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Caso Cucchi, il pm: “I Carabinieri avevano una relazione segreta sull’autopsia”

Di Futura D'Aprile
Pubblicato il 8 Mar. 2019 alle 11:54 Aggiornato il 8 Mar. 2019 alle 12:08
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Immagine di copertina

I Carabinieri erano in possesso di una relazione medica risalente al 30 ottobre 2009 e tenuta segreta fino ad oggi, 8 marzo 2019: questo quanto denunciato dal pm Giovanni Musarò nel corso del processo bis in Assise sul caso Cucchi.

> Caso Cucchi: la ricostruzione di tutta la storia 

La relazione medica sarebbe stata realizzata prima dell’autopsia di Stefano Cucchi e il Comando provinciale dei Carabinieri di Roma ne sarebbe stato a conoscenza.

Nel documento secretato, secondo quanto ricostruito dal pm Musarò, si evidenziava che la lesività delle ferite non consentiva di accertare le cause del decesso del giovane.

Nelle relazioni in mano al’Arma veniva invece esclusa la possibilità di un collegamento tra le fratture rilevate e il decesso del geometra romano, morto il 22 ottobre 2009, a 31 anni, sei giorni dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti. (Qui le cause della morte).

I risultati della prima analisi appena emersa sono completamente diversi da quelli che sono stati scritti nell’autopsia e che vennero anticipati nel carteggio interno fra i Carabinieri.

Gli accertamenti preliminari, che vennero negati anche all’avvocato della famiglia Cucchi, evidenziavano le presenza di due fratture e non precedenti, oltre a un’insufficienza cardio-circolatoria acuta. Il documento rilevava che non si poteva stabilire con certezza le cause della morte del giovane.

“Se il medico nel 2009 non poteva sapere il motivo della morte di Cucchi, allora come è possibile che i carabinieri già lo sapessero?”, ha sottolineato Musarò in aula.

Novità sulla morte del giovane erano emerse già durante l’udienza dell’8 febbraio, quando il professore Carlo Masciocchi, ordinario dell’Università dell’Aquila ed ex presidente della Società italiana di radiologia medica, aveva spiegato che sul corpo di Cucchi “sicuramente c’erano due fratture vertebrali recenti” e quindi “prodotte in un arco temporale stimabile in massimo 7-15 giorni”.

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