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9 anni da direttore di TPI: non c’è cosa migliore di avere accanto un gruppo. Non uno qualsiasi, ma questo

Di Giulio Gambino
Pubblicato il 4 Lug. 2019 alle 18:43 Aggiornato il 4 Lug. 2019 alle 19:12
Immagine di copertina
La redazione di TPI al semicompleto, in un momento del TPI Day Credits: Giorgio Pincitore

9 anni da direttore di TPI | Le feste sono fatte per celebrare i momenti. Momenti da scolpire nella memoria, nel cervello, nel cuore. Una fotografia. Da guardare nuovamente anni dopo. Ma sono anche il momento per riflettere sulle difficoltà di cui troppo spesso ci dimentichiamo.

Nove anni di The Post Internazionale (TPI) sono un successo già di per sé; o almeno lo sono per me, che ho fondato questo giornale e costituito questa società all’età di 23 anni, nove anni fa. Nove anni passano in un attimo. Sono un periodo durante il quale la nostra personalità cambia. E con essa muta anche il giornale a cui hai dato vita nove anni prima con idee, testa e animo diversi. L’evoluzione naturale delle cose. Cambiamo noi, cambia la società in cui viviamo, si evolvono i giornali e i suoi sistemi produttivi.

Guardo una foto. Penso.

Nove anni sono composti da tanti infiniti momenti, scanditi da periodi belli, bellissimi, unici, ma anche difficili, duri, per nulla scontati da affrontare. Sono momenti difficili perché non sai se e quando finiranno, come interpretarli, come affrontarli. E soprattutto sei solo. Idee e identità che metti in discussione, un modello produttivo in continua evoluzione, flussi di cassa altalenanti. A volte mi guardo indietro e mi chiedo dove abbia – io e tutti gli altri – trovato la forza per andare avanti in quei momenti che ricordo come difficilissimi. In cui non dormivo la notte e nel peggiore dei casi stavo male ma sempre in silenzio.

Poi vedo una foto. E capisco.

Quando ho fondato questo giornale non avevo idea di cosa mi stessi imbarcando a fare. Garantire uno stipendio mensile fisso a 30 persone (ben di più in realtà) non vuol dire solo fare un patto lavorativo con ciascuno di loro. Quello che gli stai dando è una dimensione professionale e anche personale nella vita e nella società di oggi. E devi garantirgliela.

Riguardo ancora una foto. Penso ancora.

Ripartire da un momento di incertezza, di difficoltà, di insicurezza non è facile. Re-ingranare la marcia. Ritrovare il ritmo. A volte mi sono chiesto se valesse la pena tutto ciò che ho fatto e che faccio, e per cui lotto incessantemente da mattina a sera, giorno dopo giorno. Lotte editoriali ma anche imprenditoriali e sindacali, di sistema direi. Tutto quello per cui da nove anni vivo. Nonostante tutto. Nonostante le critiche. Nonostante gli sguardi di chi giudica. Nonostante chi ti tratta con superficialità o chi proprio non ti considera. Mi sono chiesto se la nostra sfida, la nostra battaglia tra i grandi giornali, fosse almeno utile ai lettori che abbiamo sempre posto al centro del nostro prodotto. Nella speranza di soddisfare le loro esigenze di lettori. Oggi, è giusto dirlo, parte di quei problemi cui facevo riferimento prima non ci sono più e la società di cui sono consigliere e che edita il nostro giornale di cui sono direttore vive un periodo fortunatamente florido.

Guardo una foto. Sorrido. E capisco.

Quando ho scelto di fare questa vita, che per la verità scelgo di fare tutti i giorni, non sapevo nulla. Mi sono re-inventato amministratore, commercialista, fiscalista, giurista, sindacalista, imprenditore, di tutto di più. Follia. E so già che nuovi e rinnovati problemi sono dietro l’angolo. Ma anche che li supereremo. Ciò su cui ogni tanto rifletto è il fatto che oggi passo il 60 per cento del mio tempo a risolvere problemi altrui. O a tentare di farlo. E a guardare sempre avanti per stare un passo prima degli altri e innovare, acquisire nuove risorse e crescere ancora. Scrivo poco ma provo a farlo sempre più spesso. Decido titoli, tagli, chi assumere e chi no, proposte e idee. Tento di essere imparziale, distinguendo fatti da opinioni. Spesso sbaglio. Ma sono molto fiero del giornale che facciamo. Il direttore di un giornale online oggi deve fare questo.

Guardo una foto. Ripenso.

Ho imparato che esistono giorni in cui ti senti affranto e altri in cui sembra che non ti ferma nessuno. In questi anni ho ricevuto lettere insospettabili e inaspettate. Da colleghi e da lettori. Sono le più belle. Più di alcune lettere d’amore. Dichiarazioni di amore vere. Disinteressate e mai idealizzate, mai egoiste e incentrate su se stessi. E allora capisci. Un’ultima mi è arrivata lo scorso gennaio mentre ero in macchina in viaggio con un amico d’infanzia, andavamo a vedere una gara di sci di coppa del mondo femminile. Gli chiesi di leggermela perché stavo guidando. E poi di rileggermela. La leggemmo un’altra volta insieme poco dopo al ristorante in cui ci fermammo a mangiare. Auguro a tutti di provare una sensazione simile almeno una volta nella vita. E tanti messaggi che resteranno sempre nel mio cuore.

