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Indignarsi per il parlamento semideserto nel giorno del biotestamento non è polemica populista

C’era un unico obbligo per i nostri politici, e quell’obbligo doveva vederli seduti lì, a discutere e proporre. A scrivere una nuova pagina per il nostro paese

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 14 Mar. 2017 alle 18:06
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Immagine di copertina

Il 13 marzo 2017 la Camera dei deputati ha discusso il disegno di legge sul biotestamento. 

Un disegno di legge fermo da otto anni e sul quale pendono circa 3.200 emendamenti. Un disegno di legge su un tema capace di sollevare le opinioni più accese e contrastanti tra politici, sociologi, bioeticisti e opinionisti italiani che per ogni ondata mediatica si scatenano lanciando postulati e assiomi incontrovertibili.

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Si tengono tribune politiche e trasmissioni televisive cui partecipano agguerriti i nostri rappresentati politici, si lanciato tweet e status su Facebook. Il fine vita è un tema per il quale ognuno di noi sembra pronto a dire la sua. E nella teoria è giusto così.

Peccato che i fatti ci spingano a dover parlare nei termini del populismo più spinto, a dover promuovere l’antipolitica nella peggiore versione mai concepita: perché lo scorso 13 marzo alla camera dei deputati i parlamentari presenti in aula per discutere della proposta di legge erano poco più di 20, circa il 3 per cento per capirci.

Qualcuno ha anche avuto il coraggio di obiettare che le polemiche di chi si indigna dinanzi ad un emiciclo semi-deserto – all’interno del quale dovrebbe esercitarsi il privilegio della democrazia – sono sterili, perché per quella giornata non era prevista la votazione.

Peccato che chi avrebbe dovuto essere tra quei banchi a capire come aiutare i cittadini che si ritrovano a scappare in altri paesi per poter mettere fine alle loro sofferenze non c’era.

Fabiano Antoniani – il dj morto grazie al suicidio assistito in una clinica svizzera – prima di morire aveva fatto appello al Presidente della Repubblica Mattarella per poter essere aiutato nel suo paese, ma il suo grido è rimasto inascoltato. È morto lontano dalla sua terra, distante dalla sua casa, dai tanti affetti rimasti qui a ricordarlo.

Dj Fabo voleva solo una morte dignitosa, voleva interrompere le sofferenze che lo trattenevano prigioniero e che stavano distruggendo la capacità di amare la vita. 

Dj Fabo non voleva imporre le sue idee, voleva solo che l’Italia si fermasse a ragionare per formulare una legge in grado di venire incontro a chi, come lui, è costretto a dover decidere – in ogni istante di quella perfida sofferenza corporale e mentale – come e se poter continuare a condurre una vita, che come tale possa intendersi. Secondo la propria personale sensibilità.

Nemmeno il suo gesto così forte e lucido, nemmeno le lacrime ai funerali in chiesa, nemmeno il suo commovente appello sono riusciti a smuovere chi avrebbe dovuto esclusivamente compiere il proprio dovere, condannando – di fatto – questa discussione ad un probabile nuovo rinvio. 

Si è mancato nuovamente l’appuntamento con la democrazia, quella cara ai cittadini, non quella da talk show e nemmeno quella che sciorina gli slogan nelle piazze affollate da chi lotta per affermare il diritto alla vita.

C’era un unico obbligo per i nostri politici, e quell’obbligo doveva vederli seduti lì, a discutere, ad argomentare, a proporre. A scrivere una nuova pagina per il nostro paese che figura tra le ultime posizioni in qualsivoglia classifica per i diritti dell’uomo. 

Quale pezzo di speranza credete – esattamente – di fornire ai cittadini che vogliono contribuire alla costruzione di questo paese se i mezzi per esercitare i nostri diritti si smaterializzano tra i banchi di un parlamento così taciturno da far riaffiorare sensazioni mortifere?

Dov’è lo spirito che dovrebbe animare la buona salute della democrazia?

Cosa serve ancora? Un altro caso Fabo? Chi altri dovrà essere accompagnato fuori dall’Italia? 

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