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Una donna contro la ‘ndrangheta in Lombardia

A ottobre Maria Ferrucci, ex sindaco di Corsico, è stata insultata e minacciata durante un consiglio comunale per essersi schierata contro le infiltrazioni mafiose

Di TPI
Pubblicato il 3 Dic. 2016 alle 05:05
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Immagine di copertina

La donna che siede davanti a me in un bar si chiama Maria Ferrucci. Fa l’insegnante ed è stata per un po’ di tempo il sindaco Pd di Corsico. Da anni denuncia l’infiltrazione della ‘ndrangheta nel suo comune, che è parte della città metropolitana di Milano, e per questo è stata minacciata in consiglio comunale.

Quando le chiedo se ha paura risponde: “Al contrario, adesso mi sento meno sola. È più di cinque anni che denuncio la penetrazione della ‘ndrangheta a Corsico e ora, dopo le minacce che ho ricevuto, mi sento intorno un po’ più di solidarietà”.

Piove a dirotto. Corsico è un enorme comune alla periferia sud di Milano, oggi governato da una coalizione composta da Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia e da Corsico Vivere, una lista civica di destra. Dista dal centro di Milano solo mezz’ora di circonvallazione, ma alla fine del percorso sembra di entrare in un universo parallelo. 

L’intervista con Maria Ferrucci avviene nel cortile di un bar, al freddo, lontano da occhi indiscreti, perché a Corsico di occhi ce ne sono anche troppi. Come quelli che il 21 ottobre scorso in consiglio comunale fissavano lei e altri consiglieri dell’opposizione, mentre una voce urlava: “Questa va bruciata con la benzina”.

L’episodio che mi racconta Maria Ferrucci, che evoca scenari tipici dell’Aspromonte, nasce da un evento gastronomico, la sagra dello stocco di Mammola, il piatto tipico calabrese a base di stoccafisso.

Organizzato dalla ditta Alagna, il festival avrebbe dovuto tenersi a Corsico grazie a un fornitore locale. Già a settembre in centro erano apparse le locandine, con il logo che annunciava il patrocinio del Comune, prima ancora che il consiglio avesse deliberato di concederlo. 

“Il sindaco ha detto che non se ne era accorto”, racconta Maria Ferrucci. “Ma un suo assessore, Maurizio Mannino di Forza Italia, quando questa locandina fu messa sul suo profilo Facebook perché fosse vista da tutti, aveva messo un bel ‘mi piace’. E Mannino è uno dei due assessori che ha poi firmato il manifesto successivo”. 

Quando i giornali segnalano che tra gli organizzatori locali della sagra ci sono personaggi contigui al mondo della ‘ndrangheta, il 21 ottobre il caso esplode in consiglio comunale.  

“Avevo presentato un’interpellanza urgente e un’altra l’ha presentata il Movimento Cinque Stelle”, racconta Maria Ferrucci. “Generalmente il presidente non ci consente mai di leggere le interpellanze che consideriamo urgenti, per cui nessuno di noi sapeva quella sera se sarebbero state lette oppure no. Nell’ordine del giorno non erano presenti”.

“Siamo arrivati e abbiamo scoperto lì che avremmo discusso sulle due interpellanze”, prosegue l’ex sindaco. “O meglio, non lo sapevamo noi dell’opposizione, ma la maggioranza lo sapeva e avevano i discorsi già pronti. L’interpellanza riguardava proprio questa sagra dello stocco di Mammola. L’organizzatore locale era Vincenzo Musitano che è imparentato con persone condannate a pene molto pesanti per ‘ndragheta. Il fratello, per esempio, è stato condannato a 18 anni di carcere per sequestro di persona. Suo suocero è Giuseppe Perre (nome di battagli ‘U Maistru’, ndr) condannato nel processo Infinito”. 

“Quando abbiamo visto sulla locandina questo nome, ci sono rizzati i capelli in testa. Abbiamo chiesto spiegazioni con due interpellanze che sono arrivate però quando il caso era già esploso sui giornali e il sindaco Filippo Errante (esponente della lista Corsico Vivere, ndr) era corso ai ripari rinviando la manifestazione a data da destinarsi”. 

L’aggressione in consiglio comunale

Il 21 ottobre, quando si riunisce il consiglio comunale, l’area destinata al pubblico appare letteralmente presidiata da persone che non si sono mai viste prima, in gran parte ragazzotti ma anche diversi adulti, tra cui alcune donne particolarmente aggressive. 

“Quando sono arrivata”, prosegue Ferrucci. “Mi hanno coperta di insulti. Erano una quindicina di ragazzi, molto giovani, ma che palesemente non sapevano neppure perché fossero lì e a un certo punto si chiedevano tra di loro quando avrebbero dovuto fare caciara”.

“Mi hanno lanciato insulti di vario genere, come ‘tu ce l’hai su con i calabresi e te la fai con i negri’, uno slogan che è andato avanti per tutta la scorsa legislatura quando ero sindaco. A Corsico ci sono più di 5mila immigrati e noi cercavamo di fare un percorso di integrazione con loro, cosa sgradita a tutti quelli che poi hanno vinto le elezioni grazie a parole volgari come queste”.

La scena in consiglio comunale sembra riprodurre una specie di format. A marzo del 2015, un convegno organizzato a Sarzana da Christian Abbondanza, fondatore della Casa della Legalità di Genova per presentare il dossier “Sarzana tra sinistra, ‘ndrangheta, speculazioni”, fu snobbato dal sindaco Alessio Cavarra e dal Pd, ma fu sconvolto “dall’irruzione di una signora e di un altro membro di una famiglia mafiosa, che ha occupato fisicamente il tavolo dei relatori, tra strepiti e proteste”, racconta il Secolo XIX.