Poi, il giorno dopo la festa dei 9 anni di TPI, al mercato di Traiano a Roma, ho visto una foto scattata da Giorgio. La guardo. Ho riflettuto. E ho capito che non c’è riconoscimento migliore di avere un gruppo di persone al tuo fianco, non uno qualsiasi, ma questo gruppo di persone. Molto più di aver diversificato l’azienda su tre distinti settori per renderla solida e indipendente (informazione, formazione, B2B), del fatturato in crescita e dei numeri del giornale che lo rendono oggi uno fra i siti d’informazione più letti, molto più dei contratti a tempo indeterminato con cui abbiamo assunto giovani e forti giornalisti, molto ma molto più delle inchieste e dei piccoli scoop con cui abbiamo guadagnato la fiducia dei nostri lettori (penso a quella firmata da Andrea Sceresini e Gius Bo sugli ex dipendenti della Lega, che per la prima volta ai nostri microfoni accusano a volto scoperto apertamente Salvini di come il suo partito abbia speso parte di quei famosi 49 milioni, svuotando le casse del carroccio; inchiesta giornalistica che ha portato la magistratura italiana a riaprire le indagini e a interrogare i nostri testimoni). Ben di più di tutto questo, e dei 6 inviati che abbiamo distaccato sul campo tra Roma e Milano, e degli altri risultati tangibili, c’è un gruppo, una famiglia, di cui ti senti parte.

Prendi Antonino Scali (in arte Antonio Scali), si è saputo conquistare uno spazio tutto suo sulla tv e lo spettacolo, e oggi con i suoi articoli lotta testa a testa con le grandi testate. Oppure Anton Filippo Ferrari, quando lo conobbi per la prima volta non avrei mai pensato che un anno dopo l’avrei assunto a tempo indeterminato: incredibile la vita. Aveva un suo giornale sullo sport e quindi sapeva cosa vuol dire fare qualcosa in proprio. Quando entrò non sapeva nulla di giornalismo online. Gli ho dato tre mesi, in cui ha imparato come pochi altri fini a diventare leader di un team tutto suo. Di cui fanno parte Carmelo Leo, grande lavoratore, una passione per la corsa, la stessa che corre per TPI giorno dopo giorno in silenzio e con grande impegno. Oppure Cristina Migliaccio, silenziosa ma capace di fare la differenza. E Giulia Angeletti, che ha tantissimo da dare ma a cui pochi prima d’ora hanno offerto la possibilità di dimostrare il suo valore. Ma anche Francesco Fredella, che ha saputo portare con intelligenza il suo gossip pop politico.

Poi c’è Clarissa Valia, grande lavoratrice, che una scuola di giornalismo non l’ha potuta fare come molti altri da noi in redazione e che tuttavia da noi svolgerà un praticantato: una passione capace di contagiare tutti, da Beatrice Tomasini a Maria Elena Gottarelli, rispettivamente una passione per il nuoto, i viaggi e la scrittura una, per il reportage e la capacità di vedere dentro le persone l’altra, ultime arrivate ma non per questo meno amate. Poi Cristiana Mastronicola. Un giorno da sconosciuta mi mandò il suo cv, la chiamai subito: rispose con il tono di chi è sempre rimasto deluso. Iniziammo a conoscerci. E così ha iniziato a scrivere alcune storie e reportage frutto del suo talento incredibile, e di una scrittura di livello. Anche Marta Vigneri, che è da sempre di casa, ha saputo raccontare il fenomeno dei flussi migratori come pochi altri e con un occhio mai scontato. E ancora Donato De Sena, Niccolò Di Francesco, Marta Facchini, Futura D’Aprile.

Quando il primo arrivò reduce da una esperienza per lui molto formativa in un altro giornale online non capii subito il suo valore. In poco tempo ha dimostrato profondità di scrittura e al contempo velocità ma anche sensibilità nella notizia, sempre sottovoce e con tatto. Niccolò mi ha fatto patire ma ora è molto bravo e una scheggia, colonna portante delle news insieme alle sue sognatrici Marta e Futura, e alle quali sono legato in modo diverso ma profondo. Quando mesi fa la mia amica Viola Stefanello mi disse che c’era una “tipo lei“ in Italia, e mi fece così incontrare Veronica Di Benedetto Montaccini non avrei pensato di trovare una persona come lei. Un destino già segnato e scritto, il giornalismo le scorre davvero nel sangue, in tutte le forme e declinazioni, ha ritmo, intuito, senso della notizia ed è incredibilmente matura per la sua età. Impossibile che faccia altro, è una delle più talentuose giornaliste mai conosciute sinora, completa.

