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Per i leghisti è finita la pacchia: arrivano le prime condanne per gli insulti razzisti e sessisti sui social

Camiciottoli dovrà pagare 20mila euro di multa alla Boldrini per minaccia di stupro. Calderoli invece è stato condannato a un anno e sei mesi di pena in primo grado per le frasi razziste contro la Kyenge.

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 16 Gen. 2019 alle 10:36 Aggiornato il 16 Gen. 2019 alle 15:28
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Immagine di copertina

Le parole hanno un peso, anche sui social. Gli insulti sessisti e razzisti scritti da esponenti della Lega su Facebook e Twitter, mesi dopo, costano una condanna.

Il sindaco leghista Matteo Camiciottoli dovrà pagare 20mila euro di multa all’ex presidente della Camera Laura Boldrini dopo averle augurato uno stupro su Facebook. Il senatore Roberto Calderoli, invece, è stato condannato a un anno e sei mesi di pena in primo grado per le frasi razziste che equiparavano l’europarlamentare Cécile Kyenge ad un orango.

“Abbiamo vinto un’altra volta. Evviva evviva evviva” ha esultato Cecile Kyenge. “Il razzismo la paga cara: Roberto Calderoli condannato in primo grado ad un anno e sei mesi per avermi rivolto insulti razzisti”.

Laura Boldrini ha commentato a caldo la condanna di Camiciottoli sulla sua pagina: “Quel messaggio mi ferì moltissimo, dedico questa sentenza a mia figlia”. Camiciottoli, dal canto suo non si pente: “Nessun invito allo stupro, era solo un attacco politico”.

La pena è questa per il sindaco: ventimila euro di multa con la sospensione condizionale subordinata al pagamento del risarcimento dei danni entro un mese, a deciderlo il giudice Emilio Fois. Inizialmente il pubblico ministero aveva chiesto anche una condanna a otto mesi di reclusione.

La memoria spesso è corta, i post vengono facilmente dimenticati. Ma quella frase rimase impressa nella mente di molte donne, nel settembre del 2017 su Facebook Camiciottoli suggeriva di fare scontare gli arresti domiciliari agli stupratori di Rimini a casa dell’allora presidente della Camera, “Magari le mettono il sorriso” scrisse con leggerezza.

La deputata Boldrini ha detto: “Mi preoccupava come madre, perché sapevo che mia figlia l’avrebbe letto. Mi indignava come politico, perché mi indicava come mandante morale dello stupro di Rimini. E mi offese come rappresentante delle istituzioni, perché io in quel momento ero la terza carica dello Stato e a offendermi era un sindaco”.

La Boldrini fa un paragone con zone di conflitto, ritenendo certi insulti “inammissibili”: “Ho visto augurare stupri agli avversari politici in Bosnia e in Ruanda, ma lì c’era la guerr. Non posso pensare che si possa intimidire allo stesso modo una donna in un Paese del G8”.

Non c’è da stupirsi quando sono i piani più alti della politica a legittimare gli insulti sessisti: il vice premier Matteo Salvini a ottobre 2018 si è rivolto a Laura Boldrini definendola una “bambola gonfiabile”.

Ma la pacchia è finita per gli insulti leghisti sui social: iniziano le condanne.

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