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Amatrice un mese dopo: viaggio tra le macerie di un paese che vuole rinascere subito

Trentasei giorni dopo il sisma, TPI è tornato sui luoghi del disastro per capire come e quando verrà ricostruita

Di Pamela Schirru
Pubblicato il 30 Set. 2016 alle 06:55
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Immagine di copertina

All’ingresso di Amatrice un tricolore italiano campeggia su un cartello stradale, mentre un altro avvolge alcune delle macerie di un’abitazione completamente distrutta nel pieno centro cittadino. L’odore acre di calcinacci è ancora vivo e penetrante, mentre la polvere s’insinua nelle narici.

Un mese dopo il devastante terremoto del 24 agosto, Amatrice vuole tornare alla normalità in tempi abbastanza ridotti, ma deve fare i conti con tanti problemi logistici. I lavori di ripristino delle strade procedono in maniera spedita, ma il problema di come rimuovere i cumuli di macerie è ancora aperto. Mancano le adeguate condutture d’acqua e fognarie, soprattutto mancano le casette mobili dove poter ospitare i terremotati. 

Nelle tendopoli allestite in due punti opposti del paese la vita sembra scorrere lentamente: una sorge all’ingresso e l’altra non lontano da ciò che rimane del centro storico. Quest’ultima, il ‘Campo Trentino’, allestita nella frazione di San Cipriano, ospita attualmente gli operai dei Bacini montani, i vigili del fuoco, i volontari, il personale infermieristico, psicologi e tecnici tra cui un geologo e un ingegnere. 

Il secondo campo gestito dalla Protezione Civile della Regione Lazio lo si intravede non appena si oltrepassa il cartello “Benvenuti ad Amatrice, borgo più bello d’Italia”. Fino a qualche giorno fa, quest’ultimo accoglieva 320 persone distribuite in 44 tende.

Molte delle persone ospitate subito dopo il sisma sono andate via – trasferitesi altrove, oppure ospiti temporanei di amici e parenti – ma c’è anche chi rimane, come Elena, un’anziana signora. La incrocio lì, fra le corsie della tendopoli, seduta su una sedia di plastica. Mi ripete come un mantra “Non dimenticateci, vi prego! Continuate a parlare di noi!”. 

Mi scambia per una volontaria del campo e inizia a parlare come un fiume in piena. Mi racconta della sua vita precedente, della sua casa distrutta e delle tazzine da caffè del servizio buono ridotte in polvere. Perché anche dietro una tazzina di ceramica si può celare il ricordo di un momento, di un episodio di vita, che non tornerà più.

Elena non vuole arrestare i suoi pensieri e mi dice che a breve dovrà trasferirsi all’Aquila, dove verrà ospitata nelle casette provvisorie occupate a loro tempo dai terremotati aquilani. “Siamo insieme anche in questo momento tragico. Condividiamo la stessa perdita e la stessa sfortuna. Ma siamo vivi. Penso a tutti quelli che non ci sono più, soprattutto i giovani”.

Le lacrime rigano il suo volto, mentre il sole tramonta e l’umidità della sera inizia a penetrare nelle ossa. Lungo i percorsi di fortuna ricavati tra le tendopoli – a ognuno dei quali i bambini del posto hanno dato un nome – un bambino di quattro anni mi viene incontro. Vuole giocare a nascondino. Per lui quelle tende rappresentano un gioco, un luogo dove potersi nascondere e ridere. Mi dice che la sua casa è andata distrutta e che gli amici con cui giocava non ci sono più. 

Mima con le minuscole mani il crollo della sua abitazione e mi dice ingenuamente che “il piccolo Sergio e Sara sono volati in cielo”. Accanto mi sfiorano il braccio un anziano non vedente sorretto sottobraccio da suo figlio. Sento i loro discorsi, ma non voglio interrompere quel momento intimo. L’uomo piange ancora, a distanza di settimane, per la perdita del suo cane da passeggio stritolato sotto le macerie. 

Intanto, la protezione civile ci conferma che entro la fine del mese di settembre tutte le tende saranno smantellate, in attesa delle casette mobili. 

(Qui sotto un’abitazione del centro di Amatrice completamente distrutta dal sisma del 24 agosto. Credit: TPI)

Normalità ad Amatrice è anche il pulmino bianco turistico adibito a scuolabus, che fa la spola da un punto all’altro del paese e delle frazioni colpite, offrendo un servizio agli studenti. La scuola provvisoria è stata allestita all’interno del ‘Campo Trentino’ e si compone di 22 moduli, che ospitano al loro interno 200 alunni, fra scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado. 

