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La marcia degli scrittori italiani contro la mafia del caporalato in Puglia

Leonardo Palmisano, sociologo e scrittore, spiega a TPI le dinamiche della mafia del caporalato e le motivazioni della marcia organizzata per contrastarla

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 13 Mar. 2017 alle 18:30
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Immagine di copertina

“I braccianti sono esseri umani, non bestie da soma. Sono lavoratori che producono ricchezza, non criminali. Sono uomini e donne liberi, non schiavi”, si legge nell’appello per la marcia contro la mafia del caporalato che porta la firma di scrittori e giornalisti impegnati da anni a studiare il fenomeno.

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Chi aderirà alla manifestazione in programma per il 17 aprile, sfilerà lungo un percorso che andrà da ghetto a ghetto, nelle campagne del Foggiano, quello che oggi può essere individuato con uno dei territori con la maggior concentrazione di braccianti sfruttati e sottopagati e dove ha maggiormente attecchito il fenomeno del caporalato.

“Sarà una marcia e non una manifestazione perché mossa dal desiderio di attraversare un territorio di mafie per dichiarare pacificamente guerra a quelle mafie dentro un territorio che considerano di loro proprietà e che invece è ancora dei cittadini”, spiega a TPI Leonardo Palmisano, sociologo e scrittore autore del libro “Ghetto Italia”, e uno dei firmatari – insieme a Giulio Cavalli, Marco Omizzolo e Stefano Catone – dell’appello.

L’espressione caporalato indica l’intermediazione illegale tra lavoratore e datore di lavoro. I caporali sono coloro che reclutano manodopera per impiegarla presso terzi in condizioni di sfruttamento. I lavoratori sono in genere persone che si trovano in difficoltà economica o stranieri senza il permesso di soggiorno obbligati a lavorare dalle otto alle dodici ore al giorno e retribuiti con paghe fino al 50 per cento inferiori rispetto a quelle stabilite dai contratti di lavoro nazionali.

Nell’ottobre 2016 la Camera ha approvato in via definitiva la legge contro il caporalato: con le aggiunte all’articolo 603-bis sono state introdotte le sanzioni penali non solo per i caporali, ma anche per i datori di lavoro consapevoli dell’origine dello sfruttamento. Fino a sei anni di carcere, che possono diventare otto in caso di violenza o minaccia per chi commette il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

“Se c’è caporalato è perché, prima di tutto, c’è un’impresa che necessita di avere manodopera in grande quantità da poter trasportare sui campi in tempo reale. Manodopera che viene sottopagata e che si concentra nel sistema dei ghetti”, spiega Palmisano.

I ghetti

Lo sfruttamento salariale contribuisce al popolamento dei ghetti dove si concentrano le persone che non possono permettersi un appartamento, un letto, un tetto normale, a causa delle bassissime paghe percepite anche in presenza di regolare contratto di assunzione. 

“I caporali trovano più semplice trasportare le persone quando sono concentrate in un luogo decentrato rispetto ai centri urbani”, prosegue il sociologo. “È più facile avere 2.500 persone come nel gran ghetto di Lignano San Severo, piuttosto che reclutarle una per una dentro i paesi. Con questo sistema si favorisce l’arricchimento illecito delle imprese”. 

Cosa è cambiato dopo l’approvazione della legge sul caporalato

Con l’approvazione della legge sono aumentati gli arresti, anche all’interno delle aziende, ma la risposta in Puglia da parte dei padroni dei terreni è stata di totale avversione.

“Hanno organizzato una manifestazione e minacciano la serrata”, spiega Palmisano. “Uno dei motivi per cui abbiamo deciso di organizzare una marcia è anche quello di reagire alla presa di posizione dei padroni. Vogliamo vigilare come società civile e pretendiamo che lo stesso faccia non solo la magistratura, ma l’intero sistema dei controlli. Chiediamo che aumentino le ispezioni del lavoro nella provincia di Foggia come in Salento, con l’aumento degli ispettori del lavoro assunti tramite un concorsone pubblico. In tutta la capitanata – che è la provincia che funge da laboratorio – ce ne sono solo una decina, un rapporto tra lavoratori e controllori che non sta in piedi”.

