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Lo sguardo di Erri De Luca su quello che sta succedendo nel mondo

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Lo scrittore napoletano Erri De Luca commenta su TPI alcuni dei più attuali temi sui quali è aperto il dibattito internazionale, dandone la sua interpretazione

Mi si è ristretto il mondo. Sono aumentati i paesi in cui non posso andare a passeggio. Esempio: anche se da scalatore mi attirano le montagne, non andrei in Pakistan, via di accesso alla catena montuosa del Karakorum. 

Da noi invece ho fatto esperienza che la libertà di espressione non è un diritto garantito, ma soggetto di volta in volta alla verifica di qualche autorità. L’ho sperimentato in un’aula di tribunale. Il fatto che sia stato assolto, dunque autorizzato a esprimere esattamente quello che volevo, conferma che ho dovuto sottostare a verifica. 

L’impressione è che la democrazia, nostro traguardo e nostro contrassegno di civiltà, si stia restringendo, insieme al mondo. Sono cresciuto in gioventù in un Mediterraneo pieno di fascismi, l’alleanza militare atlantica detta Nato puntava su di essi a puntello contro il blocco sovietico. In Grecia aveva rovesciato una monarchia costituzionale con un colpo di stato militare e una dittatura. In Spagna e Portogallo si appoggiava già a dittature. In Italia si progettavano colpi di stato con personale militare, alcuni scoperti. 

Poi le dittature sono cadute, le democrazie si sono imposte. Oggi si restringono.

L’Italia è insignificante sul piano internazionale, osservata con attenzione solo per il suo debito pubblico. È il risultato di contingenze internazionali, siamo una espressione economica dell’Unione europea. È il risultato anche di una scarsità di visione del gruppo dirigente della nostra nazione. 

La mia impressione è che il Mediterraneo sia un’area centrale e decisiva. Lo manifesta con i suoi conflitti locali che contengono tutte le parti in causa del mondo, come in Siria. Lo manifesta con la vastità inarrestabile dei flussi migratori che attraversano il mare e il nostro territorio. La catastrofica stupidaggine della firma del trattato di Dublino, obbligante i paesi di confine europei a sobbarcarsi la residenza coatta dei viaggiatori in esilio, è il segno più tangibile di questa cecità di visione e di immaginazione. 

Il Mediterraneo è centrale. Lampedusa è stata l’ambasciata dell’Europa nel mare. Oggi fanno politica mediterranea le sole città di Barcellona e Napoli. Una politica estera italiana dovrebbe rendere il nostro paese il polo centrale di una grande area di sviluppo comune del bacino della nostra civiltà. Il primo ministero per importanza, spesa e prospettiva strategica dovrebbe essere quello della Cultura. Il secondo quello dell’agricoltura per approfittare dell’immensa varietà di climi e di prodotti di eccellenza. Abbiamo un ministero della Difesa assorbente di risorse colossali. La difesa che ci è indispensabile è quella antisismica, non quella antiaerea. 

Il mondo musulmano è nelle doglie di parto. Ci sono dei gemelli nel suo grembo che lottano a morte per sopraffarsi e aggiudicarsi il primato, cioè la primogenitura per diritto dell’intera eredità. L’Isis è un’anomalia inedita. Un esercito irregolare che occupa territori di vari stati, al quale è stato permesso militarmente quello che non viene concesso a nessuna formazione clandestina. L’occidente è incerto nel contrasto, pur avendo i mezzi meccanici per sopraffarlo e cancellarne la presenza territoriale, costringendolo alla clandestinità. 

La tendenza isolazionista degli Stati Uniti, latente negli anni ma crescente, ha prodotto l’incidente di percorso della sua democrazia, eleggendo il massimo incompetente al ruolo di presidente. Non credo che terminerà il suo mandato, il cosiddetto tycoon, (antico termine giapponese del tutto incongruente col suo significato corrente). Intanto procede la delega alla Russia al disbrigo degli affari internazionali più scottanti. La novità assoluta è un tavolo di pace in Kazakistan dove le parti in causa della guerra siriana si siedono senza una sponda americana. La presenza dell’ambasciatore Usa è una semplice formalità e un atto di cortesia. 

Torno in Italia per le grandi opere: il ponte sullo Stretto, buffonata plurigovernativa, ha prodotto una causa tra la società statale incaricata del progetto e lo stato. Lo stato è a processo con se stesso per un risarcimento colossale, un terzo di miliardo, a spese dei contribuenti.

Le grandi opere da noi sono assegnazioni di denaro pubblico a imprese abbinate politicamente. Il sistema degli appalti è su misura per le assegnazioni preferenziali. Lo sforamento del preventivo è la prassi. Le opere pubbliche lasciate incompiute sono centinaia. Le opere pubbliche terminate e lasciate inutilizzate altrettante. Si tratta di un nostro modello di sviluppo fondato sullo spreco e virtuosamente calcolato nel PIL. 

Inevitabile la nascita di un movimento di pubblico sdegno. Da noi si chiama 5 stelle, numero insufficiente a una costellazione, ma sufficiente a sbancare la prossima scadenza elettorale, su qualunque sistema elettorale.

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