Il desiderio di poter condurre una vita più dignitosa lo si percepisce in molti sguardi che incrocio per strada, ma i problemi da risolvere sono appunto innumerevoli. In primo luogo, la raccolta e lo smaltimento dei cumuli di macerie che in molti casi raggiungono un’altezza paragonabile a un palazzo di due piani. In secondo luogo, la ripresa dell’economia locale. 

Nel frattempo, i vigili del fuoco concedono l’accesso nella cosiddetta zona rossa che delimita il centro storico completamente raso al suolo. Ci fanno indossare i caschetti di protezione e ci addentriamo verso quella che un tempo era la via principale del paese. Il campanile svetta in fondo alla via, ancora in piedi seppur mal ridotto. Intorno, la desolazione, non molto distante da un contesto di guerra.

Calpestiamo i detriti, scavalchiamo cumuli di macerie e calpestiamo inevitabilmente oggetti personali appartenuti un tempo alle famiglie residenti: vestiti, materassi, cuscini, una custodia di una chitarra che giace in mezzo alla polvere. 

Poco più in là, seduta sul calcestruzzo di un tetto crollato, una donna dà indicazioni ai vigili del fuoco affinché portino in salvo i suoi libri. La sua casa è l’unica della via rimasta in piedi, ma i rischi di crolli sono ancora piuttosto elevati. 

Intanto, le strade di Amatrice sono un brulicare di vigili del fuoco, di volontari della protezione civile, di carabinieri e poliziotti, ma anche di semplici cittadini arrivati da diverse parti d’Italia per consegnare di persona delle offerte e donazioni. Tutt’intorno, le attività commerciali non esistono quasi più. L’unico negozio sul corso principale rimasto intatto ha le saracinesche abbassate, mentre gli altri sono stati completamente cancellati.

Su 57 attività commerciali, 54 hanno subito danni irrimediabili, ovvero il 92 per cento delle attività locali. Il paese incastonato fra le montagne del reatino conta oggi 2.600 abitanti (290 sono state le vittime nella sola Amatrice), in un luogo che vive in prevalenza di pastorizia e turismo, vero motore economico di questa terra di montagna. 

Tutta la zona è piena di agriturismi, alberghi, villaggi vacanza, sentieri per passeggiate e gite a cavallo: la sfida non è solo ricostruire, ma riportare anche i turisti. 

Si prova a ripartire in ogni modo, anche se non è affatto semplice. Gli artigiani e i commercianti chiedono alle istituzioni la realizzazione di aree dove poter riaprire le proprie botteghe e i laboratori. Nel presidio principale sede del centro operativo comunale (COC), nel quale vengono erogati tutti i servizi pubblici essenziali, il sindaco del paese Sergio Pirozzi siede dentro uno di questi uffici-container. 

Il suo ufficio provvisorio è continuamente preso d’assalto da commercianti e artigiani che chiedono all’unisono la riapertura o il ripristino di tutte le attività. E se la comunità deve fare i conti con le quotidiane difficoltà, ancora più problematico è lo smaltimento delle macerie: attualmente si contano 700mila metri cubi di rovine, ma mancano i siti di stoccaggio. 

Anche il primo cittadino sembra orientato sulla linea della tempestività, e mentre ci rilascia un’intervista su una panchina del parco comunale ‘Padre Giovanni Minozzi’, tra tende di fortuna, scivoli e altalene, il suo primo pensiero è la risoluzione in tempi brevi con l’installazione di case mobili per i residenti. “Contiamo di riuscire a portare a termine questa prima fase entro Pasqua 2017”. 

La voglia di ricominciare è palpabile, così come il timore di dover ricostruire da capo, ed è in quel frangente che ritornano alla mente le parole di Elena, l’anziana signora incontrata nella tendopoli. Mi spiega dove sorgeva esattamente la sua abitazione, non lontano dalla chiesa principale all’inizio del corso di Amatrice.

“Lo sai qual è la cosa più assurda? Prima del terremoto, da qui, la torre non si vedeva. C’erano i palazzi che la coprivano. Ma voi non sapete com’era prima. Come tutto era così diverso. Io non dormo più da quel giorno. Accanto alla mia tenda alloggiano un gruppo di giovani. Loro passano le sere a chiacchierare e anche ridere o scherzare. Sono contenta che la vita ricominci, ma io non so se riuscirò ancora a viverla”. 

(Qui sotto il campanile della chiesa rimasto in piedi e tutt’intorno macerie e devastazione. Credit: TPI)

(Qui sotto uno scorcio del corso principale di Amatrice così come appare oggi. Credit: TPI)