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Carte Bollate: testimonianze dei detenuti dal carcere di Milano | La femminilità oltre le sbarre

Come sconfiggere le abitudini che si creano in carcere? Come tornare ad essere donne in città?

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 21 Gen. 2019 alle 18:43 Aggiornato il 31 Gen. 2019 alle 12:34
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Immagine di copertina
Credit: campagna sociale Associazione Antigone

Questo articolo fa parte della collaborazione tra TPI e CarteBollate, il giornale scritto, pensato e finanziato dai detenuti del carcere di Bollate di Milano. 

Un carcere resta sempre un carcere. Ma Bollate è uno dei pochi istituti italiani che applica una legge del 1975, secondo la quale le porte delle celle, durante il giorno, possono restare aperte.  Si è sempre distinto nel promuovere una nuova cultura della detenzione e nel dedicare particolare attenzione al detenuto, creando canali di dialogo con la società civile. 

In quella che è la seconda Casa di reclusione di Milano (1100 detenuti e 100 detenute), si svolge da cinque anni il Laboratorio giornalistico condotto da Paolo Aleotti che si prefigge di avvicinare i detenuti all’uso dei mezzi di comunicazione di massa. Il magazine Carte Bollate è stato fondato nel 2002, la sua direttrice è Susanna Ripamonti, mentre l’art director è Federica Neeff.

TPI ospiterà sulla sua testata non solo articoli, ma anche podcast e altri lavori redatti dagli stessi detenuti, per raccontare il carcere senza filtri, dal suo interno. 

Ecco il secondo episodio per TPI, “L’incubo di tornare autonome” di Silvia Bonalumi:

Se nascere è un evento biologico, naturale, che non richiede alcuna volontà, rinascere dopo una detenzione richiede un’immensa fatica che comprende mille argomenti del nostro più intimo io. Una ricerca faticosa e lunghissima, da affrontare con grande forza e pazienza. Nessuno è mai pronto a entrare in un immenso cubo di cemento grigio perdendo istantaneamente e totalmente tutti i privilegi della libertà.

Ci vuole un lungo periodo per disattivare abitudini ataviche, per molto tempo allo squillo del telefono si cercherà il cellulare per poi accorgersi che era semplicemente la tv. Quando finisce il bagnoschiuma si dovrà pazientemente aspettare, fare richiesta scritta nel giorno previsto e aspettare quindici giorni per riceverlo…È così che la mente si disattiva e, dimenticando i ritmi ipercinetici della normalità, piano piano si sopisce e trova riposo.

Fuori avviene tutto contemporaneamente e in fretta (ma siamo sicuri che ci abbia fatto bene correre sempre?). Fuori le donne multitasking sono osannate e ricercate con voracità dai cacciatori di teste, più cose fai più sei economicamente appetibile. Donne virtualmente sull’orlo di una crisi di nervi. Aziende pronte a investire nel welfare per corsi di counseling, coaching, resilienza.

Funzionano, è scientifico. E le donne si allontanano dal loro cuore, dalla loro dimensione naturale. In carcere tutto si disattiva su tutti i fronti, la frenesia delle città ti abbandona lentamente e i contatti con l’esterno e tutto ciò che ti riguardava appaiono lontanissimi. Inizi a funzionare per compartimenti, c’è un momento per tutto, ed è
strettamente separato da tutto.

Parlando con alcune detenute (che chiameremo con nomi di fantasia) scopriamo che le paure sono identiche seppure nazionalità, provenienza, culture e tradizioni siano lontanissime. Due di loro ci dicono: “Ogni cosa è organizzata, definita, distribuita, sai che giorno chiederla e sai che giorno arriverà, non devi far nulla, è così comodo non devi nemmeno più pensarci! Fuori sarò in grado di organizzarmi così?”.

Janice ha passato molti anni in carcere e teme di non aver più la capacità di gestire l’organizzazione materiale della sua esistenza. Ha avuto una vita precedente faticosissima, colma di abbandoni e di incapacità genitoriali, era abituata a prendere la vita di petto giorno per giorno, perché i suoi progetti erano semplicemente come sopravvivere giornalmente, a Bollate ha imparato a prendersi cura della sua persona e a tutelarsi, si è sentita presa per mano e accompagnata. Adesso la sua paura è: “Fuori da sola sarò capace?”.

