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Andarsene senza soffrire: la sentenza sul diritto di rifiutare le cure in Italia

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Walter Piludu aveva 66 anni e dal 2011 soffriva di sclerosi laterale amiotrofica. È morto il 3 novembre 2016, dopo che un giudice ha consentito a spegnere i macchinari

Walter Piludu è morto il 3 novembre 2016, liberato dai macchinari che gli fornivano aria, acqua e cibo, grazie al provvedimento di Maria Isabella Delitala, giudice tutelare del tribunale di Cagliari che ha autorizzato l’Asl a procedere.

Walter aveva 66 anni. È stato ex presidente della provincia di Cagliari ed ex dirigente del Pci. Da cinque anni combatteva contro la sclerosi laterale amiotrofica (Sla). Dal 2013 viveva grazie all’assistenza di un respiratore meccanico, completamente immobile: la sua capacità di espressione avveniva esclusivamente attraverso il movimento oculare.

Aveva scritto al papa e ai principali leader politici italiani per chiedere una legge sul fine vita, con un appello che aveva riaperto il dibattito sull’eutanasia.

Lo scorso novembre i medici, dopo averlo sedato, gli hanno staccato il respiratore. Grazie al provvedimento del giudice non ci sono state accuse di omicidio del consenziente, come accadde dieci anni fa all’anestesista Mario Riccio, nel caso di Piergiorgio Welby. 

Le motivazione del provvedimento sono contenute nella sentenza pubblicata lo scorso 6 dicembre. 

La nostra Costituzione permette di interrompere su richiesta alimentazione e idratazione artificiali. Di tutto ciò il servizio sanitario nazionale deve essere garante.

“Diritto a rifiutare le cure e andarsene senza soffrire: sedati per non sentire ansia o dolore”, cita la decisione del giudice. “Il paziente ha il diritto e la ragione di pretendere dai sanitari il distacco dei presidi medici, compresa la ventilazione assistita, garantendo però al paziente che l’interruzione del sostegno artificiale sia effettuata previa sedazione”. 

Grazie al puntatore ottico Piludu era riuscito a scrivere una lettera al quotidiano La Repubblica, nella quale ribadiva il desiderio di avere una morte dignitosa.

“Io non ho manie suicide: gli occhi di mia moglie, il sorriso di mia figlia, l’affetto di sorelle e amici mi tengono attaccato alla vita nonostante le asprezze di giornate tra tubi nella pancia per nutrirmi e il respiratore“, ha scritto Walter. “Il mio corpo è immobile, ho solo lo sguardo per comunicare. Vorrei poter decidere io quando andarmene e morire accanto alle persone che amo, senza emigrare in Svizzera. Perché la vita non può essere una prigione, c’è un diritto di dignità e di libertà”. 

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