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“Zara si è presa tutto, ha la mia vita in pugno”, parla una dipendente

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Una donna, addetta alle vendite di uno store del celebre marchio di moda spagnolo, denuncia la situazione lavorativa in cui vive, che aggrava una già complessa situazione familiare

Lavoro per un famoso marchio della grande distribuzione, Zara, e so per esperienza che la mia azienda è tra le migliori. Pagano gli stipendi puntualmente, ci danno bonus economici, e rispetto ad altri sono il marchio ‘meno peggiore’ sul mercato. Mi sento spesso invidiata da amiche che lavorano in altri negozi. E mi sento spesso dire che devo ritenermi fortunata ad avere un lavoro così. Ma io invece mi sento un cappio al collo.

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Sento la morsa farsi sempre più stretta, e guardo con ansia crescente il calendario, che come i granelli di sabbia di una clessidra sta scivolando verso una situazione senza soluzione per me. Sono una lavoratrice part time, e lavoro per Zara da più di 10 anni. In questi anni, con la fiducia del ‘posto sicuro’ ho messo su famiglia, preso una casa, avuto due bambini. Si dice che il “lavoro nobilita l’uomo”, ma forse la donna no. A me sta togliendo tutto.

Conciliare la mia vita privata con i turni massacranti è diventato ogni giorno più difficile, passo troppo tempo fuori casa, sono sempre assente la domenica, lavoro fino a tardi la sera. Quando mio figlio aveva 4 anni ho scoperto che aveva una seria difficoltà di linguaggio, e subito siamo corsi ai ripari con un’intensa terapia, che comunque sarà lunga.

Non mi hanno riconosciuto la 104 (il congedo straordinario dal lavoro retribuito concesso ai lavoratori dipendenti che assistono familiari con grave disabilità) ma solo una legge minore, perché mancano i soldi.

Ancora turni massacranti, ancora sorrisi ai clienti. Il mio matrimonio è andato in crisi e ho subito tutto il dolore della separazione mentre continuavo a sorridere quotidianamente ai clienti. Poi arriva il divorzio e la decisione del giudice: data la cattiva condotta del mio ex marito, e il mancato pagamento degli assegni per i bambini, mi viene riconosciuto l’affido esclusivo.

Un giorno, mentre ero a lavoro, confido tutto alla mia responsabile. Grazie a lei, carte del tribunale e della neuropsichiatra alla mano, chiediamo e otteniamo temporaneamente dei turni agevolati per l’accudimento dei bambini. 

Ho accettato felice, anche se consapevole che i miei problemi non erano affatto temporanei. In questo lasso di tempo però Zara firma un contratto integrativo, dove si impegna a organizzare il lavoro in modo equo. Io mi aspetto allora che quei turni che credevo ‘agevolati’ ma che in realtà erano semplicemente equi, diventassero stabili per me.

Non chiedevo di lavorare solo la mattina quando i miei figli sono a scuola. Lavoro nel commercio e so che devo fare dei turni anche la sera, ma non tutti i giorni! Non più sere che mattine. Turni equi per me significa fare due sere e due mattine, domeniche comprese. Non chiedo la luna. Penso sia possibile, visto che in altri negozi lo fanno.

Ma arriva secco il No dell’azienda: da novembre non mi garantiranno più l’equità e se non mi sta bene, loro possono solo propormi un trasferimento lontano da casa. Come farò? Come porterò mio figlio a fare la terapia? Chi parlerà con la neuropsichiatra? Chi gli preparerà la cena quando sarò in negozio? Non ho soldi per una babysitter. Né turni fissi per poter cercare un altro lavoro.

Zara ha la mia vita in pugno. Il tempo scorre. Pensavo di aver diritto a quei turni equi.

Non voglio ispirare la pietà di nessuno. Voglio farcela, ma non mi mettono nella condizione di farcela. Mi stanno togliendo tutto: il tempo, la famiglia, la dignità!

• Questo lungo sfogo di N.B., addetta alle vendite in uno store di Zara, è stato raccolto da Francesco Iacovone, sindacalista dell’Usb che da anni segue l’evoluzione della Grande Distribuzione Organizzata (Gdo).   

“Si sente disperata e non ha forze per lottare. Ma le sue colleghe sì. Altre lavoratrici, donne, madri. E so che insieme a loro tanti le daranno forza per pretendere che Zara le riconsegni la dignità, la ripaghi dei suoi sforzi non solo con uno stipendio, ma mettendola nella condizione di lavorare nel modo migliore possibile”, ha commentato Iacovone a TPI.

N.B. L’identità della donna è sotto anonimato per proteggere la sua privacy e la sua carriera. 

TPI è aperta a raccogliere eventuali repliche o precisazioni

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