Quello che è avvenuto a Corsico è ancora peggio. “Quando ho iniziato a parlare, una donna che era in mezzo al gruppo dei ragazzi ha detto qualcosa del tipo ‘ingoiate il rospo’, come a dire ‘avete perso le elezioni e ora venite qui a rompere le scatole’”, racconta Maria Ferrucci. “Un’altra donna ha aggiunto che io avrei dovuto ‘essere bruciata con la benzina’, mentre un ragazzo, riferendosi a un altro membro del nostro gruppo, ha detto che doveva ‘essere sparato nelle gambe’”.

(Un estratto dell’intervista di Mimmo Lombezzi a Maria Ferrucci, ex sindaca di Corsico. L’articolo continua sotto il video.)


Quando chiedo a Maria Ferrucci se gli insulti siano stati detti ad alta voce, lei risponde: “Li hanno sentiti i cittadini che di solito vengono ai consigli comunali. Erano terrorizzati, perché si sono trovati in mezzo a persone che avevano un atteggiamento violento, nel modo di porsi, di fissare i presenti, come se dicessero ‘ti tengo sotto controllo’”.

“La cosa importante è che tutto questo non è successo quando ho iniziato a parlare, ma quando ho detto che la nostra città è fortemente penetrata dalla ‘ndrangheta”, puntualizza Ferrucci. “Ora se queste persone fossero state davvero interessate a difendere l’immagine della Calabria, che cosa c’entra la ‘ndrangheta? Io non stavo parlando dei calabresi, stavo parlando della ‘ndrangheta che è una cosa diversa, ma lì è scattato il casino”.

“Mi sono interrotta, ho chiesto al presidente perché non chiamasse i carabinieri. È vero che c’erano cinque vigili, ma non avevo mai visto quella massa di persone estranee”, continua l’ex sindaco di Corsico. “C’era tra loro una signora particolarmente violenta e un omone altissimo che faceva fisicamente paura. Quando ho chiesto al presidente di chiamare i carabinieri lui all’inizio ha detto: ‘Perché li devo chiamare?’. Poi ha sostenuto di averli chiamati, ma io non li ho visti”. Alla fine il gruppo dei disturbatori è stato accompagnato fuori dall’aula, ma un assessore è uscito insieme a loro.

Il ricordo di Lea Garofalo

La guerra dei simboli in queste vicende ha un ruolo fondamentale.

Pochi giorni fa un esponente del Movimento Cinque Stelle, Stefano Iregna, ha proposto di dedicare una piazza, una via o un parco di Corsico alla testimone di giustizia Lea Garofalo, torturata e uccisa dalla ‘ndrangheta a Milano il 24 novembre del 2009, ma la giunta ha respinto il provvedimento.

“Non solo il sindaco, ma tutta la maggioranza di centrodestra si è espressa al suo fianco, alzando il braccio quando è stato il momento di votare contro”, riporta il quotidiano Il Giorno. “La motivazione: l’intitolazione deve andare agli agenti della scorta di Falcone, ‘troppo spesso dimenticati’, ha precisato il sindaco”.

“Lea Garofalo è l’esempio dei giusti, non capisco questa presa di posizione assurda, cos’hanno contro questa donna?”, ha replicato l’ex sindaco di Corsico, ricordando che tre anni fa, quando lei era sindaco, una bandiera gialla con il volto di Lea Garofalo esposta all’interno dell’aula fu definita ‘una pagliacciata’ dall’attuale assessore leghista Di Capua perché “non si può venire qua a esporre quello che si vuole, l’avete messa persino nelle scuole elementari, cosa volete che ne capiscano”. 

Lo stesso Di Capua, però, non ha avuto nessun problema quando il suo nome è apparso, insieme a quello del sindaco e del genero del boss, sul manifesto della sagra dello stocco.

Il pregiudizio etnico del nord Italia verso la ‘ndrangheta

Nel suo libro Passaggio a nord, lo scrittore e docente universitario Nando Dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto, scrive a proposito della ‘ndrangheta: “Già rafforzata dalla crisi di Cosa Nostra, seguita alla repressione post stragi del 1992-93, l’organizzazione calabrese ha effettuato un massiccio e tranquillo investimento di uomini e di mezzi nelle regioni più ricche e sviluppate, e segnatamente in Lombardia. Anzi, paradossalmente è andata alla conquista della Lombardia governata da vent’anni dalla Lega, così gelosa dei costumi e della cultura lombardi e così ostile a chi ‘vorrebbe venire a comandare a casa nostra’”.

Nel saggio, Dalla Chiesa denuncia una rimozione collettiva del fenomeno, basata su un pregiudizio etnico: “Una sorta di formula pavloviana: qui non siamo a Palermo o a Reggio Calabria. Che ospitalità potrebbe mai trovare nel nord ricco e civile una criminalità che per gestire un sequestro di persona mandava in busta chiusa l’orecchio dell’ostaggio alla famiglia, come era accaduto negli anni Settanta durante il rapimento di Paul Getty, rampollo di una delle più note dinastie industriali del mondo? L’estraneità delle regioni e delle città settentrionali al fenomeno mafioso è diventata insomma un postulato ideologico, difeso tenacemente anche di fronte all’evidenza del contrario”.

*A cura di Mimmo Lombezzi

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