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Il centro di accoglienza di Cona era un problema già prima della morte della ragazza ivoriana

Immagine di copertina

Il caso della morte di una giovane ivoriana ha fatto luce sulla situazione del sovraffollato campo temporaneo in provincia di Venezia

Il centro di prima accoglienza di Conetta, frazione di Cona, è una distesa di tende, container e di qualche edificio. Si trova nell’ex base militare missilistica in provincia di Venezia e ospita circa 1.300 migranti.

In questi giorni è stato al centro della cronaca nazionale per la rivolta scoppiata nel campo a causa della morte di una giovane ivoriana, deceduta per una trombosi polmonare mentre si trovava in una doccia. I migranti hanno protestato denunciando un ritardo nei soccorsi e 25 membri del personale sono rimasti bloccati per alcune ore all’interno della struttura.

Ma la situazione del centro di prima accoglienza (Cpa) è stata più volte oggetto di denuncia negli ultimi mesi a causa delle condizioni di alloggio disagiate da parte di associazioni e politici.

Il Cpa è concepito come un hub temporaneo, in cui i migranti dovrebbero vivere al massimo due o tre mesi in attesa di essere smistati in altri centri.

“Questa però non è la norma, dal momento che spesso queste persone restano nei campi per oltre un anno”, spiega a TPI Yasmine Accardo, referente nazionale dei territori per l’associazione LasciateCIEntrare. Yasmine ha visitato il centro a giugno 2016, insieme ad una delegazione di Melting Pot Europa, un progetto di comunicazione sulle migrazioni.

“Il campo si trova in mezzo al nulla”, mi racconta Yasmine, “Intorno non ci sono locali né servizi”. Anche se il campo non è stato pensato per accogliere donne o minori, al suo interno ci sono intere famiglie.

Nel corso della visita, avvenuta alla presenza del prefetto di Venezia, la delegazione non ha potuto avvicinarsi agli ospiti del campo e i mediatori presenti, in varie occasioni, hanno fatto intendere ai migranti che gli attivisti fossero “carabinieri”. In quel periodo i migranti ospitati nel centro erano 620, mentre il limite massimo era di 540 persone.

“Una delle importanti funzioni di questi centri è quella di preparare i migranti per la presentazione della domanda d’asilo all’apposita commissione”, dice Yasmine, “Ma spesso il personale non è formato adeguatamente e gli ospiti sono costretti a vedersela da soli”. 

Le condizioni di alloggio al centro di Conetta sono state inoltre oggetto di tre interrogazioni parlamentari presentate alla Camera dal deputato Giovanni Paglia (Sinistra ecologia e libertà). La prima risale al 2015, la seconda è stata presentata dopo una sua visita al campo il 16 novembre 2016, la terza invece dopo la morte della giovane ivoriana.

“Durante la mia ultima visita c’erano circa 1.200 persone e almeno una quarantina di donne, in una struttura che originariamente era pensata solo per uomini”, mi racconta Paglia. “La struttura era sovraffollata e a novembre appariva chiaro che con il calo delle temperature la situazione sarebbe precipitata”.

“L’assistenza medica prevedeva la presenza di una persona, che tuttavia non era prevista 24 ore su 24”, dice Paglia. “Il vestiario degli ospiti, inoltre, non era adeguato al freddo”.

Paglia attribuisce la responsabilità di una situazione simile prima di tutto alla politica. “In Veneto si è deciso di puntare su un modello che raggruppa i migranti in pochi grandi centri piuttosto che distribuirli nei vari comuni”, dice. “Questo principalmente per non entrare in conflitto con le amministrazioni leghiste”.

Ma anche i privati che gestiscono queste strutture attraverso i bandi hanno le loro colpe. “Senza dubbio le cose potrebbero essere gestite in modo migliore”, sostiene Paglia.

“L’unica alternativa è il modello di accoglienza diffusa, che non è una garanzia automatica di successo, ma in genere è un modello positivo. Spero che dopo la tragica morte di questa ragazza il governo abbia la forza politica di effettuare questo cambiamento”.

La morte di Sandrine e la rivolta dei migranti 

Sandrine Bakayoko aveva 25 anni e veniva dalla Costa d’Avorio. L’autopsia disposta dalla procura di Venezia ha accertato che è morta per una trombosi polmonare lunedì 2 gennaio 2017, mentre si trovava chiusa in un bagno del centro. Viveva nella struttura insieme al marito Mohammed ed era in attesa di ricevere l’esito della sua richiesta d’asilo.

Arrivata in Italia a settembre 2016, come molti altri migranti aveva affrontato un viaggio attraverso il deserto e il mare per raggiungere l’Europa. Qui sognava di ricominciare lavorando come parrucchiera. Quando è partita ha lasciato il figlio di otto anni, nato da un matrimonio precedente.

A dare l’allarme per la sua morte è stato il marito, che ha forzato la porta del bagno e l’ha trovata riversa sul pavimento. Mohammed ha raccontato che Sandrine si era alzata alle sette del mattino e aveva chiesto la chiave del bagno per fare il bucato.

Dopo lui si è riaddormentato e quando è stato svegliato da un altro ivoriano, con cui la coppia condivideva la stanza, ha cercato la moglie per tutto il campo, senza riuscire a trovarla. “Se avessimo avuto una chiave in più avremmo capito forse in tempo che Sandrine era lì dentro e che qualcosa non andava”, ha raccontato al Corriere della sera.

“Non era incinta, però aveva avuto un malore la scorsa settimana”, ha detto Mohammed. “Già nei mesi precedenti era stata sottoposta a controlli in ospedale, ma poi era stata sempre rimandata al campo. Sembrava influenza, era raffreddata, dormiva male, ma non si lamentava mai”.

Dopo la morte di Sandrine, i migranti hanno dato inizio a una protesta, accusando i gestori del centro di aver chiamato in ritardo i soccorsi. Venticinque operatori del centro si sono barricati nei container e negli uffici per paura di uscire e sono stati liberati dopo alcune ore dall’intervento delle forze dell’ordine. Nei giorni seguenti un centinaio di migranti sono stati trasferiti presso altri centri di accoglienza, in particolare  

Il centro di prima accoglienza di Cona

Situato in un’ex base militare in provincia di Venezia, il centro ospitava circa 1.300 persone. È gestito dalla cooperativa Ecofficina di Padova, nata nel 2011.

Attualmente questa cooperativa gestisce tre strutture di accoglienza: Bagnoli a Padova, Cona a Venezia, Oderzo a Treviso, per un totale di quasi 2mila ospiti. La cooperativa è inoltre al centro di tre indagini delle procure di Rovigo e di Padova ed è accusata di truffa, falso e maltrattamenti.

Il Cpa di Conetta, comunque, non è un’eccezione secondo Yasmine. Esistono tendopoli simili anche a Udine e a Milano, la cui sola differenza è la gestione, attribuita alla Croce Rossa. “L’unico risultato di questi centri è di continuare a produrre soggetti irregolari”, sostiene. “Perché se le domande d’asilo non sono adeguatamente presentate e non si insegna la lingua risulta impossibile ottenere i documenti che servono per stare nel nostro paese”.

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