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Cosa significa essere donna, musulmana e figlia di immigrati in Italia

Il commento della giornalista italiana Sabika Shah Povia su The Post Internazionale​

Di Sabika Shah Povia
Pubblicato il 17 Mag. 2015 alle 19:30
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Immagine di copertina

Leggendo questo articolo della scrittrice e femminista Soraya Chemaly pubblicato su Role Reboot, un sito che vuole rinnovare l’immagine degli uomini e delle donne all’interno della società in cui viviamo, mi sono sentita chiamata in causa.

Quello che scrive Chemaly, ovvero che c’è un predominio da parte degli uomini sulle donne nelle conversazioni, l‘ho riscontrato nella mia vita quasi tutti i giorni.

Mi chiamo Sabika Shah Povia e credo di appartenere ad alcune tra le categorie più marginalizzate al mondo:

• Sono una donna.

• Sono figlia di immigrati pakistani.

• Sono musulmana, tra l’altro appartenente alla minoranza perseguitata degli sciiti.

In Italia siamo sempre pronti a condannare le violazioni della libertà delle donne nel mondo, ma siamo anche i primi a non riuscire a superare certi stereotipi di genere.

Esistono ancora mestieri per maschi e mestieri per femmine, colori per maschi e colori per femmine, ruoli per maschi e ruoli per femmine.

Questo è stato ampiamente dimostrato dallo scandalo che è scoppiato lo scorso marzo intorno alla vicenda del comune di Trieste che ha voluto aggiungere “il gioco del rispetto” ai programmi scolastici delle scuole materne.

Questo “gioco del rispetto” si fonda sullo scambio dei ruoli tra uomini e donne, così come sono concepiti tradizionalmente dalla nostra società: incoraggia quindi le bambine a vestirsi da idraulico e i bambini da casalinga, e si concentra sulle similitudini che ci sono tra maschi e femmine piuttosto che evidenziare le differenze.

Ma, a detta della consigliera regionale della Lega Nord Barbara Zilli, questa iniziativa “rischia di creare confusione circa l’identità sessuale dei bambini”.

Io insegno in una scuola materna e, essendo a contatto con i bambini tutti i giorni, posso assicurare che non sono certo queste le cose che creano confusione.

La confusione nella mente di un bambino si crea quando i compagni lo prendono in giro perché gli piacciono le cose da maschio o da femmina, quando non lo si lascia libero di esprimersi al di fuori degli stereotipi, come purtroppo accade molto spesso.

Se da piccola preferivi giocare a calcio piuttosto che con le Barbie, eri automaticamente un maschiaccio, con il suffisso “accio” posto lì con l’intenzione di scoraggiarti e far sì che tu, femmina, non potessi creare un ruolo per te che non fosse quello prestabilito dalla società.

Oltre a questo, in Italia non aiuta essere figlia di immigrati. Sono cresciuta con la cittadinanza italiana, ma questo poco importava a quei bambini che mi chiamavano negra già all’asilo, o a quelli che durante gli ultimi mondiali di calcio mi urlarono di “tornarmene al mio paese” perché “troppo negra per poter indossare la maglia dell’Italia”.

Ci tengo a precisare che non sono neanche così scura, ma sono i miei tratti somatici da pakistana che creano confusione circa la mia identità.

Secondo un rapporto di Human Rights Watch, i casi di aggressione e omicidio verso immigrati, italiani di origine straniera e rom in Italia sarebbero molti di più di quelli che sono stati registrati ufficialmente.

Nei primi nove mesi del 2009, per esempio, le autorità italiane hanno registrato 142 crimini imputabili a odio discriminatorio, mentre un’organizzazione italiana antirazzista, esaminando le notizie pubblicate dalla stampa, ne ha contate almeno 398.

La mia opinione vale ancora meno quando dico di essere musulmana. Possiamo anche fingere che non esista un diffuso pregiudizio nei confronti dei musulmani ma, se lo facessimo, sarebbe difficile spiegare come mai un uomo bianco, americano e non musulmano che attacca il personale di sicurezza all’aeroporto di New Orleans armato di sei esplosivi fatti in casa, uno spray anti-insetti e un machete, non viene automaticamente messo in prima pagina e tacciato come terrorista.

L’uomo, di 63 anni, è stato ucciso dalla polizia, che l’ha definito “un malato di mente”, usando un termine diverso dal più abusato “terrorista”, ormai prerogativa dei musulmani.

È tempo di farci valere. Donne, seconde generazioni, musulmani, gay e chiunque altro venga discriminato dalla società, imparate a farvi rispettare.

Secondo Chemaly, se le donne imparassero a dire le seguenti tre frasi, la condizione di uomini e donne in tutto il mondo migliorerebbe:

“Smetti di interrompermi”.

“L’ho appena detto”.

“Non serve una spiegazione”.

Mi chiedo se, da cittadina di seconda generazione, posso aggiungere la frase:

“Questo è anche il mio Paese.”

E se, da musulmana, posso anche chiedere di non dover espiare i peccati di tutti i musulmani del mondo, reali o autoproclamati che siano, ma solo i miei, con un semplice:

“Non è colpa mia”.

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