti coloro che criticano il governo giallo-verde, a prescindere che siano o no iscritti al Pd. Che poi, se tutti quelli che si beccano del “pidiota” fossero tesserati o elettori del Partito democratico, le sue percentuali sarebbero decisamente più alte del triste 18 per cento racimolato alle ultime politiche. Ma sono dettagli. Insomma, la sovranità appartiene al popolo tranne se vota gli avversari. Un po’ come il Parlamento: va bene, finché non pretende di fare quello che deve, cioè controllare il governo e legiferare.

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