Laura Melissari è un discorso a sé: tre anni, poco più, e un avvicinamento lento e graduale ma un autentico amore per lei e nei suoi confronti, scontro-confronto con lei, ma guai a chi la tocca, con un senso del giornalismo, specie online, unico e profondo, capace di capire e cogliere il punto come pochi altri, una straordinaria capacità di analisi critica nella vita e nel lavoro, una forza come poche altre e, è il caso di dirlo, la capacità di tirare avanti tutti quanti insieme anche nei momenti più tosti. Risorsa preziosa e rarissima oggi. Peraltro riconosciutale da tutti. Un po’ come per Enrico Mingori. Lo incontrai un anno fa circa e non pensavo sarebbe stato in grado di incidere così tanto. Essere ai vertici di un desk di un giornale online è tosta e io lo so bene perché l’ho fatto per anni. Testa bassa e a volte a mala pena il tempo per fiatare. Pressione elevata per via della produttività e dei risultati da raggiungere. E la sensibilità di sapersi fermare un attimo prima di sbagliare. Coordinare 30 teste ogni giorno. 30 persone con 30 vite diverse e 30 priorità, aspettative e idee diverse. Luca Serafini è anche un amico poiché eravamo al liceo insieme. Lui in classe di mia sorella grande. Lo chiamai per una sostituzione. Due anni dopo siamo ancora qui. Ma oltre l’amicizia è anche un grande lavoratore capace di alternare produttività ad altissimo livello con uno spirito analitico e critico che gli deriva dalla sua sensibilità umana finissima e raffinata, come forse nessun altro. Giulio Alibrandi è la persona che più mi ha sorpreso: ha saputo rimettersi in gioco e ha imparato un mestiere, che svolge tutti i giorni con grande impegno e in cui è tra i migliori. Lo sa bene Stefano Mentana a cui dico tutto e molte altre cose. Un fratello come lui sa prima ancora che un amico, visto che ci conosciamo da 30 anni e che è la persona con cui ho passato forse il più alto numero di minuti della mia vita. Anche a lui spero di aver dato il meglio di me e di questo lavoro. E lo ringrazio per aver svolto il suo ruolo come pochi altri ma anche di aver saputo interpretare il nostro mestiere di oggi come ha saputo fare lui. Andrea Lanzetta, colonna portante del giornale, anzi dell’azienda: dapprima gran deskista poi velocista e scalatore assieme, una profondità impari con una conoscenza del mondo mediorientale rara, ora anche cinese. Anche nei momenti per lui più delicati, è una roccia unica a cui spero di aver donato un po’ di serenità. Valerio del Conte, Marco Gritti, Emanuele Manny Granelli, Francesco A. Del Vecchio, Romolo Tosiani gli ultimi arrivati che ringrazio per il lavoro nella produzione quotidiana di notizie per Agi e Ansa.

Lara Tomasetta e Anna Ditta, con cui condivido da sempre le grandi battaglie editoriali, sono cresciute enormemente come professioniste, sin da quando (e ci sono delle foto a documentarlo) conobbi entrambe rispettivamente 3 e 6 anni fa. Per me sono due bandiere imprescindibili. Oltre a loro Charlotte Matteini: nessuno prima d’ora aveva capito che fosse opportuno più di ogni altra cosa darle l’opportunità di fare il suo lavoro svincolandola dal desk. Io ci credo e sono sicuro farà grandi cose come sta già dimostrando. Ma anche Giulia Riva e Giulio Cavalli, che porta il suo pensiero e che lo condivide con noi quotidianamente, ma anche Luca Telese e le sue interviste, i suoi affondi, la sua capacità di portare un pensiero sempre fresco. Per non scordare Andrea Sceresini, Gius Bo, Fabio Salamida, Lorenzo Tosa, Elisa Serafini, Alessandro Sahebi, Imen Boulahrajane, Vincenzo Fiore, Daniele Bellocchio, Ambra Orengo, Davide Lorenzano, Laura Bonasera, Iacopo Melio, Salvatore Gulisano, Nello Trocchia. E Maurizio Carta, sempre un pensiero alla Brexit e ai mercati, sardo di fatto, uomo di principio e saldo nei suoi valori, grande senso dell’amicizia. E molti altri ancora che non menziono ma che fanno sentire quotidianamente il loro apporto. Alice Mentana. Ma anche Andrea Corbo, Francesca Segni tra loro.

A Gabriele e Mateusz per farci correre sempre più forte.

Chiara, Federico, Andrea, Adriano e tutti gli altri che fanno parte del famiglia ogni giorno: grazie e voi sapete perché. Nella lotta di tutti i giorni.

Non so dire se lavoreremo sempre insieme né se sarò io il loro direttore per sempre, ma a loro va il mio più grande grazie per questi incredibili nove anni.

Grazie anche a Caterina De Mata, Albanese, Bersani, Troili, Leandro Mati.

E a Riccardo Luna, Marco Pratellesi, Stefano Polli.

PS nella foto non ci sono nemmeno due / terzi di tutti i presenti, ma meglio di niente!