Queste parole fanno andare il sangue alla testa a Emma, che in carcere da pochi giorni non si capacita che non si possa organizzare nulla senza attese lunghissime e non supervisionati e verificati. Lei è ancora multitasking, non ha ancora staccato il relè. C’è un oceano tra chi ha un ingresso recente e chi risiede qui da lunghi anni.
Se osservi col cuore ti accorgi che difendersi dalle mancanze, dalle nostalgie dei contatti coi propri cari spesso è più duro e le risposte gelano le nuove arrivate. Non sono le più forti, sono le più fragili che stanche e deluse non hanno ancora compiuto un percorso che dia loro la tranquillità di rispondere serene.

Donne prostrate che a loro volta prostrano per paura di venir ancora intaccate. Melody ha il terrore di prendere i mezzi pubblici: “La cosa che mi fa più paura all’idea di uscire è il pullman, la metropolitana, non so più che rumore fanno e a che velocità vanno, tremo all’idea di salirci sopra e anche di perdermi, sono cambiate le linee, non c’erano nemmeno la lilla e la blu quando entrai in carcere”. Melody ha ragione, tornerà dal suo primo giorno di lavoro fuori sudata fradicia. Che sensazione hai avuto?

“Mi girava tutto attorno – risponde – puzzo da far schifo, ero terrorizzata”. Però lo ha fatto! Non aveva mai avuto sintomi di agorafobia, era la prima volta. Le auto che sfrecciavano sulla strada vicino sono diventate un unico suono che le dava vertigini e nausea, ma poi è arrivata. Barbara ha una lunga attesa davanti. È qui da molti anni, a metà della pena, e a discrezione del magistrato avrà la possibilità di richiedere i primi permessi che poi potranno divenire più ampi, lidesidera moltissimo ma ha imparato a non illudersi e con lucidità dice: “Non ho fretta, la mia pena è lunghissima, non mi illudo arrivino alla mia prima richiesta, so che mi farà paura attraversare anche la strada, non ho più la percezione del traffico nemmeno del suono che produce, ma so che lo farò da sola e non consentirò a nessuno di aiutarmi, perché sarà momentaneo e so che passerà, è successo a tutte le detenute uscite prima di me”.

“Ho paura – continua – anche si smaterializzi la promessa di traghettarmi fuori da qui con qualche azienda che mi garantisca lavoro, la mia indipendenza economica e che io possa quindi perdere la possibilità di dimostrarmi meritevole della libertà che chiedo. Ma la mia preoccupazione più grande riguarda ciò a cui tengo di più: i miei famigliari”.

“So che mi aspettano, me lo ripetono a ogni visita, ma incomprensibilmente ho il terrore di destabilizzare il loro ménage familiare, che il mio introdurmi nella loro casa tolga loro la quotidianità che hanno consolidato ormai da decenni senza di me!”. Ma poi non sarà così, la aspetteranno in lacrime, e quando sarà il momento lo vedrà lei  stessa, e il suo cuore troverà finalmente la calma. Parlando con queste donne percepisci che più lunga è la pena da scontare più emergono in loro risorse interne per colmare il vuoto dei corridoi. Con quel vuoto riempiono il loro sentire interno di densità.

Contemporaneamente, più rimangono in carcere, più le paure si amplificano e prendono strade inaspettate. Se le detenute con pene brevi o recidive aspettano con impazienza la libertà, per le altre l’orizzonte libero viene inquinato da paure che affiorano galleggiando su un mare che dovrebbe apparire soave.

Alle detenute che ci hanno regalato i loro timori profondi auguriamo che questa raccolta e visione d’insieme permetta di scoprire che il loro sentire è condiviso e ci auguriamo che questo le aiuterà a sentirsi meno strane e meno sbagliate. La verità è che sono solo donne sensibili, consapevoli e profonde.

Gli episodi precedenti di Carte Bollate:

“Carte Bollate: testimonianze dei detenuti dal carcere di Milano | La paura del reintegro nella società”

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