Il sistema mafioso del caporalato

Secondo Palmisano, che da anni visita e conosce a fondo il territorio pugliese e le dinamiche che sono dietro il caporalato, l’intreccio forte che si sta creando e che viene da lontano coinvolge l’impresa, il sistema del caporalato, la criminalità organizzata e parte della politica locale.

“Assistiamo all’assembramento di un unico sistema criminale, che non è affatto un sistema rozzo ma collaudatissimo, si nutre del fatto che per esempio in capitanata non c’è una direzione distrettuale antimafia, né una direzione investigativa antimafia autonoma”, spiega Palmisano. “La provincia di Foggia dipende della procura di Bari, ed è assurdo perché i sistemi camorristici della capitanata sono almeno tre e sono molto diversi da quelli baresi”. 

“Nella provincia di Foggia da sempre convivono tre attori importanti: un pezzo del sistema politico, il sistema di impresa e il sistema camorristico. Ricordiamoci che questo è il territorio dei cutoliani, questa è la capitanata”.

Il sistema del caporalato è un pezzo dei nuovi sistemi criminali italiani che sono organizzazioni mafiose dentro le quali convergono diversi pezzi non solo della mafia tradizionale ma anche delle nuove mafie dei colletti bianchi, ovvero delle imprese apparentemente pulite.

Come racconta Palmisano, le imprese di mafia in capitanata riescono a percepire denaro tramite i fondi europei destinati alla regione Puglia. Ci sono consulenti e reti di consulenti che favoriscono l’accesso e la vittoria dei bandi senza nemmeno dover accedere a metodi correttivi.

Per far comprendere quanto reale sia questo sistema, Palmisano utilizza l’esempio del caso di Paola Clemente, la bracciante agricola 49enne di san Giorgio jonico, morta mentre lavorava sotto un tendone nelle campagne di Andria, il 13 luglio del 2015.

ll 23 febbraio 2017 la guardia di Finanza di Trani ha arrestato ad Andria sei persone, tra queste, il titolare dell’azienda di trasporti tarantina che portava in pullman le braccianti fino ad Andria, e il direttore dell’agenzia interinale per la quale lavorava la signora Clemente.

“Tra i gli arrestati figurano tutti i pezzi del sistema”, illustra Palmisano. “La società di trasporto, regolarmente registrata, e il direttore dell’agenzia interinale, che aveva regolarmente registrato Paola Clemente ma non ne segnava le giornate effettivamente lavorate. Sono società apparentemente pulite che operano nella legalità, ma che nei fatti contribuiscono ad alimentare il sistema mafioso, come poi è emerso dagli arresti”.

Il caporalato attecchisce non solo tra le piccole imprese, ma anche tra le associazioni dei produttori, non in tutte, ma in buona parte si: “Mancano i controlli degli ispettori mentre i padroni stanno seminando il terrore in Puglia e adesso si è aggiunta anche anche la mafia come nel caso di San Severo”.

Il fallimento del sistema di accoglienza 

Il problema del caporalato nasce da lontano e trova le fondamenta anche nella gestione errata del sistema di accoglienza migranti in Italia. Lo spiegava anche Yvan Sagnet, il camerunense che ha promosso il primo sciopero dei braccianti stranieri in Puglia.

“Bisogna costruire un sistema di accoglienza che sia un modello esteso, che porti i braccianti dentro i centri abitati e non nelle periferie”, sottolinea Palmisano. “Alcuni di loro vivono in Italia da 20 anni e si ritrovano a lavorare nei campi del sud Italia per non perdere il permesso di soggiorno dopo essere stati espulsi dalle fabbriche del nord est”.

Per questo motivo, nell’appello che invita alla marcia gli scrittori chiedono di uscire dal sistema Bossi-Fini che assoggetta il permesso di soggiorno al contratto di lavoro. 

“Chi vuole le tendopoli, i container, i Cara e i Cie, chi vuole i luoghi dove si concentra manodopera potenziale o già presente sul territorio ma sganciata dal resto della società autoctona, di fatto favorisce il sistema criminale del caporalato, favorisce le mafie della capitanata”, conclude Palmisano. “Ci piacerebbe che questo divenisse un momento per costruire in Puglia un tavolo informale tra reti associative e aziendali sane, insieme alle testate giornalistiche per monitorare costantemente il fenomeno e anche per difenderci”.

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